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Sui passi dell'anima

Il titolo riprende quello della poesia d’apertura della raccolta dove l’Autrice enuncia l’intento di questo suo nuovo libro, che è quello di ripercorrere, forse anche per necessità esistenziale, tutto il proprio cammino di vita, costellato di sogni ma anche attraversato dal brivido profondo dell’inquietudine, fin dal giorno della nascita, coincisa col giorno dell’ultimo bombardamento subito da Trento, quando la città era ancora in preda allo sgomento e alla paura.

Ecco allora che l’anima incontra nella memoria la figura materna, il padre la cui “corteccia ombrosa” le diede “la strana sensazione d’importanza | irripetibile di figlia”, la scuola, lo stupore dello scoprire le infinite forme di vita dentro la natura.

“Ridatemi un momento, una viola, | la pagina bianca del diario” – scrive –, senza tuttavia cadere mai in uno stucchevole autobiografismo, ma anzi riuscendo a maturare in molti passi di questo libro un notevole distacco dalla sua stessa scrittura:

“Sillabo a stento parole fugaci | carpite al volo di lucciole spente | mentre mi unghia l’ultima poesia | in questo endecasillabo d’argento.”

L’endecasillabo, metro principale della poesia italiana e dichiaratamente il più amato dall’Autrice, a cui – come spiega in una nota in calce al libro – in quest’opera ritorna, ha un significato particolare: da un lato è il ritmo dei versi amati nell’infanzia e dall’altro è la riscoperta de “l’ugola segreta che mi graffia decisa dentro il petto”.

Una scrittura poetica che, “come goccia di vetrata”, si muove misteriosamente in varie direzioni, seguendo il percorso dettato esclusivamente da un’insondabile interiorità. E che si rivela capace di catturare fulminea la luce e l’ombra, e cogliere l’attimo di oggi come di ieri, sia personale che collettivo.

L’endecasillabo di Lilia Slomp Ferrari incontra così la storia e la follia, sia quella più recente dell’ “11 settembre 2001” che quella più lontana, ma ancora bruciante dentro le vene dell’umanità, di Auschwitz.

La barbarie umana, che si ripete nel tempo, costituisce un muro, un abisso, a fronte del quale la poesia innamorata della vita (anche quando parla della morte) si deve fermare, in silenzio:

“Come possiamo scrivere poesia | se altri campi germinano orrori | arresi a nuove reti di vergogna.” (Da “Ginocchioni a echi di follia”.)

Lilia Slomp Ferrari, specie nella parte finale di quest’opera, affronta più volte il tema della morte, ne sente tutto il “gelo”. Tuttavia nella poesia di chiusura ci offre una visione che dalla mera corporeità della morte si stacca, entrando grazie alla “parola-unica stella” in una dimensione “altra” di vita che è quella del mistero:

“Ho solo il raso che somiglia a rosa | senza profumo, senza più frontiera, |  vagabondare di parole cieche | uniche stelle, fiato di falena | e questa pena, punta di pennino | spuntato sopra fogli di mistero. | Raduna l’uragano i suoi sospiri | sparsi a raggiera come cantilena. | Ed era solo ieri il fermacarte.” (Da “Sopra fogli di mistero”.)
Recensione
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