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Nella Collana di poesia “Anamorfosi” delle Edizioni Tracce, introdotta da una prefazione recante la firma di Dianella Gambini, è stata inserita l’opera prima Silentes anni di Angela Ambrosini, ma la poetessa aveva già all’attivo sue creazioni su altri versanti.

Autrice di racconti, ella è anche traduttrice, il che si riflette in scelte lessicali raffinate, in una nitida messa a fuoco delle immagini, nella capacità di “pesare” e soppesare il singolo vocabolo, catturando le incognite del significato.

Chiarori invernali («Entrato è l’inverno»; «Com’è sereno l’inverno | in questa terra | che inespressa vertigine | etrusca | affonda e smaglia»; «Dicembre della tua stagione») si riversano in versi depurati e rarefatti. I colori dell’inverno, preceduti dai toni caldi dell’autunno («Garrisce l’autunno | su zolle di luce.»), accompagnano la «Serenità di morte» che è l’«ultima gioia» (Salvatore Quasimodo). Tonalità grigio perla si liberano da questi segmenti versicolari.

Afflizione viene generata dall’azione corrosiva del tempo che passa, inesorabile. Si cerca un varco tra le macerie, tra le rovine, un appiglio sulla zattera della poesia, il luogo che concentra in sé tutti i luoghi, tutti i nonluoghi. Occorre investigare, intrufolarsi «negli spazi del tempo», mentre «Scolora l’aria | nel lamento di un altro giorno» che muore, che sfugge.

Gli anni silenti conducono ad amare constatazioni, a un’acre (in quanto tardiva) consapevolezza: “Tutto quello che ho imparato”…«prima vorrei fosse stato, | negli arpeggi | della gioventù, | nel tempo che il tempo ignora.».

È un cantare sobrio ed elegante, quello di Angela Ambrosini, una poesia che non di rado si fa preghiera, nell’intensità di frammenti che talvolta si distendono in ulteriore ampiezza, ma in un costante dispiegarsi di versi controllati, misurati, mai debordanti.

La dimensione privata degli affetti sfuma in reminiscenze («Immutabile | sia d’approdo | il ricordo»), memorie affioranti da sensazioni che permettono una ricostruzione dei Silentes anni, rievocati attraverso i luoghi cari, come la Toscana con le sue bellezze naturali e artistiche, o la Dalmazia («tanto tempo è passato | che quasi mi sorprendo | d’esser stata bambina.»). Pause di silenzio accerchiano il ricordo: «aspiro al ricordo | di densi gerani e rose ai cancelli, | ai bianchi cortili di risa colmi.».

La poesia consente di tamponare l’intima ferita, di arrestare in parte l’emorragia interna, mentre affonda la carne nella terra, nel silenzio. Consente di ovattare il dolore, di mettere a tacere la voce che incute timore. Anche se solo per un attimo. Consente un ulteriore passo, prima della paralisi.

La casa della poesia è costruzione che resiste ai terremoti, che rinasce dalle sue ceneri, che ricompone le proprie macerie. E, nelle liriche di Angela Ambrosini, frammenti d’eterno vengono fissati, per un attimo, come diga che sbarri la furia dell’incessante divenire: «Paese d’agave, | incidi memorie | di volti perduti.»…«perfezione di luce | s’effonde | che nulla infrange, | nulla muta.»; «Svanita è al primo fiato: | così la vita tua | posata | su un grano d’eterno.»; «è sempre nostra questa notte di marmo | ferma e perenne sotto coltri di stelle | che il pensiero dilata oltre quel punto | a trafiggere il velo cobalto del cielo.».

Recensione
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