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Il poemetto Lettere dal sogno di Francesco Mandrino alterna i suoi versi alle immagini dell’artista Marcello Diotallevi. Tale pubblicazione è fuori commercio ed è stata stampata in sole cento copie, numerate con il marchio “MMA Multimediarte” (tra i fondatori figura anche il poeta).

Di Francesco Mandrino molte opere di poesia visiva vengono ospitate in musei e archivi, pubblici e privati. La sua modernità e attualità hanno fatto sì che nel 2001 egli venisse invitato alla 49ª Biennale di Venezia. Personalità poliedrica, capace di produrre un’opera fortemente erotica come Lettere dal sogno e di tenere contemporaneamente lezioni di poesia agli alunni delle elementari, ha trovato un ideale connubio nella sua collaborazione con Marcello Diotallevi, altra personalità composita, irrequieta, sfuggente (sua la copertina della Guida del Centre Georges Pompidou di Parigi).

Qualche lettore potrà sentirsi disturbato dalle immagini che accompagnano questo testo; per alcuni sarà solo la lettura a venire disturbata. Ovvero distratta. Comunque sia, se non ci si lascia distrarre da tali immagini (affascinati o irritati o irretiti…), la lettura del poemetto scorre rapidissima, malgrado un’intonazione che non induce all’approccio indifferenziato.

Alfonso Lentini, autore della prefazione di questo libro “dattiloscritto”, si sofferma sulle possibili tangenze di Lettere dal sogno con i grandi quesiti filosofici (coincidenti non di rado con le domande più infantili). La questione delle origini della vita si lega alla frammentarietà contemporanea. E alla deriva della parola, di cui il corpo femminile è compartecipe. Concretezza e indeterminazione si intrecciano, dalla loro sinergia si aprono nuovi orizzonti di senso.

Il nudo corpo femminile è protagonista in un contesto marinaro, mentre i versi si fanno sempre più aria, sfuggenti, evanescenti. Anche il corpo si scompone, sommerso da un alfabeto che parla una lingua misteriosa, polverizzata, carne-ventre-enigma dalla a alla zeta: «io t’intuii nel verso inverosimile | degli ombrosi animali da pelliccia | che il cespuglio offrì all’immaginario.», mentre una sensazione di smarrimento cattura il poeta: «l’anima persa fra i cavi elettrici».

Vuoti, assenze, lacune emotive riempiono la parte precipua di questi segmenti versicolari: «fu allora che intravidi il tuo profilo | in uno spazio gravido d’assenza.»; «forse ti riconobbi sulla prua | nell’assenza del contrappeso a sega»; persiste «di te l’assenza»; «il vento incombe ancora le sue schiume | le sue rabbie nel vuoto che rimane»…«senza chiudere | i vuoti in cui io ti riconoscevo.»; «ad abbracciarti al faro nell’assenza»…«la mancanza | si precisava come una figura | e una sottile angoscia che inchiodava | il desiderio all’ambiguità.»; «riconfermavo il vuoto nell’abbraccio.».

Qualcosa di malato si insinua in pieghe inattese: «ai gabbiani in lotta contro il vento, | mentre tubavano colombi infetti.»; «strade che portavano lontano | dalle quieti domestiche e suicide.». Talvolta la fissità ha la meglio, sullo sfondo liquido della città di mare: «perennemente alla soglia dell’ultima | disperazione morbida di un bacio».

La concretezza si sgretola pian piano fino a far dire al poeta: «Altri capelli ebbe la tua spalla»…«Ebbe altri seni la tua scollatura». E ancora: «altri fianchi ha avuto la tua vita».

Malgrado tutto, l’intima fusione potrebbe avere la meglio: «avrai la sensazione di conoscermi, | ascoltando ti parrà di ripeterti: | c’incontreremo in diagonale ai limiti | senza lasciare vuoti nell’abbraccio».

Il mare invita alla contemplazione, ad avvicinarsi al mistero. La forza femminile domina su tutto, ancora più persistente laddove, invece, potrebbe languire: «lo so m’inganno e a volte t’intravedo | nelle curve del piede della lampada.».

Recensione
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