|
| |
Garibaldi è il
terzo cane immortalato dalla penna
ferace ed
operosa del grande scrittore molisano Vincenzo
Rossi:
Lola
(1991),
Ercole
(1998),
Garibaldi
(2003), l’ultimo
compagno a
quattro zampe del padrone. Questi tre
lunghi racconti
rientrano nell’ambito dell’ideologia umanistica
dello scrittore
molisano che ama la natura, le piante
e gli animali e
si propone come strenuo difensore dell’ambiente.
Nel suo ruolo di
campione dell’ecologia Vincenzo
Rossi è un
dichiarato vegetariano, nemico della
caccia e della
pesca. Per lui gli animali sono creature sacre
che hanno il
diritto di sopravvivere (ius preservandi
sui), per cui
gli uomini hanno il sacrosanto dovere di
preservarli,
proteggerli e rispettarli, senza arrogarsi l’orgoglio
di distruggerli.
Partendo da queste premesse ideologiche,
si capisce
meglio la storia avventurosa di Garibaldi
che si
autodefinisce “quadrupede filosofico e letterato”.
Il cane, assieme
al padrone, crede che “la stupidità
umana
continuerà” a crescere con il crescere verticale
della civiltà. E
qui rientra tutta la tematica rossiana del
rapporto e dello
scontro tra umanità e incivile civiltà. I
colloqui tra il
cane e il suo padrone che avvengono durante
le passeggiate
notturne contengono una sana filosofia
della vita e
della morte. E le immagini che sono evocate
sono delicate e
sensibili ad ogni mutamento di stagione:
il passare del
tempo, i palpiti della natura, l’avvicinarsi
dell’eternità, i
battiti del cuore della pietra, la voce
delle rocce, il
respiro dell’erba, l’incanto del firmamento.
Poesia e
filosofia si fondono in una sintesi suprema di
pragmatismo e di
idealismo, di sogno e realtà empirica,
fedeltà alla
terra e difesa della terza età. Questo racconto
di Vincenzo
Rossi coinvolge il lettore in modo tale che
egli deve
aderire alle premesse poetiche e umanistiche
dei due
protagonisti: il cane e il padrone. Non si tratta
affatto di un
monologo, ma di un vero dialogo intellettuale
in cui sono
messe in evidenza le ideologie di tolleranza
e di libertà,
d’amore e di rispetto reciproco. Garibaldi
racconta le sue
azioni meritevoli evocate dall’autore
con linguaggio
diretto e realistico, unitamente ad un certo
umorismo bonario
che amalgama l’ironia e la parodia.
Mediante la
lettura di questo racconto, il lettore cresce
nella sua
umanità e il suo rapporto genuino con il mondo
animale e quello
vegetale, il mondo delle pietre e quello
dello spirito di
tolleranza. L’eulogia di Garibaldi è solo
un pretesto
letterario per dimostrare l’amore per la natura
e i suoi
elementi. Lo stile magistrale di Rossi è qui
purificato dalle
scorie letterarie e dai lacerti futili che tanti
scrittori
moderni mettono in mostra per evidenziare le
loro
pseudologie, che esaltano la civiltà del cemento e
certi valori
occasionali, che non rientrano nell’ambito
della memoria
storica. Rossi, invece, è il vero cantore
della natura e
dei valori umanistici che egli riesce a trasfondere
anche negli
animali, nelle piante e nelle pietre.
Garibaldi è un
modello in questo settore, tanto trascurato
dalla
letteratura d’avanguardia. In questo racconto Vincenzo
Rossi, decano
della poesia e della letteratura contemporanea,
è il patriarca
dello stile che riesce a conciliare nello spirito
di tolleranza la filosofia idealistica e quell’empirica
| |
 |
Recensione |
|
Garibaldi
|
|
narrativa
|
|
| Autori |
| • | Vincenzo Rossi |
|
Edizione:
Centro Studi Letterari Eugenio Frate
Isernia 2003 |
|
| pp. 96 |
|
| Recensione a cura di |
| • | |
Pubblicata su:
Il Convivio nr.16/2004
|
| |
|
|