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Ungaretti nel lavoro di Emerico Giachery
La parola come anima del mondo

Nelle ultime fatiche critiche di Giachery emerge la ricerca del non-dicibile attraverso strumenti antichi e insieme vivificati dalla loro attualità

La funzione della parola e la sua capacità non solo referenziale, ma anche evocativa, è uno dei luoghi del recente lavoro di Emerico Giachery, Ungaretti a voce alta e altre occasioni. Troppo abusato l'argomento della dizione ungarettiana per dire noi altro, ma anche interessante l'intervento del critico che rimette in questione la vexata quaestio della dicibilità o meno della parola lirica. Ci viene incontro una quanto mai azzeccata citazione da una fonte difficile da discutere: il Bardo per eccellenza. Il quale, nell'Amleto invita alla compostezza della dizione poetica, alla "temperanza" e alla "morbidezza" anche e soprattutto nel turbine della passione, nel profondo della tempesta del cuore. Don Benedetto Croce non andò troppo lontano da questa illustre concezione, quando tornando sull'intuizione pura della prima Estetica ne attenuò l'impatto immediato con la capacità di poter rendere comprensibili i momenti in cui tutto sembra indicibile perché troppo immediato, troppo puro, troppo individuale.

A chi scrive queste righe la citazione shakespeariana non può non intrigare, convinto com'è della assoluta contiguità di silenzio e parola poetica, che millenni di esperienza hanno avvicinato fino a diventare quasi una cosa sola. Nel senso che talvolta la parola si avvicina terribilmente alla Parola, intesa come sprofondamento negli abissi elementari e non per forza come Lògos divino.

A questo proposito più della performance di Ungaretti interessa il discorso complessivo di Giachery, che ci porta in zone raramente battute dalla moderna ricerca.

Certo, il poeta può riportarci alla fonte acustica del verso, che però è pur sempre una mediazione secondaria, rispetto all'inventio. Il fatto è che lo studioso piano piano appunta la sua attenzione profonda su altro che non il solo aspetto fonico del verso, pur non perdendo di vista il "suo" Ungaretti, ma lo fa in modo talmente graduale e inavvertito da rendere il passaggio naturale. È quando Giachery sposta la sua attenzione su una poesia essenziale per capire lo sviluppo poematico del poeta del Porto sepolto, "L'Isola". Fa bene lo studioso a chiarire che con questo termine Ungaretti non ha mai voluto indicare un luogo isolato nel mare ma lo spazio deputato all'epifania, alla rivelazione dello spirito del luogo, in questo caso il Latiurn Vetus 'in una zona allora ancora incontaminata presso Tivoli, l'antica Tibur dei Latini. Ci soccorrono qui non solo le ricostruzioni colte (lì vicino, come nota Giachery, vi è la Villa Gregoriana, quindi le cateratte dell'Aniene dipinte da Poussin e da Lorrain, in un luogo cantato, aggiungiamo, già da Orazio e Stazio), ma confortato anche dal ricordo personale di chi, come il compianto Umberto Marvardi, accompagnava spesso Ungaretti in quei luoghi.

Qui il poeta è colto in un momento di ricerca profonda del genius loti diversa anche dalle sperimentazioni del primo ventennio del Novecento, in un momento di sprofondamento nell'humus tellurico dell'antica patria italica. Non è pura Arcadia, ma rivelazione di aderire, con l'asciuttezza del verso, a quel silenzio sacro avvertibile solo in quella natura che aveva visto l'arrivo del pio Enea e l'origine dell'Occidente.

Anche quando parla di ideologia, Giachery mostra una tendenza, a lui sicuramente consapevole, di scivolamento all'indietro, verso l'origine primaria del sentire umano, verso "la singolarità di ciascuna condizione umana". Analizzando alcuni punti di un libro di Roberta De Monticelli, l'autore affronta infatti la problematica tanto cara anche al Michelstaedter della Persuasione e la retorica: il rapporto non dialettico tra verità e visione del mondo ideologica. Qui si potrebbe discutere per giorni e giorni, e a noi spetta invece il giusto compito di agevolare ragionevolmente la comprensione dell'essenza del testo. Diremo allora che quando Giachery accosta Montale e Landolfi, mostra ancora una volta questa tendenza a riconoscere l'ombra e la luce, il diurno e il notturno presenti in ogni uomo e all'interno della letteratura di ogni tempo e latitudine. L'elegia di Pico Farnese, luogo natio di Landolfi appare sotto questa luce non solo e non tanto come poesia d'occasione, ma come rivelazione di recessi che talvolta comunicano nel loro abissale sprofondamento, dal ciclo montaliano in cui si cercano segni dell'enigma all'untergrund della terra madre del "lunare" Landolfi.

Per questo poi Giachery "deve" dire nel corso di un'intervista a Fulvio Castellani riportata in conclusione del presente lavoro, che il rapporto tra interprete e opera è del tipo soggetto-soggetto, e non soggetto-oggetto. Chi si fa interprete deve conoscere la strada dell'altro e nello stesso tempo non perdere di vista la sua, pena il disorientamento o l'insincerità. Il cercatore sta avvicinandosi ad un altro cercatore, anche quando quest'ultimo non è presente umanamente. E non ci siamo meravigliati quando lo studioso ha rivelato all'intervistatore la sua particolare attenzione per Jung, che ha direttamente o indirettamente, influenzato la ricerca del profondo in letteratura. Non è un caso che Giachery volesse un tempo scrivere uno studio su Gaston Bachelard, il quale letteralmente sprofondava nell'elemento studiato tino a entrare nella sua propria sensibilità. Sia che si parlasse di una persona che di una cosa inanimata. Siamo infatti in quella temperie culturale che reagiva, ai primi del Novecento, alla cultura materialistica e biecamente evoluzionistica della riduzione polemica in soldoni di Nietzsche, Marx, Darwin e Freud.

Torniamo allo spirito del luogo di cui si parlava prima, che pone inquietanti domande a cinquecento anni di razionalismo talvolta (e soprattutto in tempi a noi prossimi) mal inteso.

Anche qui il discorso diventerebbe complesso e andrebbe a stuzzicare nervi scoperti nell'artificioso c costruito ad hoc dibattito tra spiritualismo e materialismo, irrazionalismo e razionalismo nella letteratura moderna. Anche perché Giachery chiama le cose per nome e non ha remore nell'andare a pescare sin nel titolo di una sua precedente fatica saggistica – Abitare poeticamente la terra – il "sospetto" Heidegger. Che, era implicito, apre poeticamente le porte all'amato Hölderlin. Giachery è tra quelli che credono che la voce poetica prenda l'uomo, e non il contrario. A pensare oltre al tedesco, a Dino Campana, dopo la breve stagione di Rimbaud, non gli si può dare torto.

In questo più antico libro abitare il mondo significa ricercarne la nascosta bellezza, anche attraverso quel fecondo studio trasversale che ha reso possibile individuare consonanze tra poesia, arte, musica. Bonnard, Peguy, Hillman, la Weil, Mozart sono parti di un tutto che fa bellezza, e, direbbe Hillman, Anima. Torniamo circolarmente, ma sempre con un diverso movimento, a ciò che si nasconde dietro le cose, alla casa, come alla terra, come all'amore che contempla in sé ogni elemento, dalla materia allo spirito, alla necessità della sofferenza, senza la quale non c'è riconoscimento dell'essenza delle cose. Inevitabilmente il discorso scivola verso il Numinoso e verso una visione divina staccata dalla giustizia severa c vindice di alcune rappresentazioni medioevali e non solo (pagine interessanti sono state scritte ultimamente sulla disperazione dei dannati nel Giudizio della Sistina da Francesca Sanvitale nel romanzo L'inizio è in autunno). Nel caso di Giachery è Enzo Bianchi a fare da apripista a questa visione rasserenante della divinità, che lo studioso estende all'umiltà di sapere che in ognuno di noi vi è un carisma, anche se a noi non sembra, e che esso può essere d'aiuto all'altro, anche se il nostro ruolo nell'esistenza non è apparentemente quello del protagonista.

Si ha la sensazione, a leggere i recenti studi di Giachery, di respirare aria nuova e insieme antica nell'attuale panorama letterario segnato dalla fede cristiana (e non solo, ovviamente, trattandosi di un messaggio aperto anche a chi non crede). Non c'è paura della modernità, e non vi sono condanne del diverso, in questo caso le visioni laiche del mondo. Sembra quasi che lo studioso ritenga queste visioni del mondo complementari e parti essenziali di una totalità che non è solo puro spirito e non materia bruta e inerte. Non è un discorso nuovo. Francesco d'Assisi lo aveva di nuovo riscoperto, e, come nota Giachery, Ficino lo aveva diversamente strutturato, ma eravamo sempre là: la ricerca della radice, di un amore preesistente che "forma le non formate".

Deus caritas est non è solo un sintagma buono per i credenti, nel nostro caso. È' una frase cara qui a Giachery, che non la porta come emblema della superiorità etica cristiana, ma come elemento di sostegno a verità che c'erano prima, che ci saranno dopo, vivificate anche dall'essenza dell'amore del Cristo.

L'atteggiamento dello studioso Giachery è quello dell'ascolto e della ricerca anche, come si diceva una volta, in partibus infidelium, con la differenza che qui non si rilasciano certificati di infedeltà, ma di comunanza e di affratellamento lungo una lunga e difficile strada.

Dobbiamo chiudere anche questo pezzo di strada comune. Non lo possiamo fare senza parlare di una poesia che lo studioso ha dedicato a Loris Jacopo Bononi, castellano del Terziere e raro esempio di nume tutelare benigno e ospitale. La poesia colpisce, perché conserva una lontana eco di antiche cerimonie e doni d'ospitalità, e secondo me, a livello cosciente o no, delle rivisitazioni poundiane del medioevo, senza essere imitazione, ma essa stessa voce cangiante nei secoli dei riti di passaggio e di incontro. L'incipit è assai suggestivo:

"A te sia gioia, Loris Jacopo, torriere falchigno, | sentinella di notti folgorate | (così, così soltanto, in livida luce di lampi | Si svela, a chi ha vegliato fedele, la buia esistenza). | La donnola sgomenta raspava alla tua porta. | Certo recava un messaggio. Tu forse l'hai compreso."

Quello stesso tempo che chi scrive deve presumere da chi Io ospita e da chi forse Io leggerà ci induce alla morigeratezza, ma anche l'inizio della seconda lunga strofa ci costringe alla citazione:

"Sai bene che la bellezza è sete e nostalgia | di tutte le cose protese all'Essere irraggiunto, | a joy forever, gioia per tutti gli uomini un giorno, | vergine da serbare a mistiche nozze col mondo."

Spiegare questa linea melodica quasi provenzale che regge oggi all'urto delle accumulazioni e degli strati culturali sovrapposti sarebbe controproducente. Spiegare perché il critico che vi scrive abbandona improvvisamente la linea critica del suo "oggetto", che abbiamo visto essere a sua volta soggetto, per indugiare sul gioco improvviso, sull'irruzione della poesia in un contesto referenziale, sarebbe tortuoso e noioso. Ogni cosa reca in sé la sua vita e il suo senso. Non importa se ognuno avvertirà a leggere i versi suoni diversi. E l'apparente frammentazione del mondo che per forza fa sentire il suo peso. Ma dietro, il Lògos, (non solo la cultura in senso borghese), già mostra la sua presenza salvifica, proprio perché è nelle cose del mondo, e non le rifiuta. Come Giachery ci ha mostrato in queste sue recenti cose.

Le opere di Emerico Giachery di cui si parla qui sono:

Abitare poeticamente il mondo, Carpena Edizioni, 2007, pp.l 90, 21 curo,
e Ungarelti a voce alta e altre occasioni, Edizioni Nuova Cultura, 2008, pp. 58, euro 6.

Recensione
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