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Filippo Giordano, nato a Mistretta (Messina) dove risiede, è alla ribalta della poesia contemporanea per l’incisività delle immagini icastiche, il linguaggio essenziale e la disamina della questione meridionale nell’ambito della Sicilia. Fra le sue sillogi bisogna menzionare: Se dura l’inverno (1980), Villaggio fra le braccia di Morfeo in Sogni di nessuno (1982), Strambotti per viola d’amore (1984). Di lui si sono occupati con competenza critica Salvatore Arcidiacono, Giorgio Bárberi Squarotti, Carmelo Ciccia, Sabino D’Acunto, Alex De Nando, Federico Hoefer, Amerigo Iannacone, Sebastiano Lo Iacono, Dino Papetti, Carmelo Pirrera, Tilde Rocco, Vincenzo Rossi, Giorgio Santangelo, Nat Scammacca, Lucio Zinna.

Ad una attenta lettura delle poesie di Giordano si ha la chiara impressione di un poeta maturo sia nel linguaggio che nel contenuto. Il discorso si sofferma sulla crisi morale-ecologico-esistenziale che avvince la società contemporanea e sull’ipotesi auspicabile d’un ritorno ai valori autentici dei nostri antichi padri. La vita si configura come una prigione, un labirinto minoico, dove si scontano le proprie colpe ed anche i peccati degli altri. La libertà è una vana speranza per chi lotta ogni giorno per conquistarla: “Quasi trentenni con speranze | ora confinate nelle liste speciali, | condannati a non avere un figlio | per non poterlo crescere. | Intanto dal pulpito | della roboante parola non tradotta, | arroccati dietro i loro portafogli | ululano democrazie i lupi” (da Libertà).

Nella poetica di Filippo Giordano evidente è la presenza della problematica sociale che incide sui mali che avviliscono l’uomo contemporaneo: la disoccupazione, lo smog, la mafia ed altri malanni che affliggono l’umanità. Il poeta è un attento osservatore del costume e dei vizi di una società impervia e malata alla quale si impone di non pensare per non soffrire. Non c’è moralità né etica dove non esiste la possibilità di scelta e la capacità di emanciparsi.

In tale ottica parenètica il poeta rivolge la sua attenzione alla Sicilia, che forma il retroterra embrionale della sua ispirazione: da un alto egli esalta il paesaggio incantato, edenico, idillico, ricco di flora e di fauna, con le tracce gloriose dell’antica civiltà greco – romana; dall’altro egli ne analizza i mali pur restando attaccato alla sua terra come in un carcere, dal quale solo la visione onirica può spaziare in un mondo utopico. Un’immagine degli uomini “crocifissi” si riscontra nella poesia intitolata Sicilia: “Incomparabile triangolo, s’è detto, | in teoremi di forme. | Noi ci stiamo… | (con una mano a Messina | l’altra a Palermo | testa sui Nebrodi | piedi a Capo Passero) | un po’ crocifissi”. Non mancano però poesie affettuose (Sulla groppa dei Nebrodi), nelle quali il Nostro evidenzia un lirismo degno di nota per la evocazione del paesaggio e per le componenti idilliche: la luna, l’eco dei cani nella lugubre notte, l’odore dell’erba appena mietuta sotto i gelsi, il mandorleto, le rane, i pastori, le pecore con la loro nenia atavica, sono tutti elementi campestri che stanno ad indicare la presenza di una civiltà contadina e rurale che non è scomparsa completamente ma, “ora l’alba preme sui vetri”.

Il dettato lirico, affatto occasionale, contiene vibrazioni ed impeti che conducono alla metastoria ed alla topografia della Trinacria. Collocata sul duplice piano dell’emblema e della metafora, la poesia di Giordano ingorga il flusso temporale e spaziale che si evolve nell’Isola del Sole. L’insistita ripresa di certi temi che sono più congeniali al Nostro non conducono mai al rischio eluso di lambire le periferie del sentimentalismo. Su un registro castigato il poeta cerca di decantare e di rassodare il suo materiale, smaltendo le componenti tematiche che si era proposte originariamente. La novità di questa poesia prende corpo dalla sua primordialità embrionale della terra natia e si evolve in forme e tessuti altamente moderni: l’evocazione è assorbita nello scavo teso alle ansie semantiche, alla sonorità delle frasi, cariche di nuove musicalità, ornate di escrescenze verbali e nominali. La duttilità dei versi accoglie le levigazioni di un timbro essenziale che recupera la matrice umana, frantumandola e poi ricomponendola in maniera magica e inaspettata nell’ambito mitico della metempsicosi.

Recensione
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