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Ci sarebbe da scrivere molto, procedendo a ritroso dall’ultima frase di questo libro, sui giovani che stanno smettendo di essere giovani, sugli adulti che non riescono ad esserlo, sulla società. Lascerò tutto questo ad altri e partirò dall’inizio per essere molto più breve parando della scrittura.

Si sa da tempo che la parola si consuma con l’uso, prima della civiltà dei consumi le parole più sacre non andavano pronunciate invano, e questo libro ce ne offre una prova evidente: l’uso abnorme delle maiuscole per ridare ai vocaboli quella loro naturale importanza che hanno avuto in passato, prima del loro processo degenerativo, e che ora l’autore sente come persa, o non più sufficiente. Però qui non si tratta di un discorso ma di uno scritto, e tra la lingua parlata e quella scritta c’è una grande differenza; parlando si tende ad esprimere un concetto da noi conosciuto attraverso un’esposizione che mettiamo in atto al momento e una volta pronunciata non possiamo più variare, l’ascoltatore, a sua volta, decifra il concetto, lo comprende e non registra l’esposizione. Nella lingua scritta (letteraria?) è esattamente il contrario in entrambi i casi, lo scritto si può rileggere correggere variare fino a farne uno strumento di comunicazione che non si accontenti di comunicare il messaggio ma abbia anche un valore in sé, e soprattutto possa mantenere quella sequenzialità che non è richiesta al linguaggio parlato. La forza e la debolezza, la realtà e la verità, forse la normalità dei personaggi del libro rimane invece nell’ambito del detto; se la lettura è un percorso di acquisizione ci si deve rendere conto di viaggiare in treno in nave o in aereo, qui ci si accorge di essere giunti senza essersi resi conto di aver viaggiato, la conoscenza (l’esito della storia) è stata acquisita ma il mezzo di trasporto (la comunicazione) ha rinunciato ad incidere. Eppure ci sono momenti in cui la letteratura, quella di sempre, e la vita, quella di ora, si avvicinano talmente da far scoccare una scintilla, qualche esempio: “... mi guardava come un cane che viene legato dal padrone al guardrail dell’autostrada.” (p. 26), “Perché sono le parole non dette che uccidono, i baci mancati, i fiori che non abbiamo saputo innaffiare.”. Per altro verso anche a cavallo fra le pagine 40 e 41, quando si assiste alla descrizione puntuale circostanziata e con una certa originalità, anche se sotto metafora, del modo in cui viene assassinato il ”fanciullino”. Nonostante i dialoghi siano pochi la gran parte dello scritto rimane lì, nel mondo dei suoi personaggi come descritti in una canzonetta che si appoggia sulla musica, come raccontati da un’intervista dai prevalenti scopi statistici.

A volte la scrittura tenta il registro metafisico, surreale, con qualche buona soluzione, ma spesso resta impigliata dalla sostanziale limitatezza dei suoi personaggi, umani ,forse fin troppo umani e zavorrati. L’esempio forse più chiaro, io credo sia alle pagine 104 e 105. Di fronte al suo grande amore, l’uomo fallisce la sua ultima prova, come altri nel libro è capace di colpi di testa ma non di una decisione solenne, ed alla resa dei conti sceglie un brandello di vita insignificante, una speranza assurda al prezzo della vita per la donna che ama. Fin qui non c’è molto di surreale, a parte la complicata machina della morte, ma a questo punto l’uomo, posto di fronte alla conseguenza pratica della sua decisione, si pente e, forse in onore al titolo del libro, si mette a piangere; il livello dell’acqua s’innalza, insieme quello del racconto, e l’uomo muore annegato nelle proprie lacrime. Questo è emozionalmente bello per ciò che rappresenta e drammaticamente giusto per quello che significa, tanto da far rimpiangere che non avvenga in un contesto da “Metamorfosi” di Kafka, da “Macbeth” di Shakespeare, o ance solo da “Apocalisse” di Giovanni.

Recensione
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