Servizi
Contatti

Eventi


Le Poetiche sinapsi di Antonietta Benagiano sono introdotte da una prefazione di Roberto Pasanisi (“Il mondo non sa nulla”, da un verso di Pasolini); il libro subisce subito una biforcazione, articolandosi in due parti principali: la prima denominata “Battito ampio”, la seconda “Battito breve”.

Questi segmenti versicolari pulsano e vibrano, catturando le aritmie dell’umano vivere, le intime contraddizioni e spaccature, le fessurazioni dell’anima, nell’era dei numeri trionfanti sulle lettere. Come scrive Roberto Pasanisi, «I grafici, gli algoritmi e le funzioni hanno sostituito le parole e le icone, custoditi più dai manager che dai profeti».

Nella deriva una scia invisibile, eppure percettibile, tracciata da questi versi, può venire colta e seguita dal lettore sensibile. «Ma chi ascolta il poeta?», si chiede e ci chiede il prefatore, «i cantori del nulla innalzano il loro inno alla notte, alla poesia, alla libertà». Travolti dal consumismo e dalla violenza dei mass media, persi nel labirinto urbano (chiusi tra incomunicabilità e disorientamento), continua Pasanisi, «La poetessa sa, ma chi vuole ascoltarla?».

Antonietta, forte del suo dolore, non si piega, ma dispiega nuove strade, fatte di segmenti di parole, di rette e curve che conducono in luoghi difficilmente accessibili.

L’artificio, comunque, si riassorbe con naturalezza nella varietà di soluzioni del verso; il cerebralismo, se compare, si stempera con sobrietà e disinvoltura. Si tratta di una poesia cangiante, mutevole, aperta all’ascolto, a catturare significati nascosti, sfuggenti. La sperimentazione non si fa mai sterile gioco o compromesso. La poetessa prende ugualmente le distanze da quanto conduce non di rado a uno svuotamento o depauperamento di senso, come dalle facili soluzioni (per rammentare un libro del prefatore, potremmo dire ormai sono Le «muse bendate»: la poesia del Novecento contro la modernità).

Ella mantiene una continuità di discorso, e pensiero, tra le pagine che si susseguono, innervando la sua costruzione poetica di associazioni inedite. Si coagulano versi risentiti, aspri, non rasserenanti, nei lucidi ragionamenti. La trasmissione dell’impulso nervoso avviene tra verso e verso, tra frammento e frammento, tra poesia e poesia.

Lo stile subisce continue metamorfosi: Antonietta Benagiano a volte lavora di cesello, a volte si fa magmatica, comunque sia, sempre pregnante. Fa fremere l’incipit dai toni classici, l’arma dell’ironia crea stacchi, strappi, salti, mentre da un lato c’è l’eternità cui tendere, dall’altro il nulla, il bianco dell’assenza, il baratro del vuoto.

Nella “Premessa” l’autrice sottolinea come al giorno d’oggi importi più l’apparire, l’essere ascoltati (o osservati), che non l’essere compresi. La parola, di conseguenza, è stata svuotata della propria vitalità, funzionalità, ridotta a involucro del vuoto, mero suono che deve stupire, colpire, fare spettacolo, performance, ma non comunicare. Autori illustri si sono asserviti a un ulteriore “sistema”.

Nell’era tecnologica e narcisistica, i problemi più gravi che hanno sempre dilaniato l’umanità e il creato non sono stati risolti. La poesia può ancora aprirsi un varco, aprire un varco.

Molta critica attuale ha trascurato i contatti tra l’opera e il mondo esterno (concentrando l’analisi sulle relazioni pretestuali e infratestuali, come approfondito da Franco Ferrucci), ma l’opera d’arte e l’opera letteraria si nutrono dell’altro da sé.

La comprensione auspicabile non riguarda l’opera nei dettagli: ed ecco che le Poetiche sinapsi non vanno scisse in singoli frammenti, ma assaporate nell’insieme, oltre i limiti delle singole pagine, nella fusione dell’una nell’altra. Come osserva Gabriella Sica, non è importante capire la singola parola, ma lasciarsi trasportare dalla musica che promana dalla poesia, dal ritmo.

Dall’iniziale ossimoro di una “Immortalità mortale” alla conclusiva “Inadeguatezza” di versi poliedrici che via via si susseguono, la poetessa invita e guida il lettore oltre le apparenze, infrangendo il velo che oscura la visione, nella ricerca di «un pianeta che accolga me esule», srotolando «papiri d’inerte giustizia ed eguaglianza ovunque | a beffa moltiplica.».

Ci troviamo di fronte all’«uomo post | neurone disidratato», essere che imprigiona la sua “Sub-anima” in «Teoremi/protesi al lungo malessere». Quest’uomo ci ricorda il «ben pettinato cadavere» cariano.

Travolti dai flussi dell’incessante divenire, tra le ceneri lasciate dalle continue metamorfosi, “Il Verbo è morto”, ma l’arte non è morta, non davvero, malgrado sia agonizzante da (troppo) tempo.

È un’epoca di “Stasi”: «Locomotive ferme… || svanito il conducente l’albero e l’anima || Carogne deragliano nella nebbia | lame l’un l’altro brandiscono i distorti crani. || Andranno mai verso la luce?».

Incisiva, la poetessa, soprattutto nel finale: «Chimere d’umanità disacconce sinapsi»….«al putridume altri s’adeguano camaleontica | normalità anormale che t’esclude» (concetto questo caro all’autrice: cfr. Anormalità normale, suo libro uscito per i tipi di Besa Editrice | Premio Internazionale di Poesia e Letteratura “Nuove Lettere” 2007).

Sono versi capaci di tenere insieme gli opposti, di concentrarli in un unico punto catalizzatore. Il tutto mentre «L’uragano sfascia il tetto», «una folla inossidabile | si scontra scambiandosi sorrisi».
Recensione
Literary © 1997-2019 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza