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Naturalmente non ho alcuna intenzione
di gareggiare in commenti con le profonde parole di postfazione di Narda
Fattori, però mi piacerebbe esprimere cos'è che le sue parole hanno suscitato
nel mio cuore.
In primo luogo le rinnovo i miei più
sinceri complimenti per la metrica fluida, l'attenta scelta semantica, la
musicale ed armoniosa trama fonetica, la spontanea coerenza tra sentimento ed
espressione, virtù così lontane da quelle parole in libertà che vanno tanto di
moda e cui orrendamente si dà nome di poesia. Interessantissimo, a proposito dei
rimandi, il commento introduttivo del Brigliadori; anch'io mi sono un po'
divertita a cercarne, anche se, sopra tutti, come già le scrissi, si risvegliò
in me il ricordo delle belle parole del conterraneo Pascoli. Ma non è neppure
sulla questione dei rimandi che vorrei soffermarmi. La prima caratteristica
dell'antologia che mi ha colpito è la differenza tra le tre raccolte di cui è
composta: l'impressione è quella di un processo di graduale crescita, un po'
come quella narrata dal "vecchio Jonathan": a cominciare dalle scelte
semantiche, alla costruzione metrica, alla lunghezza discorsiva, all'incedere
ritmico, a concludersi negli stessi contenuti.
La vita umana è un interrotto
palleggiare tra il ricordo e l'attesa: è nella differenza di potenziale tra
questi due punti - pur così tremendamente vicini - il "presente". E' questo, a
mio avviso, il senso delle sue parole. Ogni nostro respiro non è altro che il
formidabile e mostruoso (nell'accezione latina delle due parole, le quali
indicano qualcosa di così grande e proteiforme che l'essere umano, innanzi ad
esso, resta muto e prova un rispetto velato dal timore e dall'ammirazione allo
stesso tempo) tiro alla fune tra l'attesa ed il ricordo, "il debito che porto e
la speranza". L'attesa è un "tendere verso" qualcosa e tira da un lato, il
ricordo è un "portare il cuore indietro" verso qualcos'altro e quindi tira nel
verso opposto. Cos'è che tiene insieme le fibre del presente, impedendo che si
spezzino, così tirate da una parte e dall'altra? E' il desiderio, quel
"tormento" di "risorgere ogni istante, tramutato", è il desiderio che permette
di "vivere e durare oltre quest'attimo".
L'anima del desiderio è legata alla
luce delle stelle o meglio alla sua privazione. Il termine viene infatti da
sidus,-deris (costellazione, poi singola stella). In questo senso "desiderare" è
in stretta analogia con "considerare" (cum+sidus) che significa "stare con le
stelle", "valutare le stelle per orientarsi" (e per estensione "ponderare un
problema nei suoi vari aspetti per prendere una decisione"). Il "de" privativo
(o di allontanamento) sta dunque a indicare "cessare di vedere", "constatare
l'assenza di" stelle: quindi dis-orientamento nel senso più ampio del termine,
geografico e psichico. Perciò desiderio è anche rimpianto, nostalgia (ove la
nostalgia è proprio "il dolore del ritorno" che di sua natura ha l'ambivalente
significato di "soffrire perché si vuol far ritorno in un luogo da cui ci si è
allontanati, ma anche "soffrire proprio perché in quel luogo si sta tornando").
Ma "sentire la mancanza di ciò che è piacevole, buono, necessario" significa
anche "tendere a ottenerne il godimento". Il desiderio è, dunque,
essenzialmente, un "moto dell'animo tendente ad attuare o possedere ciò che
appaga un bisogno, procura un piacere o rappresenta un valore di cui si senta la
mancanza o la nostalgia". E tutte queste considerazioni mi sembrano veramente
ben espresse nelle sue liriche. A cominciare dal titolo. Un libro è, per sua
essenza, la raccolta di qualcosa di cui si vuol mantenere il ricordo, "la casa
bianca" in cui "ogni cosa è a suo posto", mentre il suo titolo mette in evidenza
l'attesa, "il tocco della pendola che scava l'ombra cupa del silenzio". E le
parole, che, come ci ricorda il detto latino, sono l'unica cosa che non vola ma
resta, sono "scritte nella cenere" e, come tali, anch'esse molto volatili, sono
"il nulla" che è "quel che rimane". Ricordo ed attesa sono moti dell'animo e, di
conseguenza, qualcosa di immateriale che però di materialità si nutre,
procedendo spesso per sinestesie. E di molte sinestesie sono costruite le sue
liriche a cominciare dal bellissimo verso "Profuma anche il silenzio il tuo
ricordo". Ed è grazie alla sinestesia che l'uomo si armonizza, confonde e fonde
nel paesaggio circostante, che cresce e muta assieme a lui, ma che assieme a
lui, in fin dei conti resta immutato e cambia solo il suo colore.
E' così che il tempo perde di senso,
l'essere altro perde di senso e si può instaurare un "discorso eterno" in cui i
singoli episodi non esistono più, in cui il distacco provocato dalla morte non
esiste più, in cui la differenza di sesso o di età non esiste più. Esiste
soltanto la comune condizione del viaggio, che, per quanto sopra esposto, non è
un reale allontanarsi o muoversi nel tempo (che appunto non esiste e infatti
nulla muta), ma l'esser palleggiati tra ricordo ed attesa, "in questo giorno che
non ha mai fine". Mi verrebbe da scriverle mille altre cose ancora, perché nelle
sue parole ho letto tanto di mio ed ho ritrovato tante sensazioni che proprio in
questo periodo avviluppano ed attanagliano il mio cuore. Ma non voglio annoiarla
oltre. Spero di esser riuscita a cogliere un po' dei suoi pensieri perché in
fondo è questo l'intento inconscio dello scrivere poesia. Mi faccia saper cosa
ne pensa. Augurandole un buon fine settimana-lungo, tanti cari saluti
Francesca
Nota dell'autore
Francesca Toglia è una giovane di 26
anni, in possesso di maturità classica conseguita con il voto di 100/100 cum
laude, Laureanda in Fisica, Indirizzo subnucleare elettronico. Ci incontriamo su
internet, attraverso la lettura dei suoi testi poetici, mi stupisco per le sue
citazioni a memoria di numerosi versi di Pascoli e di Virgilio. Ho avuto il
piacere di inviarle Il tempo dell’attesa e Francesca mi risponde con la
lettera qui riportata. Una lettera e un giudizio particolarmente gradito, sia
per la giovane età di Francesca ( e questo è un elemento da tenere in
considerazione) sia e soprattutto per il suo contenuto, in quanto riesce
perfettamente ad esprimere e ad ampliare quanto volevo rappresentare con i miei
versi. Mentre ringrazio Francesca per le sue capacità e le sue doti non comuni e
soprattutto per aver apprezzato i miei versi, mi sia consentito rivolgere un
pensiero a tutti i giovani che oggi, in una società che sembra andare verso
altri porti, studiano, leggono e scrivono e rappresentano una preziosa risorsa
per il nostro futuro.
Grazie Francesca. Il tuo amore per lo
studio e per la poesia sarà un ottimo investimento. (B.B.)
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Recensione |
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Il tempo dell’attesa
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poesia
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| Autori |
| • | Bruno Bartoletti |
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Edizione:
Il Ponte Vecchio
Cesena 2005 |
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| Presentazione di Andrea Brigliadori. Postfazione di Narda Fattori - pp. 128 |
| prezzo: € 10,00 |
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| Recensione a cura di |
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Pubblicata su:
Literary nr.11/2007
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