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Tra “Poesie e Disegni”, all’insegna dell’azzurro (colore che avvolge e favorisce un’immersione da parte del lettore in una dimensione onirica, dalla copertina all’evidenziatura di quelli che sono i termini chiave nella poetica dell’autore), si snoda il percorso tracciato nella Sognagione di Guglielmo Peralta.

Il poeta rivisita la parola inondandola di luce («l’implume | parola | culla | il suo | volo»), inseguendo un «sillabario celeste», nelle cui costellazioni «nasce | la parola cometa». Vocaboli di nuovo conio sono cristallo prezioso di versi la cui peculiarità fondante trae linfa da un solido sistema filosofico, da una chiara visione del mondo e delle sue potenzialità.

Ed è proprio “L’albero della visione”, dopo la prefazione di Franca Alaimo, a introdurre alla lettura: «Dammi Signore | la mia cecità | quotidiana | affinché io possa | mangiare | dell’albero | della visione». Risulta evidente come talvolta i versi possano frantumarsi per raccogliere la singola parola, esaltarla nel suo distacco dalle altre cui tende, lasciandole un suo spazio sacro, un respiro che dia chiarore a quanto la circonda. E, in tale contesto, la punteggiatura si fa superflua, rinunciabile.

Nei giochi di luce e ombra, chiari e scuri, bianchi e neri, nelle alternanze e intermittenze del giorno e della notte, tratteggiano un disegno sotterraneo, delineano i tratti salienti della percezione.

I luoghi comuni ubicati tra cielo e terra trovano nuove impronte descrittive, rappresentazioni interpretative peculiari di Peralta. «Soaltà», suo neologismo, è «Fusione di sogno e realtà», concetto che ci guida nell’accostarci alla sua produzione in versi. Approfondendo questa concezione egli, nel mese di dicembre del 2004, ha fondato la rivista monografica “della Soaltà”, cui sono poi state dedicate importanti presentazioni (tra le altre spiccano quella ospitata dalla Fondazione Lucio Piccolo e quella organizzata nello storico locale delle “Giubbe Rosse”).

La “Sognagione” rappresenta la «Piantagione (o stagione) dei sogni», ove incontriamo «l’agricantore» e i «frutti | sonori». E dai suoni si sprigionano colori, sinestesie, fasci di luce che proiettano in varie direzioni.

Peralta propone un ruolo attivo al poeta, la cui capacità di fondere sogno e realtà non va disgiunta dalla capacità di concretizzare, oltre a reificare, i contenuti, i materiali, della trama onirica. La bellezza e l’arte non vanno scissi dalla sfera etica; possono convivere con la quotidianità.

Fëdor M. Dostoevskij, nel Discorso su Puškin, scrisse: «La bellezza salverà il mondo.». Anche Giovanni Paolo II si era più volte soffermato su questo concetto, sottolineando in particolare come la bellezza sprigionata dalle parole possa salvare il mondo. Guglielmo Peralta si pone su tale solco.

I legami tra microcosmo e macrocosmo affiorano di continuo, tra illuminazioni e rivelazioni («le sinergie | celate»). L’unità del creato trova riflesso nella completezza di anima e corpo, anche nel più piccolo essere.

I versi vengono offerti con umiltà, come pane e vino, poiché «il linguaggio | è una vendemmia | di stelle per l’ebbrezza | del mondo». E non vi è limite al numero di lingue in cui si può sognare.

Serenità promana da questi versi intrisi d’azzurro, d’interiorità. Simboli cristiani («E la parola | è il golgota | e il sogno | la sua croce», nel “Messia”, accostato al poeta in modo ardito) vengono incorporati nell’anelito a una cooperazione universale (le brevi note, sapientemente dosate, sono un segno del tentativo di ulteriore avvicinamento al lettore, non di rado sfuggente), per una possibile palingenesi.

Recensione
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