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Dolcino e Margherita nella letterarura e nella storia

Relzione svolta il 6 ottobre 2007
al "Centro Culturale Martin Luther King", Meana di Susa

"Dolcino e Margherita nella letteratura e nella storia". Questo il tema che oggi è all'ordine del giorno. Un tema di per se molto affascinante che però, a mio avviso, necessita di una precisazione.

Da sempre le classi subalterne hanno tramandato la loro storia sostanzialmente in modo orale ed è solo dalla fine dell'Ottocento che hanno iniziato anche a scriverla. Questo, di per se, è già un problema non indifferente per conoscere il nostro passato. E noi tutti sappiamo quanto sia importante conoscerlo. Dice, non a caso, Eduardo Galeano che "la storia è un profeta con lo sguardo rivolto all'indietro: da ciò che fu e contro ciò che fu annuncia ciò che sarà", mentre Antonio Gramsci drasticamente precisa che "il presente contiene tutto il passato".

Personalmente io ho appreso dai miei nonni materni che erano di origini astigiane, ciò che solo molti anni dopo conobbi leggendo i libri di testo. Quelle storie senza data che loro mi raccontavano le avevano a loro volta apprese, nelle lunghe veglie invernali nel tepore delle stalle, dai loro nonni che le avevano conosciute nello stesso identico modo dai loro, e così via. Quel tempo non ben definito, ma che non pareva poi così lontano, vista la freschezza del racconto, risaliva invece al 1155 quando Federico Barbarossa, dopo aver distrutto il libero Comune di Asti, si accingeva ad assediare Alessandria passando così in quei territori da cui i miei nonni provenivano.

Anche per ciò che concerne i fatti di Dolcino e Margherita io ci arrivai con un percorso analogo.

Nell'estate del 1938, la mia nuova cugina acquisita Dorina, mi invitò con i miei genitori, a trascorrere i sette giorni di ferie a Trivero, nel Biellese, presso la casa di sua nonna che per capienza era in grado di ospitarci tutti. La sera del nostro arrivo un cugino di mia cugina, ma che non era un parente nostro, iniziò a raccontarci una storia affascinante e con una dovizia di particolari che ce la rendevano attuale. Dall'enfasi con cui la illustrava sembrava una storia, se non proprio di ieri, certamente di ierl'altro.

Era il racconto di fra Dolcino e Margherita, la sua compagna, e del massacro dei loro seguaci su quel Monte Rubello che nel nome li ricordava. I1 giorno dopo quell'affabulatore ci accompagnò, con una scarpinata non indifferente, sulla cima del monte dove il Santuario di San Bernardo era stato eretto per celebrare le "gesta" dei massacratori, e ci indicò pure in lontananza quel monte che gli stava di fronte: il Monte Massaro, dove ci disse fosse stato innalzato un obelisco in onore e in memoria dì Dolcino che i fascisti avevano poi distrutto.

Quando in autunno tornai a scuola invano cercai quei fatti sul libri di storia. Li trovai poi più tardi, frequentando la Scuola Media, nella Divina Commedia di Dante Alighieri, ma non perché mi avessero fatto studiare quelle due terzine con cui Dante ne parla con Maometto, ma perché, essendo da sempre curioso di tutto ciò che riguardava la poesia, non mi limitai a leggere quanto la scuola mi richiedeva, ma mi addentrai, ovviamente senza comprendere tutto, nell'intero percorso dantesco.

Molto più tardi poi, negli anni 1977-78, trovai ne "L'Almanacco Piemontese" edito da Viglongo, uno scritto di Roberto Grammo intitolato: "Fra Dolcino è un simbolo - a 670 anni dal glorioso supplizio di Monte Rubello" e un altro di Tavo Burat "Fra Dossin ant l'arvira montagnin-a", quest'ultimo scritto in piemontese. Più tardi ancora, nel 1982, trovai nel libro I Contastorie edito da Edikronos, quanto aveva scritto Angelo Brofferio su Dolcino, nel suo lungo racconto intitolato: "La caverna di Trivero". Infine poi, recentemente, ho avuto occasione di leggere alcuni libri di Tavo Burat, e di Corrado Mornese.

Ma torniamo a Dante e alle due terzine che mette in bocca a Maometto nel XXVIII canto de "L'Inferno"

Or di a fra Dolcin dunque che s'armi,
tu che forse vedrai il sole in breve,
s'ello non vuoi qui tosto seguitarmi,
si di vivanda, che stretta di neve
non rechi la vittoria al Noarese
ch'altrimenti acquistar non saria lieve.

Recentemente lo studioso arabo Fuad Kabazi ha avanzato la tesi secondo cui, nell'originale mai ritrovato de La Commedia, Dante ne parlasse non con Maometto, ma con Segalello e che solo successivamente il figlio Pietro l'avesse poi sostituito con Maometto per evitargli l'accusa di contiguità con gli Apostolici. In effetti per numero di sillabe Segalello e Maometto si equivalgono e, tra l'altro, forse sarebbe più compatibile Segalello, morto di morte violenta, anziché Maometto scomparso per cause naturali.

Comunque sia, per rendersi conto di quale fosse il contesto in cui nacque il movimento degli Apostolici, guidato in un primo momento da Segalello e poi, dopo il rogo di Parma del 1300, da Dolcino, occorre ritornare ai primi secoli del cristianesimo. I primi tre secoli che sono alla base di ciò che avvenne poi. Io ovviamente non ne parlo come esperto, ma molto più semplicemente e modestamente come un agnostico curioso che tenta di darsi delle spiega zioni. Secondo me bisogna innanzitutto chiedersi chi erano i primi cristiani e quale fosse il loro modo di comportarsi all'interno della loro comunità. Io penso che i primi cristiani fossero un gruppo di eguali senza alcuna sostanziale differenza tra laici e clero. Esistevano sicuramente degli incarichi che gli adepti assumevano per il buon funzionamento della co munità, ma all'interno di essa, a mio parere, erano uguali gli uni agli altri.

Nella prima lettera a Timoteo (3:1-5) Paolo di Tarso afferma:

"se alcuno desidera l'ufficio di vescovo, desidera una cosa buona. Bisogna però che il vescovo sia irreprensibile, marito di una sola moglie, sobrio, vigilante, temperato, onesto, ospitale. Non dedito al vino, non violento, non avido di denaro, ma benigno e non avaro. Che insomma governi bene la sua propria famiglia perché se non sa governare la propria famiglia come potrà mai avere cura della casa di Dio?"

In pratica, il cristianesimo dei primordi si riconosceva nel cosiddetto comunismo primitivo delle comunità palestinesi delle origini. Paolo di Tarso nelle sue epistole afferma che "l'avidità è la radice di ogni male perché l'uomo è nato nudo e nudo ritorna alla terra e perché Dio è l'unico padrone della terra e l'uomo è solo un affittuario e mai ne sarà il proprietario, così come non lo è dell'aria e dell'acqua". D'altronde il primo fratricidio biblico scaturisce proprio dal conflitto tra pastori nomadi e agricoltori stanziali che avevano inventato le recinzioni e quindi, di conseguenza, la proprietà.

Cristo stesso che oggi qualche benpensante scambierebbe per un ragazzo dei Centri Sociali, contestava non la religione del suo popolo, ma la gerarchia dei sacerdoti che ne degradava la società già condizionata dall'occupazione romana. Ed è proprio in questo ambito che egli cercò di restaurare le tradizioni ebraiche proprie di un popolo nomade e quindi sufficientemente svincolato dalla proprietà dei beni.

D'altronde lo stesso Giubileo biblico consisteva nell'idea di redistribuire ogni "sette volte sette", ossia quarantanove anni, i beni e le proprietà. Il cristianesimo primitivo quindi raccomandava, come via alla perfezione, la rinuncia volontaria al possesso dei beni materiali. "Vendi quello che hai, dallo ai poveri e poi vieni e seguimi" recita il Vangelo di Matteo e, negli Atti degli Apostoli (4:32-34-35) si testimonia che tutto era in comune e si distribuiva a ciascuno secondo il suo bisogno.

Ma quando agli albori del 300 d.C., con gli editti di Galerio e di Costantino, il cristianesimo diventa prima religione dominante e poi religione di stato, da libera associazione di eguali si trasforma in "chiesa/apparato" e poi addirittura in "chiesa/stato", riproducendo così i contrasti insiti in uno stato, quali ad esempio: "ricchi e poveri" - "proprietari e sfruttati" - "sovrani e sudditi". E' a questo punto che una parte dei fedeli si interroga e vede con ostilità una chiesa che sancisce le disuguaglianze. Nascono così i cristianesimi ribelli, movimenti pauperistici medioevali che rispecchiano la figura del cristianesimo originario.

Ma com'è che qualcuno che da tutto ai poveri diventa Santo come Francesco e qualche altro viene mandato al rogo come Segalello? La discriminante è l'obbedienza alla Chiesa di Roma che si proclama unica e universale. Il Santo obbedisce, l'eretico no, perché sostiene che si obbedisce a Dio e non agli uomini. La Chiesa quindi tende a fare propria ogni dottrina e ogni movimento che non la mettano in discussione.

Quindi la povertà volontaria in quanto scelta individuale è trattata con benevolenza, ma quando assume la forma di fenomeno collettivo diventa pericolosa e costituisce "eresia" che va estirpata con ogni mezzo. Lo verifichiamo anche nei nostri tempi: madre Teresa di Calcutta va agli altari mentre il teologo Jon Sobrino viene indiziato di eresia. E' così che in quegli anni lontani vengono lanciate le Crociate non più solo contro "gli infedeli", ma contro i cristianesimi ribelli, come ad esempio i Catari, e si arriva in breve all'Inquisizione e ai roghi.

E' in questa situazione che scoppia la crisi dei francescani divisi sulla questione della povertà volontaria, della testimonianza itinerante e del l'obbedienza. Prima di morire (1226) Francesco prescrive ai suoi frati di seguire il suo testamento "sine glossa", ossia alla lettera.

La Chiesa si allarma e Gregorio IX con una specifica bolla (1230) stabilisce che il testamento di Francesco non ha alcun valore di legge e i frati devono osservare solo la regola imposta dalla Chiesa. Come conseguenza l'ordine viene posto alle dirette dipendenze della santa sede e viene autorizzato ad usare il denaro dando però al Papato i beni mobili e immobili ricevuti in dono. Nel 1254 poi, con bolla di Papa Innocenzo IV, l'ordine francescano viene addirittura organicamente inserito nel sistema della santa Inquisizione mentre, una ventina di anni dopo, la Chiesa diventa ufficialmente proprietaria degli edifici dei frati minori ai quali viene soltanto lasciato l'usufrutto.

A questo punto gli Spirituali, ossia i minori che non si adeguano e si riconoscono nelle teorie di Gioacchino da Fiore (1145-1202), vengono perseguitati. Tra questi il più noto è certamente il poeta fra Jacopone da Todi che scrisse molti versi in proposito. Ne citerò solo qualcuno:

Piange la Ecclesia, piange e dolura,
sente la fortura di pessimo stato

e ancora (e qui è la Chiesa che parla in prima persona)

La gente enfedele me chiama la lorda
per lo reo exemplo ch'i'ho seminato"

e infine

il mondo non è cavallo - che se lasse enfrenare
che'1 possi cavalcare - secondo el tuo volire

Ma anche il sommo padre Dante fu perseguitato perché ritenuto vicino ai "dissidenti", forse proprio per le sue simpatie dolciniane espresse nei versi de "L'Inferno". Tra l'altro, per la cronaca, nel 1329 il De Monarchia di Dante fu condannato ad essere bruciato.

E' in questa crisi dei francescani che si inserisce la vicenda degli Apostolici. Gherardino Segalello compie la scelta pauperista integrale, ma non affida al movimento nessun elemento per arrivare ad un ordine sociale e storico alternativo e quindi, da parte sua, ancora non affiora l'ipotesi di un conflitto con la Chiesa di Roma. Dopo il rogo di Parma però, Dolcino che ne prende l'eredità, inserisce nell'impianto apostolico non pochi elementi sovversivi dell'ordine sociale, politico e religioso esistente. Non solo, ma nella sua prima lettera "ad universos Christi fideles" parla non soltanto agli apostolici ma a tutti i fedeli di Cristo, e cioè a tutti gli "spirituali".

La profezia dolciniana prevede una distruzione della Chiesa di Roma che avverrà non ad opera degli Apostolici, ma per mano di un nuovo Federico II che in questo modo consentirà la nascita di una chiesa nuova quasi, diremmo oggi, una teologia della liberazione, una chiesa dei poveri. L'ipotesi di una caduta della Chiesa di Roma non era all'epoca una esclusiva di Dolcino, infatti anche Dante sembra, pensare ad una tale soluzione. La simpatia che Dante prova per Dolcino non traspare soltanto dal XXVIII canto de "L'Inferno", dove di Dolcino ne parla esplicitamente, ma anche nel XXXIII canto del "Purgatorio" quando scrive:

nel quale un cinquecento diece e cinque,
messo di Dio, anciderà la fuia

dove "un cinquecento diece e cinque" se scritto in numeri romani trasposti si legge "DVX" e quindi il "messo di Dio" che "anciderà la fuia" è un imperatore inviato dal cielo, mentre "la fuia" sta per meretrice e cioè la Chiesa di Roma. L'identità di vedute tra Dante e Dolcino è evidente. Entrambi si richiamano a quella che sarà nota come "La profezia imperiale", ossia l'avvento di un nuovo Federico II che avrà il compito storico di far nascere una nuova chiesa solamente spirituale, non mondana e senza alcun potere tem porale.

Per ciò che concerne il movimento apostolico, l'impostazione di Segalello è la scelta di staccarsi dallo stile di vita presente per adottarne un altro completamente diverso. Quindi la sua, come sostiene il professor Corrado Mornese, è una "secessione", mentre l'evoluzione dolciniana ha un carattere "rivoluzionario" perché è una critica radicale alla Chiesa di Roma considerata ormai irriformabile.

La dottrina dolciniana è in pratica una rielaborazione dell'impianto teologico-storico trinitario di Gioacchino da Fiore. In pratica l'originale sistema gioacchiniano afferma che ogni persona della trinità corrisponde ad un'epoca storica: "era del padre | era del figlio | era dello spirito". Dolcino lo arricchisce con il "novus ordo" che deve sovraintendere al funzionamento della nuova società.

Tutto ciò ovviamente, mantenendo ferma l'impostazione segalelliana della rigorosa scelta pauperista, dove Dio viene collettivamente incontrato senza intermediari, dove esiste la parità tra uomo e donna e dove l'evangelizzazione è itinerante perché vengono rifiutati quelli che Tavo Burat chiama "i recinti del sacro" in quanto il sacro è ovunque e non va certamente rinchiuso in un tempio. L'insieme di tutti questi principi, a mio parere, da all'eresia apostolica dolciniana un carattere fortemente originale.

Quasi un "unicum" nella vasta galassia dei cristianesimi ribelli.

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