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Alessandro Poerio, che sacrificò la sua ancora giovane vita per l’Italia ed, in particolare, per Venezia, che pure non era la sua città natale, amico di poeti e scrittori, ci ha lasciato delle poesie, oltre che di impegno sociale e politico, intrise di profonda liricità e di grande valore, tanto che Benedetto Croce scrisse: “Chi legga ora le liriche del Poerio... sarà portato a riconoscere che, dopo Manzoni e Leopardi, nel periodo che va dal 1830 al ’48, l’opera di Alessandro Poerio è, accanto a quella del Tommaseo e del Giusti, la sola che meriti si suscitare ancora l’interessamento dell’amatore di poesia.” Eppure, durante tutta la sua esistenza, A. Poerio, era conosciuto più come difensore della libertà, che come poeta, poichè, nonostante l’incoraggiamento e la stima dei contemporanei, come il Tommaseo, non si curò di divulgare le proprie opere, infatti, si limitò alla pubblicazione di una raccolta, in forma anonima. Nella sua vita raminga, a causa dei ripetuti esili, dovuti alle idee politiche, ispirate ai principi della libertà e dell’uguaglianza, conobbe il Manzoni, il Giusti, il Tommmaseo e, soprattutto, Giacomo Leopardi, del quale subì l’influenza poetica. In una sorta di premonizione, in una  poesia dedicata a Venezia, Alessandro Poerio scrive: “Benchè nato colà | dove più ride | sotto limpido ciel l’onda tirrena | e inghirlandata Napoli s’asside, | città della Sirena: || ebbi di te, che di Natura sei | d’Arte e Gloria e Sventura eletta cosa | desio supremo, e altrove non potrei | trovar ricetto e posa.” E, proprio come a dar seguito al suo desiderio di riposare per sempre a Venezia, la città ne custodisce le spoglie mortali, nel Cimitero di S. Michele in isola. Mariano D’Ayala curò nel 1852 la prima edizione delle poesie di Alessandro Poerio, pubblicata dalla casa editrice Le Monnier di Firenze. Proprio dalla raccolta curata da Mariano D’Ayala è tratta la poesia con cui si apre la presente edizione. La poesia, intitolata “Malinconia”, è ispirata ad un quadro di un pittore suo contemporaneo, Francesco Hayez, intitolato: “Pensiero malinconico”, o “Malinconia” dipinto nel 1842 e anch’esso riprodotto nel volume.I versi di questa poesia si dipanano armoniosi, esaltando, appunto, “la gentil Malinconia, vergine pensosa, casta ed amorosa”, che si posa “dove ridono più belle le sembianze di natura”.Ma la malinconia non appartiene soltanto alla donna, ma anche all’Italia, come si evince dall’ultima strofa, che così recita: “Tu sei terra, Italia mia, di mirabile bellezza  | d’ineffabile sventura,  | tu se’ terra, e dove fia | che di star più si diletti  | la nutrice degli affetti  | la gentil Malinconia?"

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