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Tra segni e sogni è una recente pubblicazione di poesia di Giovanni Parrini, insolita silloge inserita nella Collana “Pretesti” curata da Anna Grazia D’Oria per l’editore Piero Manni e prefata da Maurizio Cucchi, il quale pone l’accento sul fatto che vi siano “Più segni che sogni” in questo libro, malgrado il titolo possa lasciar intendere diversamente.

Introducendo ai suoi versi, l’autore spiega: la presente «raccolta di liriche fa parte di un “progetto letterario”, nel quale la forma poetica, ed i suoi spazi, sono pensati come anello di collegamento tra l’aspetto epistemologico – ovvero nitido, ma anche inevitabilmente freddo – del reale, e quello estetico (nel significato greco del termine), dove invece prevale una visione d’insieme e nel quale penso che, in certi termini, il sogno giochi un suo ruolo piuttosto importante.» In tale progetto vengono rivisitate le dualità realtà-parola, sostanza-forma, ethos-eros, non di rado fonte d’angoscia.

Jorge Luis Borges così scrisse: «Se il lettore sente che lo scrittore sta mentendo, depone il libro. Se il lettore sente che il sogno risponde a un sogno reale, allora continua a leggere. In questo modo per me si fa letteratura: sognando con sincerità.» Tali considerazioni possono valere per qualsiasi poeta, però è anche vero che Giovanni Parrini dispone di un intelletto sempre attento dal quale derivano lucide poesie, dai bordi ben definiti (non a caso vengono riportati i seguenti versi dell’illustre prefatore: «Ho un cervello meccanografico | verde, argenteo, mirabilmente minuzioso | e munitissimo, espandibile, ergonomico | con prodigiosi allestimenti di piastrine…»), mentre il sogno non dà le risposte cercate.

L’autore, stabilendo subito con il lettore un rapporto non amicale e cercando di indurre alla riflessione, di provocare un attrito nella ruvidezza dei modi, un urto nell’asprezza del dire, dimostra come la poesia sia uno strumento di conoscenza («l’ampia ferita della conoscenza») prezioso e insostituibile (non, quindi, l’autonomia dell’arte rispetto alla realtà), che non deve assecondare il fruitore, lasciando comunque intatta la dimensione enigmatica malgrado il predominio del metodo scientifico di osservazione («Ed era questo dunque lo scenario | d’enigmi senza fine»; «Mistero gli elementi, | della reazione cosmica, | che non ha mai un bilancio | definitivo, mai!»).

A ridosso della conoscenza fa la sua comparsa il minaccioso “nulla” («La grandiosa | stoffa che veste il nulla lo tradisce»), nella «cecità del caso»: «Essere al laccio della sensazione, | non più di questo poi | ci è dato: non sapere cosa sia | il sentimento, | la voce che ci dice “attenti al fuoco | della bellezza”». E,  con disincanto, il poeta deve constatare che non ci sarà «nessun progresso: da dolore | e amore nascerà | dire d’amore e di dolore».

L’opera Tra segni e sogni si contraddistingue per complessità. Come scrisse Charles-Louis de Montesquieu, «Non bisogna mai esaurire un argomento al punto che al lettore non resti più nulla da fare. Non si tratta di far leggere, ma di far pensare.». La silloge di Giovanni Parrini offre pure l’occasione per riflettere sulla differenza che intercorre tra ciò che è “complesso” e ciò che, invece, è solo “complicato”: «ognuno dei sistemi complessi adattativi autorganizzantisi mostra un tipo di dinamica che lo rende qualitativamente diverso da oggetti statici come i chip dei computer o i fiocchi di neve, che non sono complessi ma soltanto complicati.»…«il caos di per sé non spiega la struttura, la coerenza, la coesività autorganizzantesi dei sistemi complessi. | Tutti questi sistemi hanno invece acquisito la capacità di conciliare ordine e caos in un particolare stato di equilibrio.» (da Morris Mitchell Waldrop, Complessità – Uomini e idee al confine tra ordine e caos).

Il poeta ci ammonisce: «Ci tiene attiva la soglia del senso | tale sale complesso», mentre persistono contraddizioni e paradossi.

Giovanni Parrini indaga la realtà fisica con lo strumento poetico, però la scienza e l’universo non ci offrono certezze («L’invenzione del mondo non è limpida | c’è qualcosa di storto»). Sin dalla prima lirica l’autore, senza mezzi termini, sbatte in faccia al lettore la sua drammatica condizione: «Senza un dove, | né un quando | ma dappertutto, al termine di questo | appuntamento al buio | ci deve essere un volto, | estremo, unico ai volti, un solo intreccio | di materia e di forma, | un punto in cui anche l’ultimo diaframma | tra verità ed errore, | tra nome e cosa, infine, si disintegra.»

«È l’arte dell’esistere»…«nascondersi nei dubbi del modello»; «Da speranza a incertezza, | mutano tempo e spazio d’azione, | mentre il viaggio prosegue, | s’interrompe più volte per trovare | un centro più centrale | del precedente»…«Ma un attiguo apparire, | preme di qua, deborda, annebbia, assorda | il cuore che non sente | d’essere il centro lui, in lui il molteplice.».

Malgrado la varietà dei toni, non prevalgono né quelli alti, né quelli bassi, mentre gli interessi dell’autore si diramano in varie direzioni, non soltanto letterarie, come dimostra l’ampio ventaglio di citazioni proposto.

Ai “segni” vengono dedicati i seguenti versi, sufficientemente chiarificatori: «Tutto l’altro possibile | resta, fiorendo, in fieri, tutto bimbo. | Lo sguardo ancora tenero | include il fuori, ignoto: nella stanza | morbida, entrano mondi | che stanno ai termini, del gioco, segni, | sgorbi, tracce sull’album, creazioni | che a tratti sono, che a tratti non sono | che lacrima, sorriso, gota rosea, | fiume di paroline, | pensiero che è in sé germe, | altro fuori dal tempo che sarà, | pagina dopo pagina, | sempre più chiuso nell’ambra del senso.» Di conseguenza il poeta si trova costretto ad ammettere: «meglio se | fossi rimasto coi miei giochi, in nuce, | non fosse sovvenuta, | frazione tra frazioni inutilmente, | la mente mai a reggere | la condanna d’intuire fin là, | dove il rigo diventa evanescente | e il dettato s’oscura.». Ancora sul “segno” leggiamo: «Laddove ormai lontana dal suo suono, | da labbra, da papille, da saliva, | libera dal segnale, dove posa | nell’abissale buio dietro la fronte, | la parola si lega a ciò che sempre | gli si nega dicendola | – l’altro da sé, il possibile – | e in quel regno grigiastro | è l’indicibile, | il segno che significa di più, | del suo uso di gesso, e vola via, | silenzio, a collimare col creato.».

Tra le forze dominanti ritroviamo Eros, «lui, che alla fine, ha vinto, e vincerà | sempre imponendo la sua legge aspra | di sangue, di passioni, | su quella così tenera, trasparente dell’anima.», sulla scia delle antiche teogonie e del Caos primigenio da cui si è originato.

Incrociando il “segno” con il “sogno”: «Meglio fermarsi un poco | dove la penna indugia, e lascia correre | il pensiero più avanti, | fino ad un punto intatto, immaginato | dove riposa quello che sarà | tutt’uno, volo ed ala, nido e nuvole. | Se non che nel periodo, | stremata la “e” fantastica, | la copula mancò tra il segno e il sogno, | tra il passo ed il trapasso: era già solco, | il rigo, era memoria | che andò, precipitando, in una bianca | voragine, con me.».

Recensione
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