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«Buttate pure via | ogni opera in versi o in prosa. | Nessuno è mai riuscito a dire | cos’è, nella sua essenza, una rosa.», così scrisse Giorgio Caproni in Res amissa; «Ti regalerò una rosa, una rosa rossa per dipingere ogni cosa», recita la canzone vincitrice di Sanremo 2007 di Simone Cristicchi.

Nessuno è mai riuscito a cogliere l’essenza della rosa, ma nemmeno nessuno è mai riuscito a trovare una definizione compiuta per la poesia. Poesia in forma di rosa, potremmo dire, volendo usare un’espressione cara a Pier Paolo Pasolini.

Non è dunque un caso se è La rosa scarlatta di Francesca di Carpinello a dominare la copertina dell’opera Per versi necessari peregrinando di Francesca Simonetti, silloge poetica composta da trentacinque liriche limpidamente ispirate, nelle quali l’autrice si dimostra capace, parimenti, di cogliere sia il reale, sia l’apatia che da esso ci distoglie (una poesia in particolare è dedicata al “Vivere non vivendo”). E con chiarezza ella ci fagocita nella complessità, con eleganza ci introduce nel suo mondo.

Proprio a “La rosa scarlatta” (omaggio “a Francesca di Carpinello”) vengono riservati alcuni dei versi più intensi: «Fra l’arco e la freccia | nel tempo s’insinua | la rosa scarlatta | ferendo lo sguardo | ispirando le menti più elette- | con i toni del sangue»…«La perfidia perversa riprova | ad estirpare l’essenza racchiusa | in tanta bellezza mentre | neppure la bestia osa infierire | sui petali tenui dai toni | più accesi-specchio del vero | segreta armonia-estremo confine- | eppure c’è ancora l’occhio distratto | che li calpesta o li deride | o peggio-blasfemo- | che li profana».

Altri versi in cui sbocciano rose sono inclusi nella lirica “A Paolo Ruffilli”: «se il vivere a lungo vuol dire distruzione | meglio sarebbe allora fiorire | di bellezza estrema come la rosa| un giorno e poi finire pungendo | quanti la calpestano passando.».

La presente raccolta è stata inserita nella “Serie blu” della collana “Oltre il sole”, curata da Tommaso Romano (anche per lui Francesca Simonetti ha concepito una lirica) e prefata da Lucio Zinna (e pure a lui è dedicata una di queste poesie). Dalla prima lirica (che dà il titolo all’intera silloge) sino al commiato persino il più lieve sussurro è d’effetto.

La poesia da parte dell’autrice viene concepita innanzitutto come forma di conoscenza e come strumento d’indagine, ma ovviamente essa resta un enigma per quanto concerne i tratti fondamentali che la definiscono: «resti pur sempre «creatura sconosciuta»»…«chiunque tu sia da qualsivoglia abisso di mistero | tu provenga» (nella “Frapposizione”).

Anche la parola presenta i suoi misteri, «nasce dal DNA già malata | e ti presenta il conto da pagare | con spese di ricordi» (ne “La parola nasce dal DNA”), però, trovando conferma nell’“Inutile attesa”, «è sempre la parola a riportarci | l’essenza d’ogni verità nella luce». E la poesia si colloca “Fra noi e il silenzio”: «Fra noi e il silenzio- la poesia- | parola o scalpello che delinea | i contorni delle cose | mentre dell’uomo scardina il sogno | e la paura». Non va dimenticato che per la poetessa “Scrivere è pregare” (ciò risulta pure da una lirica ispiratale da un telegramma di V. Vettori).

Molti versi declinano al femminile: «madri eguali nel dolore» (in “Kamikaze”); «Penelopi e pur dee | noi donne- meridiani di luce- | per versi necessari | peregrinando andiamo- | levando canti al sole e alle tenebre | i pianti- con le illusioni sparse | al vento andiamo ancora | mentre le voci si fanno preghiera | ribellione | per l’immoto marmoreo | della storia- sfinge | crudele nell’enigma- violenta- | e noi con versi necessari- morendo | e rivivendo andiamo verso la vita»… (in “Penelopi e pur dee” e con evidenti riferimenti al titolo dell’opera complessiva).

Le viscere si contraggono per i motivi più diversi: …«scavando dove non si perviene | senza il soffio dell’arte e della stessa vita | perché sgorghi dall’anima delle cose- | dalle viscere contratte d’una madre | che nell’urlo del dolore | partorisce il frutto dell’amore | per noi, mortali intrappolati | dentro uno scrigno di carne | che esige sempre uno stralcio d’infinito. | Gnósis o la parola che si fa poesia.» (in “Gnósis”); «Di tutti i nostri mali satura | la terra in un attimo s’è liberata | contratte le viscere per un veleno | d’ancestrale virulenza-acqua e pietre | divelse | e crudelmente i suoi figli furono percossi | dalle onde giganti che non concessero | la pietà allo strazio dei corpi | privati d’ogni sepoltura» (in “Tsunami”).

Molte poesie sono dedicate a poeti famosi, in un tempo tanto avaro di guide spirituali e precettori; in “Ricordando Luzi” leggiamo: …«ora chiuso il varco | della poesia sacrale- noi | orfani di maestri restiamo- | sillabe forti | e fonde aspettiamo | per ritrovare luce nel secolo | che s’annuncia- maligno-. | Resterai, Luzi, faro che splende, | nel tempo che ci attende, buio.».

Interessante un quesito posto da Francesca Simonetti: un giorno «i sogni saranno forse la nostra realtà: | rarefatto ogni altro desiderio | dimenticheremo la vita?» (l’ultimo verso qui citato coincide con il titolo della lirica che lo contiene). E a “Margine” leggiamo: «Infinito è l’amore nel reale del sogno | che ci accompagna | sulla soglia del mito | margine estremo della vita | che resta speranza- mistero | per una terra promessa | senza la fine di ogni cosa | più bella- più vera.».

Recensione
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