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Talita kum

Il titolo dell’opera edita nel 2000 per i tipi di Polistampa di Firenze di Mario Sodi Talita kum in aramaico significa “Fanciulla, io ti dico, alzati!” (Vangelo sec. Marco, 5, 41). Il volume, a cura di Franco Manescalchi, si articola in tre tempi: “Il tempo della terra” (con riferimento a Federico Garcia Lorca), “Il tempo del fuoco” (con riferimento a Charles Baudelaire) e “Il tempo del cielo” (con riferimento a Giuseppe Ungaretti).

Si tratta di versi costantemente intrisi di fede, ovvero di versi che fanno convergere i motivi del dissidio verso un rigenerante principio unitario di armonia. Le dimensioni di terra e cielo si sovrappongono in un continuo intreccio, al punto che, attimo presente ed eternità, paiono fondersi in una comune prospettiva rasserenante.

L’evoluzione del percorso esistenziale e di quello poetico richiede periodiche verifiche. A tal riguardo, in relazione a questo libro di Mario Sodi, Mario Luzi ha scritto: “Lei ci trattiene con bei fiori e germogli ma ci avvia a un incerto territorio dove tutte le esitazioni sono legittime: quello della giustificazione del nostro fare, quando facciamo poesia, del nostro chiedere alla poesia un chiarimento credendo e non credendo che possa darcelo.”. Anche le seguenti parole di Paul Gauguin possono aiutarci ad avvicinarci a questa lettura: “Io dipingo e sogno nello stesso tempo, senza pensare ad alcuna concreta allegoria mentre lavoro” … “Ho tentato di dare forma alla mia visione” … “senza ricorrere a suggestioni letterarie e con tutta semplicità”. Ciò non significa che con Talita kum l’autore si sia limitato a un livello base di comunicazione, a un livello immediato. Tuttavia le complessità e i vari e stratificati elementi compositivi vengono riassorbiti in una certa visionarietà dotata di una aerea leggerezza.

Alcune poesie rimandano all’opera precedente Il campo del vasaio, e sono risultato di ulteriori riflessioni, maturate nel corso del tempo, su temi ricorrenti e sulle loro possibili soluzioni formali, che, alla luce di modifiche più o meno lievi, acquistano nuova veste e ulteriore significanza, per la possibilità della mente di seguire al tempo stesso direzioni anche divergenti.

Tra le presenze che animano questi versi, si rammentano la figura della madre, i bambini con i loro giochi, i loro palloni e aquiloni, i poeti feriti, i rossi gerani.

Alla sensazione di vuoto, generata da interminabili attese che qualcosa accada e da una solitudine sempre più diffusa, si può porre rimedio facendo ricorso alla capacità di sapersi immedesimare negli altri e nelle loro miserie, sentendole veramente come proprie: “Un sorriso / di pianto / è in te piccolo clown” … “il tuo piantosorriso / è la mia storia”. In questo modo si evita che la propria storia diventi un’inutile storia, e che il proprio tempo e i propri talenti vengano sprecati.

Occorre prestare particolare attenzione alle fragilità, nostre e altrui. Poiché soltanto nell’interconnessione, nella intricata rete di relazioni con il prossimo, risulta possibile tratteggiare la singola identità.

La memoria, spesso fonte di lacerante dolore e di solitudine invincibile, è risorsa irrinunciabile, vertigine e sangue: “Solo, cerco / nella memoria i tuoi sandali rossi / su queste pietre vuote”. E anche se “non è più il tempo / dell’altalena fra i rami”, gli stessi luoghi e oggetti mantengono una loro utilità, perché “basta / questo ciuffo fiorito senza nome / tutto per me / miseria e smisurato smeraldo”.

Dunque, ricorrendo alla sensibilità del poeta e alla purezza dello sguardo, risulta possibile apprezzare la preziosità di ogni presenza, mentre nulla è, o può essere definito, banale.

Tra le immagini più felici di questo libro, possiamo rammentare i seguenti segmenti di versi: “Apre la melagrana il mio bambino / sorridente: il suo corpo è un’armonia / di rubini come astri nel gran cosmo / dove tutti hanno un Fuoco ed una Casa.”. E ancora: “È la vita sospesa melagrana / dove ognuno sta solo e separato / dagli altri da una pelle amara: eppure / lo stesso ramo tutti ci sostiene.”. Inoltre, a ribadire l’importanza di non dare mai nulla per scontato, di saper apprezzare le potenzialità anche più nascoste, dimostrando sempre gratitudine: “Sul vecchio melograno vive un frutto / abbandonato dai raccoglitori. / Questa aggrinzita forma che non piacque / nascerà nuova pianta a primavera.”.

Dunque, non solo la forma perfetta della rosa merita cure e attenzioni. E, mentre da un lato non va ignorata la bellezza dispensatrice di armonia, dall’altro occorre tenere sempre ben desta la propria sensibilità, per cercare di non fare alcun torto a nessuno, poiché se è possibile “intrecciare la corsa fra i filari / con le ragazze labbradimosto”, non va ignorato, al contempo, quel “filo di sangue che cola al fagiano / schiantato a valle”.

Recensione
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