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Nei versi di Marino Piazzolla si incastrano le sfuggenti geometrie del reale, le mutevoli impressioni del momento, le pulsioni minime mentre, all’interno della rappresentazione, la parola, seppur priva di sbavature, vacilla.

Nella Collana “Letteratura internazionale” di Fermenti, Sole metallico, morbide lune traccia un interessante percorso antologico all’interno della produzione del poeta. L’introduzione reca la firma di Donato Di Stasi, la traduzione è a cura di Crescenzio Sangiglio (è nato in Grecia, a Salonicco, dove tuttora risiede). Antonella Calzolari, invece, è l’autrice di un intervento critico sull’opera Lettere della sposa demente.

Nello iato esistente tra il poeta e il resto del mondo, Donato Di Stasi individua tre peculiarità in merito alla produzione di Piazzolla: una poesia aurorale e una rifondazione dell’io, la passione platonica dell’assoluto, la creazione del personaggio lirico, congiuntamente a una svolta espressionistica.

Il percorso si apre con una selezione dalle Lettere della sposa demente (1952; per questa sezione d’apertura, rinvio alle considerazioni contenute in un mio precedente saggio: forse l’opera più originale e più conosciuta dell’autore.

Segue la selezione ricavata da Gli anni del silenzio (1972), versi nei quali si respira un’atmosfera d’abbandono, ma nel tessuto poetico pulsano talvolta isolate scintille, seppur quasi impercettibili in taluni frangenti: «Si passa nel tempo | con le mani e gli occhi | pieni di terra»; «troverò, | sull’alto del balcone, | tra mille e mille lumi | affacciata una rosa e più nessuno»; «I miei vestiti vuoti, | nel vecchio legno buio dell’armadio, | dovranno, anch’essi, sognarmi»; «vieni senza valigie, senza doni | come quando partisti».

Il viaggio continua tra i versi scelti di Sugli occhi e per sempre (1979): «Prima della parola c’era l’aria | Con tutto il colore di Dio | E tante carovane di nubi».

Tra echi di Majakovskij («Al posto delle vertebre un flauto | Che dentro mi suonava a memoria»), vengono tratteggiate amare riflessioni sull’esistenza del poeta, «vecchio di millenni»: «i poeti sono gli ultimi a sapere | Di vivere alla rovescia»…«Da fanciullo in verità | Vidi gigli fioriti immensi sullo sterco | Così la vita è concime | Per poche parole buone | Che straziano la voce all’improvviso». Fabrizio De Andrè replicherebbe che dai diamanti, invece, non nasce nulla...

Tra i versi più vibranti, quelli dedicati a Corrado Govoni, in una molteplicità simultanea di toni, umori, sfiorando «l’ombra d’un’ombra»: «Si burleranno del teschio | i fili d’erba»; «Vorrei sentirmi morto | come il tronco in fondo alle fiamme»…«e la bocca chiusa come una cicatrice».

La parte preponderante, oltre alla sezione iniziale, spetta a I detti immemorabili di R.M. Ratti (1966).

I luoghi comuni vengono rivisitati e rielaborati, talvolta lasciati a un livello base (per lo “Smarrimento”: «Sono due giorni che mi cerco. Non ricordo più dove mi sono messo»; per la “Poetica”: «Tutto è stato detto con parole belle. Non resta che dire tutto con parole vere»), talvolta rovesciati volgendo in diverse direzioni.

Tra le mutevoli forme che assume l’identità e gli errori anagrafici possibili, ci può essere un “Brutto risveglio” a seguito di un bel sogno: «Ho sognato che diventavo cane. Ho talmente abbaiato dalla gioia, che mi sono svegliato».

Emily Brontë scrisse: «Era già amaro pensare che l’umanità | Fosse insincera, sterile, servile; | Ma peggio fu fidarmi della mia mente | E trovarvi la stessa corruzione»; sulla stessa scia, Marino Piazzolla: «In ognuno di noi c’è un prete, un questurino, un caporale, un generale, un tiranno, un ipocrita, un assassino, un traditore, un tradito, un inquisitore, un porco e, in fondo a tanto letame, la piuma di una colomba che stenta di volarsene» (dai “Motti e mottetti di R.M. Ratti”).

Chiude la raccolta antologica una selezione di versi dall’opera Il pianeta nero (1985): dal “Proclama d’assedio” («Dai loro Bunker – | dove il sole ha freddo – | i funzionari dell’odio | dànno ordini esatti: | occorre uccidere, uccidere, | uccidere anche la morte») alla “Lettera ad Alexander Solgenitsin” (il monito di Alexander, Vivere senza menzogna, attecchisce in questi segmenti): «Sul pianeta c’è un boia. | E un boia, tu lo sai, se non uccide | accusa l’uomo – amico del Figlio dell’uomo – | d’un crimine inesistente. | Amare l’uomo, dunque, oggi è delitto».

Sole metallico, morbide lune rappresenta solo uno dei tanti possibili percorsi all’interno della notevole produzione (non solo poetica) di Marino Piazzolla.

Di sicuro un’importante iniziativa per preservare e tramandare un’opera così ricca, sfaccettata, sempre degna di ulteriori approfondimenti.

Recensione
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