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È Paolo Ruffilli a introdurre alla lettura di Inedita per vestigia, opera poetica di Francesca Simonetti che si biforca nelle parti principali intitolate “Inedita per vestigia” e “Vestigia senza sipario”: «la voce della poesia passa attraverso una serie di personaggi costretti a recitare sulla scena senza la possibilità di nascondersi dietro il telone che apre e chiude ogni atto della rappresentazione», con «un’interferenza continua del pensiero sull’immagine», tra «oscillazioni debordanti, a segnare le quali intervengono iterazioni e divaricazioni, assonanze ed accordi».

La realtà di tutti i giorni (in ogni sua sfaccettatura), i ricordi personali, le gioie e il dolore, il pianto che bagna dall’interno il mondo in un’intima vertigine, le aree inondate di sole e le zone d’ombra, trovano riflesso in questi versi.

Tra i segmenti poetici di Inedita per vestigia compaiono pure alcuni “Sonetti” e diversi frammenti dedicati alla città di Palermo (Francesca Simonetti è nata a San Giuseppe Jato, nella provincia di Palermo).

Poesia e vita si intrecciano indissolubilmente, ma questa è una poesia che non si accontenta dello spazio ristretto della pagina, del foglio di carta.

In Inedita per vestigia la parola e la poesia si vivificano nella loro dimensione teatrale: «se la simbiosi sarà perfetta, lo spettatore | vedrà come in un sogno i danzatori nello sfondo delle vestigia | ed il sipario non sarà necessario», così avverte nel “Preambolo” l’autrice.

La poetessa, oltre a scandagliare le profondità dell’animo umano, ricerca costantemente la bellezza, disseminata a volte nei solchi più impensabili, perché, come scrisse John Keats, «Una cosa bella è una gioia perenne».

I dubbi e le paure non possono venire dissipati (malgrado si possa cercare di alterare talune geometrie, arrotondandone gli spigoli), eppure rimane la poesia che, con la sua forza, dopo aver riassorbito in sé il dolore, può ancora trasmettere gioia.

Come direbbe lo stesso prefatore, La gioia e il lutto vanno di pari passo, perché «La gioia richiede più abbandono, più coraggio che non il dolore. Abbandonarsi alla gioia significa appunto sfidare il buio, l’ignoto» (Hugo von Hofmannsthal).

E allora, nonostante il «coma che ci avvolge», rimane possibile intravedere le «future dimensioni». In attesa di “Incontri stellari” da fare in «altre dimensioni».

In questa età di balbuzie, è ancora possibile «L’urlo di Münch | l’urlo dei sogni – | silenti», perché la parola è «specchio della bellezza | e tomba per la stessa morte. | Per te la forma cerco, poesia | urlo silente del reale».
Recensione
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