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Veramente quest’uomo

L’autore di Veramente quest’uomo, Carlo Giacobbi, è saldamente sorretto dalla fede, come dimostra anche questo suo libro, che si colloca nel filone tradizionale della poesia religiosa, ovvero nel solco della poesia cristiana.

La trama della “narrazione” ricalca fedelmente la successione degli episodi proposti dalle sacre scritture. Il racconto evangelico, le parabole, i profeti, ogni elemento costitutivo del presente volume, rinvia a una concezione precisa della poesia e, di conseguenza, l’autore si mantiene costantemente attento all’uso della parola in funzione del messaggio che intende veicolare.

Nell’ottica del dualismo, della lotta tra luce e ombra, ovvero tra bene e male, occorre annullare la propria dimensione individualistica e l’egoismo, per rendere possibile un reale e concreto avvicinamento al prossimo, e a qualcosa che sia davvero più grande di sé, un avvicinamento a un dio che ogni cosa unifichi e che conferisca senso a ogni singolo respiro.

Dunque, la parola conduce a una dimensione di accoglienza e apertura, di amore e comprensione, che può abbattere ogni limite o barriera.

L’auspicata guarigione, però, deve avvenire su più piani, su più livelli, poiché la sofferenza investe non solamente tutti i sensi e il corpo, ma soprattutto la mente e l’anima («Solo dall’intimo / procede la corruzione, il contagio / del male.»).

L’autore si pone al servizio della sua missione, quindi si mantiene umile e la sua presenza risulta discreta, come lo sono le note della musica che scaturisce dai segmenti, dalle sequenze di parole scelte allo scopo prefisso.

Il cammino tratteggiato richiede tempo, affinché i presupposti possano dare i loro frutti:

«non tutti sono pronti / ad accettare / il risveglio dei morti». E l’ordine, che dovrebbe essere naturale, si è capovolto: «L’umano s’appresta / a giudicare il divino», in un orizzonte ancora corrotto e compromesso: «Vile, senza nerbo / è il potere asservito / alla sua conservazione», mentre «poco importa debba rilasciare il reo / consegnare l’innocente.».

Il punto di massima tragicità, ovvero la crocifissione, viene così catturato da Carlo Giacobbi: «ma ora, ecco: la Y del corpo / assicurata al patibulum / issata allo stipes, stalla / a mezz’aria, non più terra / e cielo non ancora, quasi -».

Tuttavia «nei prodigi / concordi alla Parola.», «Ti assume il Cielo / ma nulla di te rapisce / alla nostra esistenza», come egli ha scritto.

E tutto, nella visione dell’autore, al momento giusto, andrà al posto giusto, sotto l’ala divina.

Recensione
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