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L’uomo è luce e ombra, gioia e tristezza e disperazione. Alcuni autori trovano il loro “habitat poetico” nella parte oscura della vita, altri preferiscono nutrire la propria poesia di luce, per aprire qualche squarcio di azzurro e di sogno sulle ansie e preoccupazioni quotidiane e magari tentare, attraverso la parola poetica, di inviare al mondo un messaggio di speranza intriso di amore sublimato e di dolcezza. Sono due atteggiamenti diversi e, se onesti, entrambi legittimi.

La lirica che segue appare più vicina al secondo tipo di poetica: “C’è il germoglio avvizzito | della solitudine | in questi versi giullari | come la mia anima, | quando artiglia il timone | del vascello fantasma | nel respiro di te. | E nessuno ascolta la sirena | che canta la malia delle tempeste. | Cancella la sua immagine | la mano che stropiccia | i sogni del mattino. | Raccoglie conchiglie mute | il sole fra le ciglia.

È una poesia tratta da Controcanto, il secondo lavoro in lingua di Lilia Slomp Ferrari dopo Nonostante tutto del 1991. Questa poesia è forse una delle più efficaci della raccolta per il contenuto (che esamineremo tra poco), ma soprattutto in quanto qui la brevità del verso e la strofa unica sottolineano la liricità, là dove in molte altre poesie dai versi lunghi e a più strofe tale capacità espressiva, anche a causa di certi versi eccessivamente evanescenti, pare affievolirsi fino quasi a spegnersi nella chiusa.

Chi cercherà tra le pagine di Controcanto un’Arcadia felice, staccata e lontana dalla realtà, rimarrà fortemente deluso. Chi invece vorrà provare l’ebbrezza della “carezza dolce del pensiero” che sperimenta in “capriole di ruote liberate” “equilibri sottilissimi”, si troverà immerso in un’affascinante avventura.

Lilia Slomp Ferrari accetta la sua solitudine di poeta in Controcanto si fa “giullare” al timone del “vascello fantasma” dei sogni, per condurci nella sua controrealtà. È una realtà spesso esclusivamente interiore, connotata psicologicamente e arricchita dalla fantasia, dove possiamo incontrare teneri fanciulli, sguardi luminosi, “peste di giganti” e alcuni protagonisti delle fiabe che ci hanno accompagnato negli anni in cui guardavamo il mondo attraverso occhi innocenti e stupiti di bambini.

È questa originaria dimensione di purezza che Lilia Slomp Ferrari ci invita a recuperare, proprio quand’essa ci sembrava ormai irrimediabilmente perduta. La fiaba, la controrealtà, la natura stessa, che compare nelle sue liriche, costituiscono per l’autrice solo un pretesto per parlarci della vita, guardandola da una prospettiva nuova e inconsueta. Per questo la poesia è segnata dall’amarezza, dal dolore e a volte anche dalla disillusione. Lo scarto tra realtà e fantasia si è fatto di certo più netto e chiaro rispetto alla prima raccolta. Ciò esprime un’autoanalisi della poetessa, una maggiore presa di coscienza di sé e della storia: alcune liriche sono dedicate a ritratti di donne, simbolo della resistenza femminile all’avanzare della cultura della violenza e della guerra.

Lilia Slomp Ferrari, verso la fine dell’opera, affronta anche il difficile tema della morte. L’iniziale inquietudine che le suscita questo pensiero sembra placarsi in un’accettazione che si colora di una religiosità panica in cui la sua anima si fa anima delle cose e mai fino in fondo scompare, trovando salvezza nel sogno.

Nel brano di chiusura della raccolta, “Addio”, scrive: …Sto | ancora bruciando con le braccia tese | a un cielo violetto senza stelle. | C’è nessuno che ha voglia di farfalle? (…) | Chiunque voi siate, vi aspetterò | al solito campetto delle palle di neve | sotterrate.

La poetessa si è trasfigurata in un albero, incendiato da un piromane. Le farfalle simboleggiano la fantasia. La morte che tutto incenerisce non la stroncherà perché la fantasia saprà librarsi in alto e aspettare chiunque con lei vorrà giocare.

Recensione
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