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«Ti regalerò una rosa | Una rosa bianca come fossi la mia sposa | Una rosa bianca che ti serva per dimenticare | Ogni piccolo dolore | Mi chiamo Antonio e sono matto», così dice la canzone vincitrice di Sanremo 2007, capolavoro di Simone Cristicchi elogiato per la poesia che lo intride, oltre che per l’argomento impegnato e di sicuro impatto. Non poche affinità legano questa canzone a quello che è considerato da svariati decenni il capolavoro di Marino Piazzolla, Lettere della sposa demente, nella sua assolutezza impossibile da inquadrare entro paletti ben definiti e definitivi: «Se un giorno mi dicessero di andare… | Andare, per cercarti, in fondo al cielo, | Io mi vestirei come una sposa. | Così mi perderei lungo il viaggio | Soltanto per sapere dove sei | Ad aspettarmi per vedermi sposa.».

Alla forma del frammento prescelta da Marino Piazzola per le Lettere della sposa demente, e ripetuta all’interno del prologo e delle tre sezioni etichettate come “I Tempo”, “II Tempo”, “III Tempo”, originalmente interpretata, si addicono le riflessioni di Donald Berthelme («Il frammento è la sola forma di cui mi fido.»).

Tutta la vicenda narrativa è racchiusa nel “Prologo”, caratterizzato da una chiarezza che persisterà nell’opera sino all’ultima parola che la compone (ovvero sino alla «morte»), facilmente riassumibile ricorrendo agli stessi versi: «In un villaggio delle Fiandre, | Presso un giardino, | Una donna girava per le stanze, | Ferma in un’ora, | Ormai fuori dal tempo»…«Nessuno mai l’amò. | Nessuno giunse fino al suo rifugio»…«Avvenne che impazzì | Ma fu più bella | Per ricordarsi ch’era ancora viva. | Così, una volta, le accadde di sposarsi; | Ma non come le altre, quasi in sogno. | E allora l’uomo se ne andò lontano: | Partì senza neppure dirle addio. || Poi che divenne madre, fu felice»…«Si fece intanto bianca: | E andò a morire sopra una collina.».

L’invenzione di un amore, il fatto così di poter in qualche modo continuare ad amare, e a vivere,  rappresenta ancora un ponte con la normalità. Evanescenze si alternano alla concreta materialità in un “Campo di concentrazione” (per usare un’espressione cara a Ottiero Ottieri).

L’irrazionalità complessiva rende possibile la sospensione dell’incredulità del lettore grazie, oltre all’ambientazione in un lontano paesino delle Fiandre, a dettagli ancorati all’inaspettatamente ineluttabile raziocinio: «Vieni anche tu, ti aspetto. | Con tante foglie | Allegre nel giardino, | Tu puoi andare e venire | Senza farti vedere.»; Se mi vedessi in sogno, | Non dirlo che a te stesso. | Qualcuno che non vedi | Potrebbe dirti: è un sogno, non è vero; | E ti rimetteresti a non pensarmi.».

Innocua nelle sue elucubrazioni e contraddizioni: la protagonista non può di certo rivelarsi pericolosa nell’udire voci e passi che nessun altro sente, nel suo amoroso fantasticare, diversamente dall’incendiaria Bertha di Jane Eyre, che, invece, un marito (anche se da distruggere) ce lo aveva davvero. Ma è comunque un personaggio capace di imprimersi nella memoria del lettore con pari efficacia. Per dolcezza e intensità. I personaggi torbidi paiono conquistare l’attenzione più facilmente, ma non sempre vale il contrario.

La donna svela una verginità che investe più sfere della sua flebile e tormentata esistenza: «Col dito tocco la luna, | Scoperta, in cielo, per la prima volta.».

La lettura viene resa più gradevole e interessante grazie a molti “Interventi critici” riportati in fondo al testo e a un’appassionata “Presentazione” di Emerico Giachery: «il poemetto finisce di fatto per rivendicare la libertà assoluta della poesia, il suo diritto di franchigia nei confronti di meccanicistici “rispecchiamenti” tanto di moda in quegli anni»…«Il fascino dell’apparente inattualità che scaturisce da esperienze spirituali profonde e autentiche e riesce a volte a trasmutarsi in più sottile e durevole attualità, è intrinseco all’assenza di questo poemetto e non separabile dal godimento estetico che può offrire.». Ai nostri giorni troppo spesso capita di leggere poesie ispirate, per esempio, all’atto terroristico del giorno: lecito da parte del lettore interrogarsi su quanto genuine siano le intenzioni (e intuizioni) dell’autore. Poesie d’occasione, ispirate a un evento funereo o traumatico come se si trattasse di un battesimo o di un matrimonio, a giudicare dalla facilità con cui vengono stese.

In “Settimino clandestino” Dario Bellezza ha scritto: «La poesia di Piazzolla è laica, in alcuni accenti, addirittura, sapienziale, eppure spesso viene voglia di farne un uso religioso. Viene la tentazione di usarla come talismano. Trattasi di un dono immenso che il lettore non può e non deve disperdere.». Viene spontaneo aggiungere quanto scritto da Elio Pecora nella prefazione di Asterusia di Anna Filomena Santone: «Ancora la parola si staglia, commuove, scalda, prova qui che il fine della poesia è la durata: quella della pietra tagliata, del talismano che assicura e accompagna.» (non a caso, altra opera di poesia edita da Fermenti nel 2007).

Donato Di Stasi, ne “Il coro della sposa”, osserva: «La sposa demente è un unico personaggio con la funzione di coro, è una voce recitante in un paesaggio dissolto, purgatoriale, dove la natura sfuma in tonalità rarefatte e multiple…». E così annota Giovanni Battista Bronzini nella “Sposa in sogno”: «La forma dialogica renderà umano lo pseudo dialogo fra la sposa demente e il suo partner assente che è un fantasma da lei stessa creato, un essere “altro” partorito dalla follia cosciente».

Ma va tenuto presente che la protagonista, come sostiene Giuseppe Lago nella “Esegesi psichica delle Lettere della sposa demente”, «Non è»…«pazza che a una visione superficiale; non lo è certamente per lo psichiatra esperto che sa passare dal piano comportamentale o manifesto a quello più intimo e introspettivo».

Interessanti restano i rapporti intercorrenti tra il personaggio e il suo ideatore, tra la “sposa demente” e Marino Piazzolla. E tra la “sposa demente” e il partner da lei creato. Anche lei è un po’ poetessa, un po’ scrittrice, con i suoi versi, con le sue lettere, dedicate all’amante assente. Ed è reale ed evanescente, come solo lei può essere: «Un tempo sarò vera come è vero | Il sole; come è vera la mia vita.».

Il problema dell’esistenza del personaggio è qui solo in apparenza semplice. Non solo la sussistenza dell’amato è dubbia. Ma anche quello della “sposa demente”. Come ha scritto nel manuale di scrittura creativa Il dialogo Lewis Turco, ricorrendo a un significativo scambio di battute tra l’autore e il personaggio: «– Chi di noi è l’Autore e chi è l’interlocutore immaginario? | – Vuoi forse dire che pensi di essere reale e non un personaggio inventato? | – Potrebbe essere. | – E perché? | Perché questo è un libro di saggistica e parla di un argomento reale: il dialogo. | – Ma è anche un libro di narrativa su un argomento saggistico. | – Non se io sono reale – sottolinea Fred Foyle. | – Ma tu non lo sei. | Che cosa ti fa credere che tu sia reale [sic!] – chiede Fred. | – Io ho avuto la prima parola in questo libro, quindi sono la causa prima di questo saggio. | – Tu puoi aver avuto la prima parola – ribatte Fred – ma io sicuramente avrò l’ultima.»!

L’identità non di rado pare annullarsi del tutto: «Conservo in un libro | Che non apro da anni | Un mio biglietto indirizzato a te. | Non scrissi nulla, allora: | Non scrissi nemmeno i nostri nomi.».

«Quando tu scriverai | Non dirmi che ritorni; | Mandami, se vuoi, | Mandami un foglio bianco.», un foglio bianco sul quale poter leggere, scritte in bianco, altre verità, ove poter rinvenire un Quadrato bianco su fondo bianco, ove il nulla possa coincidere con la forma assoluta come nel grande capolavoro di Malevič.

Spostando di posizione i singoli frammenti si potrebbero osservare interessanti corrispondenze tra i “due” personaggi coinvolti nella vicenda amorosa, mentre le battute di questo dialogo restano distanti; così se da un lato leggiamo: «Mia figlia guarda a lungo il tuo ritratto. | Per lei non sei che un velo sopra il vetro. | Ormai da tempo è bella: | E chiama padre un albero già secco.», calandoci nell’altro punto di vista scopriamo la presunta interiorità della figura maschile: «Da tempo ho accanto un albero già secco. | Forse è lo stesso tronco che una volta | Per anni vegliò triste nel giardino | Ove tua figlia, lungo i giorni, sola, | Lo chiamò padre, e pianse.».

Quasi a uno scambio di ombre, si riduce questo rapporto amoroso (ma è così soltanto in certi momenti): «Se non dovessi ritornare»…«Chiamami per nome | Ch’io starò sulla roccia a farti l’eco: | Come quando ti dissi addio e sparvi, | Portandomi sul cuore il tuo respiro | E l’ombra tua accanto all’ombra mia.»

Recensione
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