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Giuseppina Luongo Bartolini, ideatrice di "Beneventopoesia"e tra i fondatori del "Gruppo Franco" per la diffusione multimediale della poesia, non smette mai di stupire nemmeno il lettore più preparato. Ella continuamente stimola i sei sensi (considerando come "sesto senso", secondo la definizione di Domenico Cara, il cervello) di chi si accinge alla lettura dei suoi versi, conglobando in poco spazio mirabili metafore e ricorrendo all'ausilio di una scarsissima, quasi assente, punteggiatura.

Nella terra di frontiera, ovvero nella Terra di passo, come sottolinea nell'ampia prefazione Sandro Gros-Pietro, l'autrice si colloca nel filone dantista (non a caso la prima parte viene introdotta da un verso di Dante dell'"Inferno" e la seconda parte da uno del "Purgatorio"), dimostrandosi sempre impegnata a narrare la storia del mondo, ovvero dell'uomo e della sua ricerca di verità, e mediando tra filosofia e religione con perizia.

Sandro Gros-Pietro individua il punto nodale di questa poesia: "Se il nostro tempo è, per lo più,  ancora fermo alla registrazione anagrafica della morte di Dio, Luongo, in un disaccordo di anticipazione rispetto all'abitudine imperante del momento storico, ha preso buon riscontro dell'avvenuta resurrezione e della risalita all'altare di Cristo". Soprattutto occorre osservare che "l'approdo alla purezza estatica della visione poetica è raggiunto servendosi della immediatezza caotica della vita. La vita è usata come terra di passo, come attraversamento necessario".

Si avverte, in questi versi assimilati a una possibile forma di diario, l'irruenza e la spontaneità dei disegni preparatori rispetto ai dipinti, degli abbozzi rispetto alle forme finemente levigate. Ma anche gli appunti, se appartengono a un spirito eletto, non si presentano in modo scomposto o con infelici distonie. Alcune associazioni, come in un possibile flusso di coscienza, ci trovano impreparati ma, senza orpelli esornativi che possano infrangere la nostra attenzione, veniamo spinti sempre oltre nella lettura. Impattiamo in improvvise maiuscole, arrestandoci solo per una brevissima pausa, per ripartire subito dopo e ritrovarci ancor più coinvolti in questo dialogo con quanto ci sovrasta, con le nostre origini, con il nostro destino.

La poetessa riversa la sua esperienza terrestre e celeste in 167 stanze che compongono un lungo poema, i cui frammenti non recano titoli. Ci si abitua subito all'assenza di punteggiatura, lasciandosi guidare dal suadente ritmo. Pertanto, quando ci si imbatte in una virgola, viene da chiedersi se non si tratti di una svista. E ci si pone il medesimo quesito quando, a fine frammento, all'improvviso viene a mancare il tranquillizzante punto che, di solito, chiude momentaneamente ogni singola stanza e che, di norma, risulta assente prima dell'arrivo di una maiuscola all'interno del frammento. A tal riguardo può ritornare alla mente una frase contenuta nei Racconti completi di Babel (spesso citata da Raymond Carver ai suoi allievi): "Non c'è ferro che possa trafiggere il cuore con più forza di un punto messo al posto giusto." Comunque, Giuseppina Luongo Bartolini sortisce un simile effetto non soltanto per l'ubicazione dei punti che utilizza. Di conseguenza, resta difficile decidere a quali versi dare la supremazia.

Per sviscerare il suo rapporto con Dio che, per quanto solido, non cancella le contraddizioni della vita, riportiamo alcuni segmenti particolarmente rappresentativi. Inesorabili si insinuano le domande che tutti ci poniamo (pure il punto interrogativo si fa superfluo e scompare): "Signore | che farai a coloro che ammanti | del tuo rancore e del tuo debito | eterno se a questi che tu ami | e santifichi appresti volentieri | lo sputo dei passanti e del silenzio."; "ha un grido di rovescio | il cataclisma divino la mora | delle domande e del silenzio"; "nell'alveare imprendibile Dio che | rifuggi dalle tue creature i passi | ne scaraventi tra le froge di abissi | incustoditi ne martelli su incudini | di fuoco le povere membra attendi | la resurrezione della carne sotto i | tuoi stessi micidiali colpi di scure."

A volte prevale la stanchezza fisica e interiore: "Signore non ho più forze da | opporti né grano né loglio | da discriminare da offrirti nella tasca"; "Non sfuggiremo al morso delle belve | in forma di guardiani i sette peccati | capitali hanno staffili marcati a fuoco"; "Contemplo la solitudine dell'uomo | Dio di tutti gli Dei dinanzi allo | scempio ed alla morte un cammino | prescritto esorcizzato dai riti della | fede sorretto dai taumaturghi della | speranza nel corpo che quattro assi | sorreggono".

Comunque, la fede sprona a combattere per le giuste cause, a dispetto dei tanti momenti di sconforto: "né fucili né esplosioni | di bombe fermarono il mio passo fra i | caduti reggevo il mio carico fino ai gradini | sbrecciati dell'altare", ma "Né figlia né madre né moglie né | amante libera dall'anagrafe | e dagli elenchi scolastici ch'io | semplicemente umana mi sia".

La sfera del lutto investe le private memorie: "Madre della mia antica solitudine"... "nel viatico solitario la tua | sorveglianza gelosa sul mio destino | che neppure tu avresti potuto mutare". "Di quella nidiata non altro che lastre | tombali nel modesto giaciglio | serbatoio di piccole memorie domestiche, | nel viale alberato del cimitero".

Ma sempre "Baluginano sulle coste dei deserti | immagini d'ombre svanite se nulla | si crea e nulla si distrugge" e "nel fondo | dell'anima l'oscura traccia accumula | onde di tenere fiamme dove il buio è | più acceso d'un fuoco che non spegne."

Recensione
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