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È già trascorso qualche anno dalla pubblicazione della terza silloge poetica di Giorgina Busca Gernetti (era il 2002), dal suggestivo titolo Ombra della sera, ma tale opera continua a suscitare interesse, il che non è poca cosa nell’attuale panorama editoriale italiano, ove ogni libro si brucia nel giro di un paio d’anni o poco più (volendo sorvolare sulle tante opere subito dimenticate). Indubbiamente tale interesse viene alimentato dai continui successi raccolti dalla poetessa, piacentina di nascita e lombarda d’adozione, che ha contribuito a forgiare molte classi di scolari con la sua attività di insegnante, svoltasi nell’arco di sei lustri, di materie letterarie in un liceo.

L’amore per i classici nutre anche questo libro, la cui tessitura risulta oltremodo raffinata per la grazia con cui la parola viene offerta al lettore sul vassoio di strofe che si inanellano l’una sull’altra in un vortice pacato, sprigionando una musica che fa dell’onda il suo naturale mezzo di propagazione e dell’ascolto e dell’ascoltarsi (la solitudine è farsi compagnia da sé) una costante irrinunciabile.

Il volume, vincitore di innumerevoli premi (incluso “Il Convivio” 2003) è stato inserito nella collana di Genesi Editrice “Le Scommesse”, nella quale compaiono pure le due raccolte poetiche pubblicate in precedenza dalla medesima autrice, ovvero Asfodeli e La luna e la memoria. Una curiosità relativa al Tramonto a Velate, opera del 1960 di Renato Guttuso che campeggia sulla copertina di Ombra della sera: Giorgina Busca Gernetti ha scelto questo dipinto, per introdurre alla lettura del suo libro, avendo avuto modo di incontrare davvero il pittore e di approfondire la sua arte.

Il percorso poetico si snoda attraverso sette tappe principali, così identificate: “I. Metempsicosi”, “II. Ombra della sera”, “III. Eros”, “IV. Elegie sicane”, “V. Il canto della terra”, “VI. Notturno”, “VII. Thanatos”. I segmenti versicolari si susseguono intensi ed emozionanti, a ogni passaggio, a ogni intreccio, a ogni respiro, grazie a un’innata capacità della poetessa di riprodurre nel lettore i fremiti più autentici del proprio vissuto, condividendoli sulla pagina nella comune esperienza, fondendo il candore della neve, la levità dei pastelli (o i colori di Monet), lo scarlatto del sangue strappato dalla spina. In una visione ove la parola, grazie al suo nitore, risalta in tutta la sua cristallinità, non priva di mistero.

Già il titolo invita alla riflessione, all’approfondimento, ad affinare la propria percezione: il nero può poggiare sul nero, creando un alone che rinvia all’invisibile, che non può venire ignorato, di cui rimane traccia. L’assenza di pigmento non è assenza. L’ombra si fonde con la sera, con la notte, scivola in essa e solo apparentemente in essa si dissolve. Tutto ciò può rammentare, per contrasto, il Quadrato bianco su fondo bianco di Malevič, ove il nulla viene fatto coincidere addirittura con la forma assoluta.

La sera svolge una funzione mediatrice: non ci si può fare accecare dalla luce del sole, ma nemmeno ci si può smarrire nel buio pesto. Antonio Gagliardi, nella “Prefazione”, osserva: «Si può fare storia anche facendo poesia se la radice del vissuto individuale trova il terreno della vita comunitaria specialmente quando la parola rinasce dalla stessa notte tragica che ha inghiottito le vite di tutti e sembrando cancellare ogni preannuncio di nuova luce. Sembrava ieri ma può avvenire anche domani.».

Quasi un Endimione che si risveglia dall’eterno sonno, nei primi versi della raccolta (nella sezione dedicata alla “Metempsicosi”), nei quali ci imbattiamo “Nella foresta delle tenebre”, un omaggio a Robindronath Tagore: «Un raggio di luce | nella foresta delle tenebre | vorrei carpire con gli occhi dischiusi | dal lungo sopore. || Abbandonarsi alla notte, | al buio della mente ottenebrata | è facile via nel dolore, | parvenza di scampo.». Questi ultimi versi hanno molto in comune con quanto scritto da Hugo von Hofmannsthal: «La gioia richiede più abbandono, più coraggio che non il dolore. Abbandonarsi alla gioia significa appunto sfidare il buio, l’ignoto.».

La poetessa ipotizza sue possibili vite future che la vedrebbero nuvola, gabbiano o albero. Anche in contesti che si potrebbero definire convenzionali, riesce a inserire elementi perturbanti; così nel «giardino abbandonato | pervaso d’irti rovi» si percepisce «il suono | rauco di rugginoso cardine» (in “Un’ape che si posa”).

Segue la seconda sezione, che dà il titolo al volume: Ombra della Sera è anche una statuetta conservata nel Museo Etrusco Guarnacci di Volterra, la cui denominazione pare addirittura vada fatta risalire a Gabriele D’Annunzio. Così scrive Giorgina Busca Gernetti: «Esile come l’Ombra della Sera | la mia identità, riflessa | nel fumido specchio enigmatico | della coscienza.»…«Forse la vera essenza | si svela nel tardo crepuscolo, | presso l’oscura soglia | della tetra notte. | Dinanzi a quel varco la mente | si desta, forse, | l’arcano comprende.». In questa parte dell’opera la poetessa ipotizza altre sue vite umane precedenti, chiedendosi se le sue fantasie non possano, in realtà, essere ricordi. “Pietruzze colorate” riportano l’autrice all’infanzia: Giorgina, sulla scia di queste memorie, cerca per un attimo di essere ancora felice. Questa poesia, con la sua attenzione implicita alla tematica del “fanciullino”, bene anticipa alcune liriche successive, dedicate a Giovanni Pascoli.

La sezione si chiude con “O cara sera amica”: «si placano le tenebre dell’anima | nell’ombra tua serena.»…«Scendi serena, ombra della sera; | restami accanto nel mio meditare | sulla mia sorte».

La terza parte (“Eros”) contiene “Esitazione”, ovvero quella che da molti può venire giudicata come la poesia migliore dell’intera raccolta: «Eri di fronte a me; eri vicino | tanto da inebriarmi | con l’ardore improvviso del tuo sguardo.»…«Perché ho temuto ciò che anch’io volevo?»…«Nella penombra del viale deserto | ti allontani in silenzio, | forse tremando ancora come io tremo. | Forse anche tu rimpiangi quell’istante | non colto per la nostra esitazione.».

Sono poesie, però, che per essere apprezzate vanno lette nella loro interezza. Non si tratta di singoli versi impressionistici, estraibili dal discorso della pagina o delle due pagine incorporate a sé dalle varie liriche. Sono cerchi appaganti che riportano, alla fine del tracciato, al loro centro, al loro miocardio. Ma, nella lettura, il cerchio va chiuso.

Nella notte si liberano voci misteriose, testimoni di sfuggenti presenze. L’anima vibra o si placa. “Verrà la morte” e “Palinodia” fanno registrare un mutamento, sotto evidenti influssi pavesiani; dapprima la poetessa scrive: «Verrà la morte: | forse avrà i tuoi occhi»; in un secondo momento, invece, ella ritrova fiducia e speranza nell’amore, malgrado l’inesorabile finale: «No, non avrà i tuoi occhi»…«Saranno teneri i tuoi occhi»…«Vedrò solo i tuoi occhi, | ultima luminosa immagine | prima del buio eterno.».

A questo punto del tracciato poetico le “Elegie sicane”, nella quarta parte, divengono le protagoniste. Non vi è aperto contrasto tra natura e artificio, in quanto pure la natura dispone di facoltà artistiche: «L’acqua scolpisce in labili forme | danzanti flessuose nell’aria; | le adorna di candida trina.» ( da “Il vento di Tindari”, in omaggio a Salvatore Quasimodo).

Rivivono tragedie greche, mentre le superbe colonne dei templi riportano le cicatrici del tempo ma anche la loro vittoria su di esso. “Selinunte” è valido esempio della capacità di Giorgina Busca Gernetti di vivificare l’antichità in una dimensione attuale di rinnovata poeticità: «la mia mente risveglia la vita | della nobile pólis, | brulicante di Greci loquaci»…«E vedo ancora i Greci | àlacri affaccendarsi | tra gómene e sàrtie nel porto».

“Il canto della terra” occupa la quinta sezione, nella quale emerge la bellezza non duratura che si trova in natura e che, talvolta, taluni stati d’animo impediscono di percepire appieno. E nella “Tempesta sul lago in agosto” leggiamo: «Sono una fragile donna che vive | nell’ostico, ferreo mondo | senza trovare una risposta | che illumini il buio profondo, | che squarci la nube del dubbio.».

Seguono poesie cariche di un forte sentimento di pietà nei confronti di un riccio caduto, di un passerotto che non si sa se domani sarà ancora vivo e se potrà cibarsi ancora delle nostre briciole di pane, e pietà nei confronti dei fiori, calpestati con noncuranza dal piede dell’uomo. La fragilità accomuna tutte le creature, tutte le cose.

La penultima sezione ci introduce nella dimensione del “Notturno” e la luna è spesso protagonista prediletta della poetessa (non a caso, spesso Giacomo Leopardi “dialoga” con Giorgina Busca Gernetti). “Parole d’ombra” affiorano, portate dal «vento della notte», in una lunga “Meditazione” che non fa temere la morte, poiché è troppo grande il desiderio di pace. Il nulla è spesso preferibile al perenne dolore, troppo di rado alternato a qualche perla di gioia.

La sezione conclusiva vede come meta “Thanatos” e introduce al nuovo millennio, anch’esso non privo di guerre, assurdità e ingiustizie. Il progresso umano rivela sempre più i suoi limiti. L’11 settembre 2001 a New York è solo uno dei tanti esempi possibili. Riaffiorano molti ricordi di guerra vissuta in prima persona, nell’età che doveva essere consacrata alle bambole.

“Piccoli afghani” trova un interessante parallelismo nella canzone presentata da Antonella Ruggiero  all’edizione 2007 del  Festival di Sanremo, dal titolo “Canzone fra le guerre”. “Schnell! Schnell!” (in relazione ad Auschwitz, 1942), invece, ha dei punti di contatto con la produzione di Giorgio Celiberti collegata ai graffiti di Terezin.

Un’accorata “Preghiera” è l’ultima poesia che si sprigiona all’Ombra della sera: «Padre del cielo, quando Tu vorrai | che risorgiamo nella Luce Eterna, | con quale corpo vorrai rivestire | le nostre luminose, pure anime? | Quello avvizzito e fatiscente | nell’età della morte, | oppure quello splendido | d’eterna giovinezza? || Oppure quale mai, | per chi ha vissuto più a lungo del padre | e per chi è nato, come me, | dopo la sua morte in battaglia? || Ti prego, Padre mio celeste, | fammi risvegliare bambina!».

A chiusura del volume sono collocate non poche pagine di “Spunti per una rassegna critica”. Terminata la lettura, l’Ombra della sera pare con noi più loquace e meno sfuggente, inchiostro di pece che tutto unisce, dopo le incomprese divisioni.

Recensione
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