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Da un paio d’anni a questa parte riferendosi a Oblivion si suole parlare del famoso videogioco di ruolo tridimensionale ad ambientazione fantasy che ha riscosso tanto successo tra gli appassionati (si tratta del quarto capitolo della saga The Elder Scrolls). È con Luigi Fontanella, invece, che il termine Oblivion riacquista la sua accezione e dimensione più poetica, essendo questo anche il titolo di un suo recente volume che raccoglie la produzione di poesia risalente agli anni 2000 - 2006.

Il materiale, come precisa lo stesso Fontanella in alcune note finali, non è stato distribuito secondo un ordine cronologico e in parte è stato pubblicato in precedenza. L’opera è dedicata «a Emma, ai suoi vent’anni» (in particolare si veda la penultima lirica della terza sezione); nel 1991 era già uscito un  volume di poesia dello stesso autore intitolato Parole per Emma.

Il materiale contenuto in Oblivion risulta ripartito in cinque sezioni: “Fiori”, “Intermezzo”, “Sere”, “Oblivion”, “Disunita Ombra”.

Nella prima parte viene arricchito il linguaggio dei fiori, il quale si dimostra capace di liberare immagini profumate sulle pagine, pagine che mentre vengono sfogliate paiono nascondere veline di fiori secchi: Anemone, Camelia, Dalia, Geranio, Giacinto, Margherita, Rosa canina, Violetta con leggiadria porgono il loro messaggio.

La seconda tappa è un “Intermezzo” che abbatte le barriere tra poesia e prosa. L’inizio di questa sezione genera un’atmosfera precisa, in sintonia con il dipinto di Gianni Sesia della Merla L’ultima bambola. Poi la realtà!: «Ripenso a quei giocattoli abbandonati per distrazione, o per uso consunto, in coni d’ombra domestici; vecchi giocattoli che non riemergeranno più da quel loro silenzio; giocattoli muti, non più ravvolti in fasce innocenti.».

Se, come osserva Eugène Ionesco ne La ricerca intermittente, da Croce in poi l’“espressivo” ha sostituito il “bello”, qui Luigi Fontanella, invece, con efficacia ha individuato il “bello” dietro all’“espressivo”: «Osservo un’anziana vaiassa, seduta, quasi stesa, tanto il grasso le pesa un po’ ovunque.»….«Eppure, bastò ad un tratto che sollevasse una mano, con non so che aerea grazia, e di colpo io la vidi ragazza… ragazza anche lei, gentile, forse maliziosa… forse, nelle sue verdi schermaglie d’amore» (nel frammento “(In treno)”).

I personaggi ideati da Raymond Carver, di solito, non solo non comprendono il motivo per cui qualcosa è successo ma addirittura sfugge loro persino il fatto che qualcosa sia accaduto. Luigi Fontanella, in “(a Judith, in lontananza)”, scrive: «Princeton, 135 Bayard Lane. Nulla è cambiato da allora. Ci sono passato stamattina ripercorrendo come in un film la mia permanenza in questa dimora, che lasciai venticinque anni fa.»…«Ovunque e sempre: lo stesso silenzio, l’inarrestabile frusciare della mente, lo stesso non-accadere di allora, lo stesso immenso iperbarico spazio, immobile, sull’orlo del Niente». Potrebbe sembrare, questo, un modo di vedere affine a quello carveriano ma, a un’ulteriore lettura, pare più probabile trattarsi della capacità del poeta di rivivere ogni volta, con inalterata intensità e con la stessa emozione (o con il medesimo distacco, se necessario come in questo caso), il lontano vissuto e la rappresentazione di esso.

Verso dopo verso vengono catturati frammenti di vita altrui che non lasciano indifferenti, che accomunano. Immagini lievi, come quella della pianta del cotone, cedono il passo al moltiplicarsi di voci e a un corpo frantumato eppure capace di ritrovare il proprio centro.

Una sensazione di solitudine accompagna svariati segmenti, ma pare trattarsi più di un So-stare in solitudine, “Tra competenza emotiva e competenza sociale” (famoso manuale di Psicologia di Paola Corsano – Ada Cigala, Milano, McGraw-Hill, 2004) che di un effettivo disadattamento: «Ero solo. E cercavo, in quell’essere solo, il dire della mia solitudine. In certi momenti questa mia solitudine (questa mia solitarietà) si concentrava, guardando lo specchio alla mia sinistra, in qualcosa d’ineluttabile e assoluto: un corpo supino»…«Eppure questa solitudine estrema portava con sé, tra i marginalia, anche una sua enigmatica dolcezza»…«un conforto senza riporto a null’altro che allo spettro di me stesso.».

Talvolta emerge un’inclinazione alla sinestesia: «La musica degli occhi è una moltitudine di quadri interni ed esterni di bellezza mista e distaccata.». Tra le immagini più efficaci non può sfuggire quella di un cuore di pezza che, come una toppa, accompagna un “cuore a pezzi”: «Allo Stony Brook Hospital dove il mese scorso è stato operato, gli hanno suggerito di premerlo forte contro il petto ogni volta che gli viene di tossire. Questo cuore di pezza è il suo talismano, cane fedele o angelo custode; è il suo salvacondotto, più vero e concreto dell’altro che gli hanno martoriato.».

All’ingresso della terza sezione è oramai giunta la sera, con il suo velo nero (che pare rendere ogni sera uguale a tante altre) squarciato da voci: «voci || voci di bimbi | voci | voci | soltanto voci | voci pipistrelle | voci rombi | voci carezze | in brusio radente | e infine | sussurri di seta | refoli di vento | pispigli | ansimi | aria | aria segreta | della sera imminente.».

Toni altalenanti, tra poesia e prosa, tra prosapoesia e vita, tra semplicità e raffinatezze inusuali si susseguono. L’alta densità del singolo verso incide sia a livello emotivo che razionale sul lettore, generando attese e sorprese.

È possibile intravedere un parallelismo tra i seguenti versi di Luigi Fontanella: «Mi maceri dentro, Demone Angelo, | tarlo antico o tortora tormentosa | e il desiderio brucia», e alcuni segmenti versicolari di Arrigo Boito: «Son luce ed ombra; angelica | farfalla o verme immondo, | sono un caduto cherubo | dannato a errar sul mondo, | o un demone che sale, | affaticando l’ale, | verso un lontano ciel.».

Se Domenico Cara ha scritto sui «dileggi dell’oblio delle cose che sopravvivono» (in Pietra scissa), invece Anna Achmatova affermava: «Tutto quel che vedo mi sopravviverà.»; Luigi Fontanella, dal canto suo, asserisce che «Tutto quanto abbiamo amato attorno a noi | non cesserà mai d’esistere.». Questi ultimi versi potrebbero lasciar intendere che in Oblivion si possono rinvenire pure alcuni luoghi comuni. In realtà la loro presenza è funzionale, prepara il lettore o crea un momento distensivo.

Le relazioni intercorrenti tra l’oblio e il rammentare lasciano scie roventi o impercettibili; perciò il poeta osserva: «Ricordo tutto | e questo fa del passato un filo | inerte che mi si smarrisce | tra le dita, confonde | differenze d’età | e fa d’ogni prefigurazione | la mia condizione di vita a metà.»; «il ricordo | è un sangue viola che striscia a rivoli | tra gli spacchi delle rocce».

Raymond Carver si immaginava già morto nella famosa poesia “Per Tess”, Luigi Fontanella nelle “Sere” di Oblivion: «io già morto | da non so quanto tempo, io il doppio | assassino di sempre, ma sempre | tra sogno e incoscienza.».

Frammenti fulminei sono destinati a imprimersi, oltre il tempo, nella memoria del lettore sensibile: «Fra il paralitico che stasera | nella solita viuzza spinge a mano | la propria carrozzella | e il cane che accanto | passo passo muto muto l’accompagna | per chi provare più pena | o disincanto?».

Dalla quarta sezione trae il titolo il libro. L’autore, tirando le somme di una vita, osserva:  «Fermotempo. Ora come allora. | Venticinque anni trascorsi. | Tutto s’avvicina | e già svapora. Chi sono? | Sento | soltanto il mio cuore battere ancora.». Amo dunque sono, verrebbe da dire. L’oblio non minaccia a vuoto, non minaccia senza produrre effetti; malgrado ciò, esiste un «sole | che cicatrizza | ogni dolore | ogni ferita.».

Il cerchio si chiude con la “Disunita Ombra”, ovvero la quinta e ultima sezione: «La silenziosa ballerina in miniatura | s’accorderà ai tuoi più sfrenati desideri | e risponderà muta | alle tue fervorose dichiarazioni | finché il carillon la terrà in vita | finché la tua ultima fibra | consumerà la tua polpa, finché | anche tu, sogno nel sogno, disunita ombra, | girerai su te stesso, muto, | leggero, | e come lei accondiscendente | ai lievi comandi della ricezione.».

Oblivion di Luigi Fontanella offre al lettore la non frequente possibilità di rammentare l’oblio rendendolo, anche se solo temporaneamente, sopportabile, dando colore a quel buco nero che tutto assorbe e cattura.

Recensione
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