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Nel mese di febbraio del 2009 è uscita l’ultima opera critica di Maria Grazia Lenisa, opera dedicata a una delle figure più importanti dello scenario poetico italiano del secondo Novecento: Corrado Calabrò. Il libro Corrado Calabrò – La scrittura del mare (sulla costola, però, si legge: La scrittura del male!) è stato inserito nella Collana di profili, saggi e studi “Le Ranocchie”, diretta da Dante Maffia, Luigi Reina, Mario Specchio. L’autrice, nel corso del tempo, ha saputo ritagliarsi un posto tutto suo nel mondo della saggistica letteraria, anche se questa sua attività è sempre passata in secondo piano rispetto all’attività poetica, e non tutti la conoscono.

Nella poesia di Maria Grazia Lenisa la parola rimane sfuggente, dai bordi sfumati in emisferi di fantasia irraggiungibili; in questo libro di critica, invece, malgrado l’evoluzione del pensiero avvenga costantemente sulla scia dell’originalità, la comunicazione si mantiene chiara, immediata, non aggiunge cri(p)ticità alla materia trattata, in via di osservazione.

L’autrice ricompone i tasselli della critica che via via si è occupata dei libri di Calabrò, ripercorre con sagacia quanto scritto e interpretato da altri prima di lei, secondo un percorso personale di lettura, proponendo inusuali angolazioni di visione, segnando nuove tappe di indubbio interesse e istituendo prospettive diverse, volte a rendere più agevole la comprensione, più immediato l’approccio alla produzione del poeta calabrese.

Immagini care, ossessioni appaganti rimangono impigliate nella rete di una lettrice non comune, appassionata e sempre lucida. Senza appiattire l’opera, senza scomparire di fronte a essa, come purtroppo invece, non di rado, accade nella saggistica (ove l’autore viene spesso dimenticato, per focalizzare l’attenzione esclusivamente sul protagonista della monografia), ella delinea le tappe salienti di un viaggio non privo di rischi, eppure ricco di piacevoli sorprese.

Alla “Premessa dell’autrice” fanno seguito ventiquattro capitoli intensi e pregni di considerazioni, utili non solo alla comprensione della produzione poetica dell’autore in oggetto, ma per un più aperto e proficuo approccio al mondo della poesia in generale. “Esprimere, comprimere ed imprimere” sono parole chiave per capire il rapporto che si viene a creare tra il poeta e il lettore; in questo capitolo Maria Grazia Lenisa ha scritto: «nel secondo novecento tutto è possibile, si assiste, infatti, alla convivenza di ogni tipo di poetica, di ogni tipologia di gruppo, più o meno dominante, e si parla ancora (che orrore!) “di poesia ufficiale” e non.». Si tratta di quella stessa “poesia ufficiale” da cui persino Lenisa è stata esclusa più volte, di cui, però, ella non aveva bisogno di far parte…

Ella si sofferma su come Corrado Calabrò non possa venire considerato soltanto poeta erotico. Ciò sarebbe riduttivo. Centro della sua poetica rimane il mare, investigato al di là di ogni facile luogo comune, esplorato in ogni sua più piccola piega equorea, tra immensità, bellezza, mistero, pericoli, rabbia, tra sensazioni e impressioni alterne, luogo contraddittorio e assimilabile alla poesia, a un grande utero fecondo. Lo stesso poeta si identifica con il mare. Ne conosce la lingua, la sintassi, la grammatica.

Ne decifra e traduce persino i silenzi. È il Sud, la Calabria (foriera di grecità), a fare da sottofondo attivo a questa poesia. La donna e il mare intessono un rapporto complesso con il poeta, e tra di loro: «Sembra che gli occhi della donna sappiano i segreti del mare»; «L’incontro con l’acqua del mare come l’incontro con la donna è momento di abbandono e insicurezza». L’incomunicabilità tra l’universo maschile e quello femminile ha radici profonde, essendo uomo e donna animali diversi. Però, “Alla disperante ricerca dell’armonia”, «L’uomo e la donna consapevoli raggiungono l’armonia nella creatività o creazione, sia essa di un’opera o di un figlio.».

Calabrò, autore dinamico e imprevedibile, in continua metamorfosi e in progressivo autosuperamento, «non privilegia moduli stilistici predeterminati che non c’è nel suo bagaglio personale un concetto di poesia da sillogizzare in versi.». Il dubbio si insinua tra le catene di parole e l’ironia è uno strumento di cui il poeta calabrese fa un uso accorto, strumento tanto caro anche alla Lenisa nel proprio poetare.

Il viaggio, tematica che occupa un posto di primo piano nei versi di Calabrò, può essere molto doloroso e può avvenire attraverso un labirinto (immagine che ha spesso ossessionato anche altri poeti del secondo Novecento italiano, come il baco da seta Domenico Cara). Nel percorso delineato dalla “Ragazza di Arthur” attraverso i segmenti versicolari scelti, non manca qualche cenno a Rimbaud, sempre così caro alla Lenisa. Tra gli studi fatti sulla poesia di Calabrò vengono citati e analizzati, all’occorrenza, quelli di Angelo Manitta, di Elio Andriuoli, di Daniele Piccini, per ricordare solo alcuni di sfuggita. Interessanti le riflessioni di Giuseppe Limone, per meglio capire le implicazioni metafisiche della produzione del poeta calabrese. Lenisa cita anche opere di psicocritica del testo, come Dalle metafore ossessive al mito personale di Charles Mauron. Tra i poeti che vengono comparati a Calabrò figurano pure, tra gli altri, Sandro Penna, Yves Bonnefoy, D’Annunzio, Eugenio Montale, Zanzotto, Evtusenko, Mascioni, Cendrars.

«Il motivo ispirativo dell’amore in Calabrò rispecchia il suo temperamento ardente che ha in odio i compromessi amorosi, gli inganni, le ipocrisie che punteggiano un rapporto.». I suoi versi non sono scevri di implicazioni magiche. Vi si possono rintracciare influssi cosmogonici; gli aspetti onirici e la pregnanza visiva sono elementi importanti di questa elegante tessitura di reticolati versicolari.

«Calabrò riesce a raccogliere tutta la forza animistica del mare ed è, in questo senso, l’unico poeta del secondo novecento a tematica unica e tuttavia “infinita”.». Il suo trasporto verso la natura, a carattere sensuale, nonostante vi siano implicazioni magiche, si esplica attraverso frequenti rimandi alla scienza, alla fisica ottica, in particolare, per i colori.

In Una vita per il suo verso, in “Un poeta alla griglia”, Calabrò ha scritto: «Un verso può nascere perfetto, può raggiungere la sua forma definita, dopo anni di tormento, di limature, di ripensamento. Ma se non dà l’impressione di essere stato stampato in quell’attimo, di recare l’impronta ancora calda delle Pieridi, tanto vale cestinarlo.». Maria Grazia Lenisa evidenzia l’eleganza del verso di Calabrò, opera di cesello inserita in un’architettura solida, autore semplice e complesso al tempo stesso, poeta che ha individuato la sua rotta nel mare delle possibilità espressive.

Così si chiude la “Premessa dell’autrice”: «La figura di Corrado Calabrò è, a mio avviso, una delle più interessanti o intriganti del secondo novecento, per quanto sia stata per vario tempo anche appartata e scuole e scuolette invano abbiano tentato di afferrarla. Essa rimane depositaria di tradizioni antiche, di cultura moderna, in uno svolgersi dell’essere che suscita nel critico, che volenteroso voglia veramente dedicarsi alle opere, una dinamica del comprendere e come tutto ai nostri occhi sia contrasto e opposto.» (e di “Contrasti” Lenisa ne ha saputi creare non pochi). Parole queste che possono valere per capire, almeno in parte, anche la produzione lenisiana.

Si spera che, come per la poesia, ora che la penna della “ragazza di Arthur” ha cessato di pulsare, opere postume, inestimabili inediti di critica, possano vedere la luce e arricchire le nostre visioni, la nostra comprensione.

Recensione
Corrado Calabrò. La scrittura del mare
saggistica 
Autori
Maria Grazia Lenisa
Edizione:
Lepisma
Roma 2009

Premessa dell’autore - pp. 176
prezzo: € 20,00

Recensione a cura di
Pubblicata su:
Il Convivio nr.37/2009
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