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Quel poco che ancora avanza, una silloge di poesie bilingue basata sulla memoria che sfocia nella realtà esistenziale La poetica di Tavčar potrebbe definirsi della memoria, ossia della rievocazioni e del ricordo; un viaggio a ritroso per cercare negli interstizi «dell’antica memoria» la propria realtà esistenziale. I versi nascono aspri, taglienti, da un’ispirazione rigida, alla ricerca affannosa di quello che non potrà più avere, di quello che forse non ha saputo apprezzare a suo tempo, di quello che presentemente avrebbe appagato i suoi desideri, le sue speranze, le sue attese. È una poesia introspettiva, che lievita nel suo animo fervido di spunti osservativi, evidenzia stati particolari della psiche umana, traendone conclusioni, talvolta, nichilistiche, oppure velate di incontenibile tristezza.

Queste angosce si dibattono nel «sordo rimestio dei giorni». È un excursus omogeneo di riflessioni, constatazioni, commenti, evocazioni, che gli fanno sentire «i pigolanti cigolii / dell’anima / mai così ossidata / e arrugginita», indizi che denotano stanchezza, rassegnazione. «Da che parte andare» è una serie di angosciosi interrogativi ch’egli pone e ai quali non sa dare una risposta precisa, deve solo affidarsi all’inventiva, alla fiduciosa immaginazione. Qual è la «via da seguire?». Da qui s’intravede quello che si evidenzierà in seguito, ossia il bisogno di qualcosa di superiore, di assoluto che lui chiama «luce che nasce», è intuibile che riguarda l’Altissimo. Ciò che Tavcar cerca di mettere in evidenza è la intenzione, lo sforzo di venire fuori. Allora ripercorre la travagliata realtà della vita che si è trascinata «tra le spire della voluttà / e le passioni», le evenienze che si succedono nella nostra esistenza, ossia le gioie e i dolori, timoroso di giungere «agli argini estremi della vita / dove il tempo si frange / sulle scogliere imbevute di luce». C’è in lui una malcelata speranza di giungere in tempo per riprendersi «quel poco che ancora avanza», per viverlo nella serenità degli ultimi anni. Dove l’estro di Tavčar si esalta è «nella musica del mare». Questo elemento lo affascina, gode di tutte le varie suggestioni che destano stimoli «alle polpose / correnti del cuore». Per lui il mare è musica, voce misteriosa che gli suggerisce immagini, gli fa pregustare suoni che lo elettrizzano. Sul mare egli si tuffa con dovizia di spunti creativi. Si rende conto che è provvidenziale questo suo «quotidiano errare / per strade e per boschi». Sono gli spunti idillici, i profumi che «fasciano il silenzio», consigliano riflessione. C’è tristezza nella «giornata di settembre», scritta dando spazio alla fantasia per concludersi nella «luce della sera». «Il nuovo albore» simboleggia il bisogno di riprendere il cammino nella consapevolezza, alla ricerca di un amore che è di per sé esistenza. «La sfida del cielo» è una ponderata riflessione sulla verità dell’essere nei confronti del Supremo. I desideri si fanno impellente «sete / di limpide acque / eterne», insistenti i desideri «di immensi silenzi», la sua fantasia galoppa ai confini dell’irreale, ove il pensiero, stanco, s’accascia. Il tempo si frammenta e trascina con sé la memoria che scorre veloce, ripercorrendo sentieri già noti.

La silloge si conclude con un pensiero spirituale ed è in ‘Credere’ che Tavcar fa una disamina della realtà del Cristo trionfante nella resurrezione col Cristo «ferito e straziato / il Cristo deriso e beffeggiato / il Cristo vinto e sconfitto». Questa passione viene assemblata a quella parte dell’umanità che soffre i soprusi e lamenta la miseria. «La mia fede è una povera fede», confessione sincera che pone in risalto la pochezza umana di fronte alla Divinità. Poesia quanto mai accattivante ed eticamente significativa quella che consacra Tavčar come valido paladino di una attualità indiscussa.

Recensione
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