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Domenico Cara ovvero il baco da seta

Prima parte
Seconda parte
Terza parte

II. Le metamorfosi del labirinto sulle rapide del tempo

Tutto quel che vedo mi sopravviverà.
Anna Achmatova

Non possiamo che vivere in un presente frammentato, colmo di capitoli ma dei quali pochi avranno una fine, dentro le nebulose del caos e delle contaminazioni, nei percorsi tracciati dal movimentato divenire,[1] tra armonie e dissonanze, nel rinnovo delle forme, immersi nella varietà e nel molteplice, tesi verso la sfuggente originaria unità e in una “ricerca intermittente”.[2] Hic et nunc: la vastità si rende a noi accessibile lasciandosi ritagliare in modesti spicchi, comunque restiamo incapaci di controllare il minimo accadimento o la minima realtà. Ci troviamo dinanzi a significati compressi, a nuovi formati da rispettare: l’attenzione pare non cogliere più messaggi da decodificare, bensì file da comprimere e da decomprimere.

Nei mobiles di Marcel Duchamp i piani colorati, sospesi nell’aria che li agita come fragili e indifese foglioline, sono paragonabili ai frammenti che i fili del baco Cara tengono insieme nei segmenti di parole. Il frammento ha un’e(ste)tica; il frammento è un’oasi, un’isola, una deriva, un punto pronto a esplodere o ad annullarsi. L’aforisma, come sostiene Cara, è anche una tecnica. I frammenti sono scacchi, pedine, singole carte del mazzo della vita, della partita più avvincente da giocare, nel pericolo e nell’estasi. Esiste una consolidata tradizione occidentale, per quanto concerne la tecnica del frammento, ma non si deve dimenticare che anche le rovine architettoniche, oppure talune opere letterarie che sono giunte a noi non nella loro forma originaria completa, vivono di luce propria pure nella forma frammentaria. Un esempio per tutti: Satyricon di Petronio Arbitro. Encolpio e Trimalchione, Ascilto ed Eumolpo, nella serie di estratti pervenuta, sembrano aver trovato la miglior forma di rappresentazione.

Il frammento induce a ricostruire con l’immaginazione il contesto, i tasselli mancanti; il dettaglio rinvia all’immagine intera, all’insieme. In questa operazione, il particolare viene messo a fuoco davvero in modo nitido. L’insegnamento di Guicciardini non va dimenticato, né la relatività del giudizio: l’esperienza non può che essere particolare e le generalizzazioni sono sempre pericolose.

Viviamo vagando in un labirinto, nelle cui strade si insinuano le parole. Tessono la loro narrazione, come Ariosto e Tasso, creando grovigli e sospensioni. Sull’immagine del labirinto nella poetica di Domenico Cara, Massimo Pamio scrive: “Il labirinto è lo spazio della poesia cariana, luogo tortuoso, ricco di sorprese, chi si smarrisce in esso è stretto nel cuore dell’angoscia e cede all’estasi, il labirinto è dunque ansia ed evento, il passeggero nel labirinto attende da un momento all’altro la morte, ma sa che non potrà mai compierla, il suo percorso è verso lo smarrimento, l’estasi o l’annullamento, ma anche verso la tensione, la salvezza, l’uscita, la fuga, la luce, il tempo, l’esterno.

Il labirinto è la tana della creatività, perché elabora infinite direzioni, scorci che continuamente ritornano realizzando un movimento circolare, eterno, esso, luogo in cui non si sa (e non si saprà mai) se si è già stati, è condizione iniziale: morte da cui ci si può riscattare solo raggiungendo la vita. Ma la vita esiste?”[3]

La lingua è vita; essa muta con l’uomo; la diacronia e la sincronia sono le due prospettive fondamentali del cambiamento. Anche l’aforisma è soggetto alle leggi del divenire. La parola teme la fissità, l’immobilità; chiede una nuova vita e che si scandaglino le zone d’ombra che la sfiorano o che in lei si nascondono. Cara si distingue come inventore di neologismi e per la sua capacità di individuare e di instaurare legami inediti tra le parti, di cogliere anche l’invisibile l’indecifrabile e l’ineffabile nelle combinazioni di parole, gestendo i compresenti codici diversi con disinvoltura. Le parole vibrano la loro musica, rifiutando l’isterilimento semantico. Anche le parole vogliono viaggiare, svecchiarsi, ringiovanire.

Il frammento può essere dettaglio analitico o dettaglio sintetico. La capacità di sintesi del dettaglio gli consente di cogliere, in poco spazio e in tempo brevissimo, una reale vastità, mentre la capacità di analisi gli consente di cogliere aspetti solitamente ignorati. Per esempio, negli oli su tela come Auto improbabile (2005) di Romi Osti vengono talvolta raffigurate parti di automobili, ovvero tranci di carrozzeria, ma è inevitabile immaginare il resto. Non a caso, ne I flautini dell’occhio,[4] Cara osserva come siano importanti, per gli occhi, le palpebre.

Egli trasforma la realtà in piccole icone con cui è possibile aprire nuovi orizzonti e finestre, miniature del pensiero, al punto che, talvolta, può accadere che il lettore, assimilato il meccanismo dell’affascinante ragionamento, si chieda se certe idee siano sue o dell’autore. Si potrebbe dire che l’esercizio dell’intelligenza contamina e sprona.

Il singolo frammento, apparentemente insignificante e sacrificabile, risulta, per certi versi, raffrontabile con un capolavoro del protagonista per antonomasia del Neoplasticismo. Infatti, per il quadro Composizione in bianco e nero del 1926 di Piet Mondrian, del Museum of Modern Art di New York, in merito all’ordine e alla casualità nella pittura astratta, Meyer Shapiro scrisse:

“quello che a prima vista sembra un quadrato inscritto in un rombo, banale motivo decorativo e dilettantesco, risulta, ad un esame più attento, un disegno complesso dotato di un’asimmetria calibrata da linee diseguali. I contorni del quadrato risultano parzialmente coperti, prolungandosi così in un campo ideale oltre i limiti della tela a forma di losanga.” [5] Considerazioni analoghe possono venire estese al frammento in generale.

Nel labirinto ognuno è solo, isolato; ogni vita si risolve nel trovare, con o senza mappe a disposizione, un tesoro in terre fin troppo note eppure ostili (per giusta vendetta). Nelle strade dedalee[6] l’immaginazione si accende nel fuoco del pericolo, autentico combustibile vitale. Ma anche il labirinto, utopia o realtà, può diventare semplice frammento, un frammento di verde, un giardino della transizione. Se da un lato l’isolamento umano può apparire come la genesi di isole architettoniche avulse dal contesto urbano e galleggianti nel vuoto, dall’altro può gettare le basi e i presupposti indispensabili a far affiorare le elettive affinità tanto anelate. Pure nell’isolamento, però, persiste la contaminazione del pensiero, dei sei sensi nell’accezione cariana, che include il sesto senso “cervello”. A tal proposito, Massimo Pamio, notando l’esistenza di uno schema magico del reale che rimanda al suo Altrove e alla sua Origine ma pure alla sua negazione, ha scritto:

“Pertanto se vivere è vedere, ascoltare, gustare, parimenti vedere ascoltare gustare rappresentano l’altra faccia della vita, negando all’essere la sua realtà.

Vedo, dunque, non sono. Ascolto, dunque non sono presente, assaporo, dunque la mia presenza è un mito, in definitiva l’assenza gioca in me i suoi schemi illusori ed estatici. La dinamica dei sensi coglie il territorio delle favole”… “svela la mistica della nudità e la metafisica della veste, maschera che avvolge e sfiora il corpo, nudità (riflesso della Natura) che recinge la nudità, medium tra uomo e natura, elemento giocato nella dimensione spaziotemporale del corpo, che può solo erigere un limite, una sottile pellicola per creare la differenza e celebrare così i sei sensi, nel mito della Presenza. È possibile morire e rinascere attraverso lo scambio di illusioni e realtà (lo scambio dei sensi), nel processo del proprio divenire.”[7]

Il labirinto,[8] che può essere anche un intrico di parole con interferenze intrecci e sovrapposizioni, viene ora associato da Cara a un possibile moderno anacoreta:

“Il rituale, da cui mi sono sempre difeso per propositi solitari, e per inventarmi un diverso quadro, un modello opposto a tutti di riosservare il mondo mai salvato, né protetto, ha tuttavia un iter regale, sebbene dotato di labirinti capziosi, di geometrie decisive tra cui inventarsi eremita.”[9]

Ora le strade del labirinto disegnano perversioni cartografiche:

“Ricordati delle ombre”

… “qualcosa si sa su antichi

crani, ma non come portarsi in perfide

mappe o in oscuri e aridi fossati,

intrecciati a immanenti e lise parole”.[10]

Però non si potrebbe rinunciare all’esplorazione del labirinto, malgrado esista un “mostro nel labirinto” medesimo[11] e malgrado esistano I labirinti marciti:[12]

“sediziosi labirinti indispensabili”,[13]

per poter proseguire il proprio cammino “(oltre il labirinto)”.[14]

“Le intermittenze del labirinto e la loro imperscrutabilità,

malgrado la varia e vasta diceria e, nonostante, il passato

(favoloso).”[15]

Esistono pure un “labirinto di amuleti”[16]

e un “labirinto di ipotesi”.[17]

Anche se quello in cui ci si imbatte dovesse rivelarsi

“il dedalo senza uscita”[18] per antonomasia,

varrebbe la pena d’immergersi “nel terrore dedalico (del vuoto)”,[19]

nell’esasperata moderna affiliazione all’horror vacui e alla paura occidentale di restare soli:

“La dinoccolata età delle droghe

innesta a luci labirinti, impuri

oblii, vicende raccontate, l’asse delle manie”;[20]

“il ritmo, cosa elegante,

e filo d’aria, adesso moccolo del labirinto”;[21]

“fauna libera che provoca i labirinti”.[22]

“Sul fatto impreciso, possiamo almeno

pensare alla reliquia, invadere il suo

insieme, condizionare la depressione,

penetrare con la fauna nel labirinto”.[23]

Inoltre, “nei segmenti del bello il kitsch algido

soddisfa tutti i visitatori del labirinto”,[24]

malgrado “i labirinti senza liuti”.[25]

“Fra le riduzioni di servizio anche i labirinti

rallentano l’irregolarità delle loro geometrie”.[26]

“I presagi scorgevano dal labirinto – in nuce –

lune cadute, vocali e volti trafitti”,[27]

mentre anche “i capricci del vento inseguono afose

inquietudini innaturali”[28] e tracciano labirinti,

ove spiccano “gli angoli opachi di un’estrema metafisica”.[29]

Ed ecco levarsi l’appello più intimo:

“miei labirinti e incaute streghe, fondali

con minaccioso sguardo, chi invocherà per me

un lettore stupito degli aloni che guido

da densi pozzi o gonfiori della voce oleosa?”.[30]

Già nella monografia dedicata a Corrado Alvaro Domenico Cara si rivela attento alle sfaccettature labirintiche:

“«Per questo motivo - scrive Walter Mauro -, la letteratura diaristica dovrà fatalmente occupare un posto di primo piano, poiché tra quelle pagine sono percettibili atteggiamenti e reazioni che, pur tornando con frequenza nei romanzi, contengono le risposte a tanti altri interrogativi e a tante perplessità». Interpretazioni di un uomo prima che di uno scrittore, senza sbavature ed esterne saccenterie, intrise di sincerità primordiali quasi dotate di miti arcani «nel labirinto» della speranza e dell’umanità che cammina.”[31]

L’aspetto visivo non può venir scisso da quello labirintico:

“Gli occhi non lasciano mai traccia di se stessi, se non

in ciò che hanno veduto. Le loro corolle si estinguo-

no dopo il labirinto attraversato e forse sui medesimi

itinerari, privi di segno e sussurro”;[32]

“Gli occhi ellittici senza fissi labirinti o guizzi partico-

lari per la liscia immobilità.”[33]

La lettura di un aforisma, sotto alcuni aspetti, può venire paragonata alla lettura di un’opera pittorica. Paul Klee diceva che l’occhio dell’osservatore viene captato prima da alcuni punti del dipinto e poi, via via, da altri, come un animale che bruca prima certi ciuffi d’erba su un prato, e poi altri. Il percorso di lettura può conquistare anche le verdi e tortuose strade del labirintico libro infinito, composto da pagine che si generano in un’incessante reazione a catena:

“I labirinti con più scritture, sotto il cui cielo è interessan-

te incontrare la vita del vario umore, ed altra sghemba

fantasia, per tentacoli.”;[34]

“e l’esperienza è il labirinto dentro cui leggere una necessità

teologica”;[35]

“consapevolezze del labirinto”;[36]

“Daniele si era chiuso in un labirinto”.[37]

Addentrandoci nel labirinto, è inevitabile dubitare, essere incerti sulla via da seguire. Però, rammentando la Lode del dubbio di Bertolt Brecht, come Cara sapiente dosatore d’ironia, occorre mettere in discussione prima di tutto se stessi, le proprie intenzioni e mete, per poter davvero raggiungere il traguardo. Paradossalmente la nostra società, così avvezza all’idea di progresso, troppo spesso si adagia restando ancorata al pregiudizio e alle finte verità, ma Cara la inchioda alle sue responsabilità:

“e il dubbio è l’arteria più rovente, annaspa

ancora tra le violenze possibili e le doglie,

gli elementi espansi, le coordinazioni figurabili…”

… “quindi riprovo, di nuovo,

col dubbio a controllare l’inferno delle chimere,

i soggetti senza scialle, i labirinti folti,

le stesse protezioni nervose, i loro strati…”;[38]

… “intuisce il dubbio

in un suono, in una ruga, la buona lingua delle cose?”[39]

“Quel dubbioso e sottrattivo non so che, che ormai dovrebbe

farci sapere – per sempre – l’intera conoscenza e ogni altra

minima cosa di sé”.[40]

“GERMOGLIO

Bisognava restare dentro il dubbio per interrogarsi?”;[41]

… “le diottrie del dubbio vedevano chiaro…”[42]

“Un’idea per incominciare, ma non per la cattura com-

pleta del dubbio o per approfittare di indossare i vecchi

panni usati e diventati in qualche modo nefandi.”;[43]

“Che anche il dubbio sia tenero e lezioso, e vinca sulle in-

crespature fragili dell’ignavia!”;[44]

“Qualcosa stride a un lato del Dubbio”;[45]

“oggi vorrei ridurre tutto il magma in alcuni squilli, oh Charles!

produrre circostanze mobili come bandiere, riaffiorare in sordina

dal convulso dubbio di essere fra le cianfrusaglie, gli echi nel flus-

so”… “ciò che ognuno contraddice per salvarsi, nei compiti di

ripensamento, gli esami di coscienza”.[46]

I versi e gli aforismi cariani sono sovente permeati d’enigma mistero e fede non convenzionale:

“l’ultimo giorno mancava qualsiasi suono; Charles aveva letto tra

i suoi “contemporanei” le acute disarmonie, il peculiare enigmatico,

l’insemplicità posta come favola della referenza”;[47]

“gli enigmisti scoprono un errore sotto questa vicenda di sole do-

lente”;[48]

qualcuno “dove ritrova la soavità dell’a caso (nel suo collage

didascalico)” … “scorge l’efficace enigma: fato”,[49]

“navigando nell’inspiegabile”,[50]

… “l’incoercibile ansia

di continuare col fiotto di enigmi, penetrare

la vela (l’aria alquanto irritata a dispetto

del semaforo, le intermittenze dimezzate, come

spade e fertili falò, tra le divergenze di caos).”[51]

“In termini di mistero, la disquisizione diventa una dubbia

esperienza, senza prova di calcolo, né perturbante inventa-

rio provvisorio.”[52]

“Non è un caso che anche il mistero non esclude la limpidez-

za di una possibile verità.”[53]

“FEDE

In più grovigli parlo della religione personale,

di veli del ricordo, di ciò che brucia nei progetti”;[54]

“abito con te la sofferenza, Signore,

e gli orli d’un volo oscuro, arguzie, enigmi

infalciabili di un Oltre, nell’insensatezza”.[55]

Siamo avvolti in “un soffio di eternità”[56]

e ognuno deve rammentare a se stesso:

“«Dio ti vede»”.[57]

Questo monito non si scosta molto da un aneddoto alfieriano: Vittorio Alfieri, nell’età matura, lontani e spenti gli irrequieti ardori giovanili, sosteneva di comportarsi sempre come se qualcuno lo stesse guardando, onde mantenere un atteggiamento di cui poter andare fiero.

Ancora sulla fede:

“Quel valore religioso dello sguardo, che tanto carat-

terizza l’operazione sacrificale e sacra di Rouault,

nella cui evidenza solenne ed amara la medesima

estasi invita a “chiudere gli occhi e guardare”!”[58]

Un filo invisibile, ma che non si può in alcun modo recidere, unisce il poeta a Dio:

“Credo nell’Onnipotente che, attraverso la Sua regalità

solitaria e maestosa, mi avvicina al miracolo degli attimi e,

nello spasimo della Verità, concede all’essere privato la

condizione del poeta, qualsiasi sia la misura e il duttile filo

di seta del sogno religioso per segno di ritmo e di parola

infinita.”[59]

L’idea di “catturare l’infinito”[60] persiste, mentre Domenico Cara insegue il pensiero all’infinito, nella riflessione del linguaggio su se stesso. Cara gioca con gli infiniti punti di vista e la prospettiva pazientemente; le frasi banali e i brani di realtà ordinaria contengono nuove risorse, ai suoi occhi; egli scompone e ricompone l’oggetto in vari modi; lo ruota come un cubo di Rubik, senza mai arrovellarsi; anzi, le incertezze e le opposizioni lo esaltano e lo inducono a dare il meglio di sé, tra le “dirottabili opinioni”.[61] Il fatto di scomporre e ricomporre gli oggetti presenta analogie con giochi infantili come i mattoncini Lego o i giocattoli froebeliani tanto cari a Frank Lloyd Wright. Il collage o l’assemblaggio di Cara si avvale non dell’uso della inaffidabile colla, bensì di un resistente filo fuori commercio, i cui rocchetti portano un inconfondibile marchio di fabbrica. L’autore taglia i fili, li annoda, cuce e ricama, liberando gli aquiloni del pensiero, le contraddizioni del pensiero, ovvero la fiamma del reale, la forma del reale, i suoi più laceranti contrasti.

Le ossessioni tematiche si avvinghiano l’una all’altra, in un intreccio indissolubile: qui è la smorfia a fare capolino, tra i tanti punti di vista possibili:

“PROSPETTIVA

Carte mai supreme, su cui ho letto il mio nome,

ma, per effetti prenatali, la smorfia di un vagito”.[62]

Esiste anche “Il punto di vista dell’obbedienza, in cui l’angoscia della su-

bordinazione diventa trauma privato e aggressione

sociologica.”[63]

Esistono anche punti di non-vista:

“Il mio punto di s/vista nella dialettica degli equilibri di al-

cuni madornali gesti di sussiego.”[64]

Forse anche dell’incertezza si dovrebbe stendere una lode, al pari del dubbio, come sinonimo di dubbio:

“L’INCERTEZZA

Ma tu spargi più semi fra solchi e misure

di terre inconsumabili, altri fumi casuali, embrioni

che accendono il fato febbrile dei turbini, incertezza!”[65]

Cara ammette:

“in enigmatica etica è più dolente

la lama del contrasto che mi attraversa”.[66]

È “L’occhio cinico avvinghiato alla medesima spirale

dell’incerto”.[67]

“La prospettiva delle affinità è ovviamente la ricerca

del dissimile”,[68] e questo vale anche per le affinità elettive.

“Le cose lontane si vedono meglio e, comunque, resta-

no distanti dalla presente generale tristezza!”[69]

Tra le tante prospettive possibili “La prospettiva del sussiego è quasi sempre un broncio irsuto

o quasi molle.”[70]

Spesso occorrono sguardi molteplici:

“Tu hai l’occhio poligonale di Marcel Proust che scru-

tava gl’infiniti lati di una qualsiasi questione o di un

oggetto innocente e silenzioso ovunque dislocato, e

ne aggiungeva un altro per capire di più e per artico-

larne ulteriori grammatiche.”[71]

“L’altro punto di vista che non scorgo, e che è al gua-

do di qualche flusso e obliquo miraggio, probabil-

mente immotivato, dovrò in qualche modo scovarlo

e, intanto, anche fra i detriti, guardo!”[72]

Qui la sinergia che si viene a esplicare tra “guado” e “guardo” fa aumentare di grado l’efficacia complessiva dei segmenti cariani, mentre la memoria facilmente rispolvera le parole di Franz Kafka:

“Negli ultimi tempi ripenso sempre più alla mia vita, cerco l’errore decisivo, colpa di tutto, che potrei aver commesso, e non riesco a trovarlo. Eppure devo averlo commesso perché, se così non fosse e, nonostante ciò, con l’onesta fatica d’una lunga vita, non avessi raggiunto ciò che volevo, avrei la prova che ciò che volevo era impossibile e ne seguirebbe il crollo di tutte le speranze. Considera l’opera della tua vita!”[73]

Con Picasso ci sono occhi ovunque e contemporaneamente, sotto e sopra,[74] dentro e fuori; i frammenti collidenti tra loro si dispongono su uno stesso piano:

“Gli occhi molteplici di Picasso che paventano l’oblio,

e allora impongono l’assiduità e le altre radure dello

spazio, in cui sono immersi, per meglio rappresentar-

si come acute sagome, spesso da forme decapitate e

ancora fiere.”[75]

Anche Cara, al pari di Picasso, è capace, con un cubismo sintetico o analitico delle parole a seconda dei casi, di visioni simultanee e molteplici: nella brevità dell’aforisma, o del verso poetico, coglie piccole e grandi e innumerevoli e contraddittorie realtà, nella forza del dettaglio, e il fluire dello sguardo, degli sguardi, dei punti di vista.

Forse “quando ogni cosa è lontana e vicina”,[76]

dovremmo rammentare che si tratta soltanto di un inganno prospettico. O dell’inganno della lingua. A seconda dei punti di vista. Ricordando che anche la prospettiva è una forma simbolica.[77]

Inoltre, “La prospettiva non è sempre quella che si augura favorevole”.[78]

Intanto, la stabilità resta alquanto instabile:

“aghi palpitanti

di doglia e urla, tra malfermi

equilibri (sempre degli autunni”.[79]

Nonostante tutto, è ancora lecito cercare qualche barlume di verità:

“Poiché la verità si segue ancora (in trabocchetti)”,[80]

“nei limiti di una piccola verità”,[81]

mentre nel frammento si riassumono i nostri limiti.

“FONTI MORALI

la verità ha labbra prudenti, lascia agl’infermi dettati

poco crescenti, e se mai contrassegni virtuali, torsoli”.[82]

L’autore qui si rivela in sintonia con Vittorio Alfieri, il quale auspicava “labbra prudenti” sul versante letterario:

“Molto mi par grande in bocca di chi pure potrebbe asserire, la cosa è così, il contentarsi di dire: così mi pare. Tale è il linguaggio di chi sa; ma di chi crede di sapere è ben altro. Tutte queste formule cattedratiche assolute, non va, non sta, non si dice, e simili, sono la base della censura letteraria italiana: quindi ella è bambina ancora; e lo sarà credo, finché non vengano abolite queste formolette, figlie dell'ignoranza spesso, della invidia talvolta, e dell'ineducato orgoglio sempre.”

Domenico Cara è sin troppo consapevole del fatto che

“un po’ tutto sciama e oscilla polimorfo”.[83]

Il poeta che, come abbiamo visto, considera il cervello il sesto senso o senso privilegiato, contamina felicemente tutti i sensi, pur concedendo particolare attenzione al canale auditivo e a quello visivo, dal cui connubio sono scaturiti molti aforismi e versi.[84] Ai nostri tempi la sinestesia, di cui fece uso pure Dante, ha enormemente aumentato il suo potenziale, quale figura retorica assai duttile e malleabile, pronta a recepire qualsiasi contaminazione proveniente dalla realtà o sensibilità contemporanea, sinestesia che fu fondamentale anche per Il suono giallo di Vasilij Kandinskij; Cara ricorda:

“cominciai con il tempo del suono e nella calma polve/rosa di un

arciliuto, assorbendo idealità e fiuti indistinti, mescolanze di

sensi, rivelando impulsi inconcreti, universi databili e preisto-

rici, le parole quasi sempre interrotte, la maschera meno solida,

una gola intersecata da fiati successivi”;[85]

“qualcuno si affretta a salvarsi l’anima,

a indagare se i sensi si possono fondere a quelli della moltitudine”.[86]

Analizzando le espressioni verbali usate solitamente dalle singole persone, possiamo capire quale sia il sistema rappresentazionale che esse prediligono. Infatti, i soggetti vengono suddivisi in visivi, auditivi, cenestesici, olfattivi, gustativi. Occorre molta acutezza nell’osservare la gente, per captare i segnali significativi. Il metamodello linguistico è fondamentale. Il linguaggio influenza il modo di fare esperienza.[87]

Domenico Cara ha dedicato un’intera raccolta di aforismi all’occhio (I flautini dell’occhio, frammenti scritti tra il 1989 e il 2002),[88] il quale è capace di dialogare con l’orecchio, mentre i “flautini” lo nutrono. L’occhio interroga e si interroga;[89] l’ascolto avviene anche nell’occhio; Cara sviscera ogni possibile implicazione visiva, stimolando a proseguire nella ricerca.

Non a caso nei corsi di creative writing “Show, don’t tell!”, ovvero “Fa’ vedere, non dire!”, è uno dei primi insegnamenti che vengono impartiti, data la centralità dell’argomento.

Anche nelle altre opere cariane le tracce visive risultano diffuse:

“Lo sguardo non temeva atteggiamenti

critici”;[90]

“Com’è difficile idealizzare un occhio guercio!”;[91]

“vibrazioni di occhio” e “le ottiche notizie”;[92]

“L’occhio compie i suoi mentali

fotomontaggi, naviga, se non manca

una festosa fantasia

(e alcuni irosi teschi)”;[93]

“È OPPORTUNO MISURARE L’ACCETTAZIONE

DELLA PALPEBRA al conseguimento dell’abbaglio,

o annullare le tenebre?”[94]

La speranza non viene mai meno, malgrado i mai facili entusiasmi:

“E c’è una libertà di guardare ancora alberi, zolle”.[95]

L’occhio sintetizza gli stati d’animo, che pervadono il resto del corpo:

“L’occhio nervoso per le sue stesse idiosincrasie”.[96]

L’importanza dell’osservazione impone un metodo non solo in ambito scientifico:

“L’automatica ed alquanto spocchiosa sua sovranità

(nelle varie dimore e progressioni della ricerca).”[97]

Poi Cara si chiede:

“Dietro l’immagine di una Santa Lucia ferita, cos’ha

d’irreale la vita, e quanto è l’uso interiore?”[98]

Come la statua ritenuta di Costantino nell’antichità, celebre oggetto di meraviglia, si pensava fosse viva e dotata di un’anima, così è:

“L’occhio di pietra dell’immobile miles di gesso, sen-

za perscrutabilità o alfabeto.”[99]

Il confronto acceso non va evitato ma:

“«A me gli occhi… A me…» prima di ogni disputa.”

Talvolta anche l’occhio è una realtà ossimorica:

“La scena della polvere, in cui l’occhio accende persi-

no le più inebrianti futilità per sopravvivere, e co-

templando il suo stesso non vedere.”

La subiettività della visione si lega ora al responso profetico:

“Lo sguardo oracolare”;[100]

ora all’attività onirica:

“L’occhio riposa certo, ma sogna le altalene e le stes-

se orbite del volo.”;[101]

ora al voyeurismo, sulla scia del Satyricon di Petronio Arbitro:

“L’occhio dell’eros e della spia, sempre mobile e guer-

rigliero.”[102]

Lo “specchio dell’anima” non può accontentarsi di rispecchiare le sole realtà esteriori:

“L’occhio deve guardare dentro, cercare coesistenza e

profondità; l’esterno è una vicenda di giochi curiosi e

potrebbe farlo con gli occhi degli altri”.[103]

Se dare un nome alle cose crea l’illusione che le si possa possedere e che si possa dominare il mondo, parimenti è evidente:

“L’immediatezza di cui l’occhio s’appropria per pos-

sedere tutto e per dimostrare che tutto è inutile, in

movimento e nell’immobilità.”[104]

L’aspetto visivo e quello auditivo si sommano e sovrappongono:

“Le azioni dell’occhio al di qua delle cose supreme e

quando subentra una lettura insospettata dell’estasi,

grazie all’assillo silenzioso della sua voce!”

“L’occhio chiama annunciando tra l’altro che egli stes-

so è privo di maschera e si pronuncia per ingressi

ripetitivi e differenti – nella dissolvenza – senza tene-

re conto della propria biografia.”[105]

Emergono anche i temi del viaggio e della scoperta:

“E l’occhio cerca la città nascosta (quella archeologi-

ca”,[106] da contrapporsi alla metropoli che nessun tesoro occulta.

Con Cara il lettore s’immerge in un viaggio che va fatto a piccoli passi.

Quando l’imparzialità è un miraggio:

“L’ottica con i paraocchi decide una sorte prevista e

incalza sulle nozioni del pregiudizio.”[107]

Malgrado gli opposti siano indispensabili reciprocamente:

“Per l’occhio ciò che conta è la luce”.[108]

Lo studioso, rispetto ai frammenti di sapere che va raccogliendo, appare come

“Il collezionista di quadri, con quell’imprimere all’o-

pera d’arte la minuziosa percezione del suo sguardo.”[109]

L’occhio accende velocemente pure gli altri sensi:

“I peccati di gola dell’occhio.”[110]

Per certi aspetti, come accade per la lingua, si delinea anche

“Lo scenario optical nei suoi asettici e ambivalenti pas-

saggi, in un’organizzazione dell’inganno.”[111]

Il dilemma dell’essere o non essere colpisce pure l’occhio:

“L’occhio albino. Il non-occhio.”[112]

Ora emerge un tema caro anche a Cesare Maria Domenico Ranieri:

“Dove intende spostarsi l’occhio all’imprevisto e cru-

ciale momento della follia?”[113]

Nel modo di guardare (e di farsi guardare) si esprime tutta la superficialità dell’uomo contemporaneo:

“Il puro colpo d’occhio per evitare il mistero dell’og-

getto?”;[114]

“Il colpo d’occhio immediato e imprevisto, la cui filo-

logia pretende di aver capito tutto”.[115]

Spesso è “L’occhio, proprio l’occhio costretto a far finta di

niente su reali «cose viste»!”[116]

Le contraddizioni dell’occhio sono le stesse dell’uomo (l’occhio spesso è una sorta di sineddoche rispetto all’uomo, una parte per il tutto):[117]

“E se un occhio scrutasse soltanto prati di tenebra, e un

altro spiasse ogni minima prima luce e ogni ultimo

bagliore soltanto, a chi potrebbe toccare la migliore

gloria?”[118]

“Proprio quegli spazi integrati improvvisamente da un

insistente desiderio dell’occhio di capire meglio le

effimere smanie dell’osceno.”[119]

Notizie di varia crudeltà colpiscono con maggior efficacia, nei fulminei segmenti cariani:

“in Belgio bucano gli occhi agli uccelli can-

tori (per accecarli) per farli cantare meglio”.[120]

Capacità percettive non comuni consentono di scorgere:

“I girasoli di Van Gogh: occhi della follia”,[121]

…e con “sensibili occhi

anche in un deserto di neve”,[122]

o Quadrato bianco su fondo bianco di Malevič, ove il nulla coincide con la forma assoluta.

Pure l’occhio istruito può aver subito qualche forma di diseducazione:

“L’entomologo che non sposta di un solo millimetro

l’occhio studioso.”[123]

Gli occhi sensibili sono costretti a non pochi traumi visivi:

“Dunque, gli occhi continuano a sopportare i loro

troppi infarti (ma anche poemi di visione impura e

poco giocosa).”

“Fatti osservare assiduamente dalla responsabilità:

essa è il fantasma attento che non ti lascerà mai gli

occhi!”[124]

Qui ritorna alla mente Alfieri che, nell’età matura, si immaginava costantemente sotto lo sguardo di un ideale osservatore, pronto a giudicare il suo comportamento.

Sulla cecità, aspetto ossimorico dell’occhio, condizione ben catturata da Raymond Carver in Cattedrale, ove è possibile vedere veramente capire e comunicare disegnando con un cieco,[125] Cara scrive:

“Quella splendida cecità del padre Omero”;[126]

“Cieco fin dalla nascita, nulla è stato diversificato se

non dalle parole!”;[127]

“L’occhio sul palmo della mano come simbolo dello

sguardo e della scena che domina la vessazione dei

non vedenti!”.[128]

Ma pure chi ha due occhi in salute è insoddisfatto, poiché vorrebbe poter guardare anche dietro di sé, senza voltarsi:

“Ah, quella sofferenza dell’uomo per la mancanza

d’un occhio sulla nuca, che gli impone di spostarsi a

destra e a sinistra per riconoscersi e verificare cosa si

nasconde dietro di sé, e dopo essere stato deluso sul-

la scalata difficile dell’orizzonte!”[129]

Alcuni esempi per il canale auditivo e l’ascolto:

“i blesi ricami acustici”,[130]

“che sermoni inquieti i furori

del vento”;[131]

“le donne pazze con transistor all’orecchio”;[132]

“la densa caduci-

tà orale”;[133]

In concert: aghi di suono, squilli decisi,

ottoni naufraghi; e rumori di deriva

respiravano dal ritmo opaco dei tam tam”;[134]

“dentro quel baratro

e ciglio di misfatti, c’è chi frequenta

i giorni infranti ed elusi,

e chi rigenera il suono

dell’essenza di grazia assottigliata”.[135]

“E poi? La musica ha avuto gli

applausi velati e – in tensione altera –

il segno della fine; il cospicuo

dono per gli ultimi,

ma nemmeno dono,

offerta d’eco, per nessuno”.[136]

Sul mancato ascolto:

“Tutti gli «esperti» che riferiscono sul risaputo, senza dare

ascolto (e corso) a chiunque non addetto ai lavori (verbali)

chiedono un progetto sempre meno inquieto (e sapienziale)

per sopravvivere!”[137]

“Il discorso sulla musica

non regola l’armonia, è quasi

il suo marketing”.[138]

Inoltre, è vero che “l’eco ha una sua lussuria

tesa nel vento, una mimesi sottile,

talvolta ermafrodita, fluente”.[139]

E “occupa le istanze della fuga quell’ascolto”;[140]

“gli echi miracolosi

della notte”,[141]

“i suoni sono poco scovabili o salvi

tra ciò che è prediletto e riesce

a confortare la stessa quiete delle pupille”;[142]

“l’ascolto aveva per lui un senso vitale”.[143]

“Per vocazione ascolto meglio ciò che sibila

(o naviga) fra gli intralci, ineffabili e rari

alfabeti, varchi inesatti, germogli sediziosi,

roride gamme di vagheggiamento, o declino”.[144]

Esiste una “breve oasi di ascolto”.[145]

“MANOSCRITTO

Chiedi di me a prati spersi, da dove ascolto…”.[146]

Un’eco della citazione d’apertura dell’opera Il dilagare dell’ascolto

(“L’orecchio non il cervello

come sede dello spirito.

(Mesopotamia)”)[147] è ravvisabile in questi segmenti:

“L’orecchio è l’occhio dell’anima(?). Perché ascolta

intanto i sabotaggi occulti della percezione e la grigia

luce (o sporca) delle decomposizioni globali?”[148]

Riemergono ancora “le voci della notte”.[149]

Su chi si improvvisa artista o poeta, Cara mette spesso in guardia:

“Il tardivo dilettante di musica classica, spera sempre

dopo ogni giusta suonata, che qualcuno abbia ascoltato la

partitura che ha ucciso, certo perché non è convinto minima-

mente che tale colpa sia punibile, ma perché è sicuro di aver

offerto un godimento.”[150]

Pare una situazione analoga a quella di tanti poetastri dei nostri giorni. I veri poeti, invece, sono la coscienza del mondo e sono carichi di responsabilità, talvolta opprimenti. Cara osserva:

“Si ha sempre timore che la poesia d’oggi non intenda offrire ad alcuno un “messaggio””… “Nel conformismo generale, una parte del pubblico si serve della genericità per tentare di esistere in qualche modo, o di illudersi che ciò possa diventare eventualità meno scalfita.

Questo, promosso dalla pratica del tempo libero, dalla condizione del pensionato che vive di nostalgie e di senili irritazioni, aiutato dalle scuole di scrittura ad un falso miraggio, inseguito per illudere il disegno di se stesso ai confini con il Nulla.”[151]

Ne Il dilagare dell’ascolto,[152] tra versi fatti di mito ombre dialogo selva labirinti topi divenire delle acque ansia horror vacui utopia ed eldorado d’altri tempi (la Grecia) previsione dubbio ragni e fili e vento che chiama, per l’aspetto auditivo, in particolare si segnalano:

“quella lettera d’echi felici”,[153]

“nel dicibile che ascolta / echi minuscoli”,[154]

Traccia del mormorio,[155]

“tra paglie e rugiade che ascoltavano le minime voci”.[156]

Sull’udito e la vista alleati:

“Euritmia, linfa già udita (e vista)

ma somigliante a noi?”;[157]

“l’oralità

cerca tuttavia gloria nella gerarchia

di immagini”;[158]

“mi affaccio alla finestra disatteso,

colgo il vento nel palmo, e il sole sollecita (incerto) tra

spigoli

la questione degli echi decomposti sulle asimmetrie

dell’occhio”.[159]

La nota canzone di Luigi Tenco più volte risuona negli aforismi cariani:

“TUTTO È NEL SUONO

vedrai, vedrai, le oscure ipotesi del noi farsi sillaba

e misura dell’affetto, musica d’un delirio, isola…”

Poi compare “L’occhio triangolare della musica celeste”,[160]

ed “Ecco la sordità che sgrana gli occhi per aiutarsi a

capire meglio le voci del mondo circostante”.[161]

Cara, a questo punto, formula un interessante quesito:

“Ha già scoperto l’occhio un’equidistanza fra La tem-

pesta del Giorgione e la dolcezza de’ Il flauto magico?”[162]

Il sesto senso è il “cervello collettivo”,[163]

poiché “Si comincia a vedere con la mente”

e “ad ascoltare con gli occhi”.[164]

È possibile “Vedere con le dita, produrre intanto analogie, con

esse portarsi lontano.”[165]

“E gli olfatti assaporano ciò che non avevano visto”.[166]

Sul caos Roberto Pasanisi scrive, a proposito di Baikál di Domenico Cara:
“- L’autore, che vanta una già ricca ed acclarata produzione lirica, ma anche narrativa e saggistica, prosegue con questo persuasivo volume la sua accurata ricerca poetica: la sua si configura come una poesia nominatoria, che cerca, attraverso una scansione linguistica aspra e chioccia, in cui la proposizione è ridotta al sintagma od al singolo lessema, il filo rosso d’una realtà avvertita come inconoscibile nel suo cháos, insomma la montaliana «formula che mondi possa aprirti (“Non chiederci la parola…”, v. 9 |Ossi di seppia|); poesia tipicamente post-moderna, le cui metafore ricorrenti sono quelle degli indizî e del naufragio, della solitudine in un Occidente «che offriva / musica alla luce».[167]

Alcuni esempi di come Cara sviscera il caos:[168]

“Il controllo delle formule non evita il vortice e il peso del

caos.”[169]

“Il caos, senza istruzioni per l’uso e senza strumenti singolari,

con cui difendersi o penetrare in esso dentro un minimo

d’ombra, fondando – per esempio – una terminologia per la

particolare descrizione.”;[170]

“il disordine ricopiato dal Caos”,[171]

“il caso cancella il previsto”;[172]

esiste un “europeo caos”;[173]

“DISORDINE

Mélange di coralli, radici d’alga, sale di marea…”,[174]

“un’eternità distante quanto

il caos indolore”,[175]

“A perdita d’occhio, e senza riuscire a controllare l’e-

satta distanza, quella della successione delle cose

predisposta dall’ordine.”[176]

Occorre tenere presente quanto scrive Giulio Granata sui cambiamenti che l’inarrestabile divenire comporta:

“Nella situazione che ci è conosciuta il cervello sa che noi comunque viviamo, nella situazione nuova il nostro cervello non sa se noi sopravviveremo. D’altra parte il processo che presiede alla perpetuazione della vita si muove fra cambiamento e stabilità.

Si deve continuare a cambiare per mantenersi stabili e per poter cambiare abbiamo bisogno di alcuni punti fermi.”[177]

Domenico Cara coglie vari aspetti del divenire, tra fenomeno e noumeno, mentre le dimensioni spazio-temporali si mescolano:

“Eppure, per rinascere,

esiste il miracolo di restare indefinibili,

fra tante forze sperse e decadenti,

di riuscire a contemplare

un’ultima rondine, riaffidarsi

a sguardo terso, qualunque

siano il grido dei sismi, le cadute camuse”;[178]

“Persi nel divenire”,[179]

“certe ombre

sono spostabili”,[180]

“felicità poco tenace, dono provvisorio”;[181]

“Scopro l’attimo proprio mentre è scomparso”;[182]

“L’occhio sulle ninfee di Claude Monet ed altri pae-

saggi d’acqua, dinanzi ai propri estri, su luce e ombra

mutanti.”[183]

Nell’inarrestabile divenire “molteplici parvenze

ancestrali”,[184]

“Il piacere dell’apparenza e della rappresentazione

(riconoscendone la qualità)”,[185]

illusi di poter Ricostruire il flusso.[186]

Anche il pensiero è mutevole divenire, che accoglie gli opposti:

“CONFESSIONE

Sai, la mia mente si tatua del pensiero ostile!”.[187]

Pare di risentire le parole di Franz Kafka:

“Confessione e bugia sono la stessa cosa. Per poter confessare, si mente. Ciò che si è non lo si può esprimere, appunto perché lo si è; non si può comunicare se non ciò che non siamo cioè la menzogna.” La stessa psicanalisi ne esce minata alle basi.

I fili dei pensieri, con Domenico Cara, ricamano un:

“INTRECCIO FISSO

pensiero: prima ansia, eco di me, poi ebbrezza per te”.[188]

Sulla scia del tempo, Andrea De Carlo ha colto la Pura Vita, Domenico Cara quella impura:

“SEME DEL TEMPO

Larva del tempo che ci accogli (e ci sfidi), c’è

tuttavia un frammento d’impura vita, oh paura dell’ironia!”.[189]

E “fra gli orologi: numeri secchi, suoni

liquidi, date solitarie, domande inquiete”;[190]

qui pare d’intravedere gli orologi liquefatti, simbolo della fuga del tempo, di Salvador Dalì e La persistenza della memoria.

“L’occhio umano è un pesce che guarda à rebours per

ritrovare comunque il tempo perduto.”[191]

“Laggiù non è ancora passato il Passato”,[192]

“Di quando in quando non riuscirà il tempo a riprodursi

come interminabile, se non come attesa e sofferenza.”[193]

Sulle contraddizioni che si susseguono nel tempo o che si verificano simultanee, resistenti alla volontà di superarle a ogni costo, Cara ha riflettuto a lungo:

“«Tutto è perduto» meno la contraddizione.”[194]

“Le contraddizioni, imposte quasi sempre dall’incubo in più passaggi, dolori, atti di disidentità sussurrabile, sono comunque effetti attivi di esistenza, malgrado le voci sull’ipotetico secolo d’oro, le sue fasi più ostili.”[195]

Le eterne contraddizioni vengono colte anche nella poesia Contraddizioni esterne.[196]

Le nebbie pascoliane del giorno dei morti invadono anche il giorno di Tutti i Santi:

“Certo, l’altrove è una contraddizione di ipotesi,

qualunque sia la strada percorsa fino a questo nido,

e la bellezza nascosta nei suoi intervalli, è

- tuttavia – vincolata a più nebbie anche il giorno

d’Ognissanti, e fra i detriti del nostro respiro”.[197]

Le contraddizioni di Bene e Male inducono l’autore a dire:

“Sì, non mi resta che amare il male d’altri,”…

“(per salvarmi dalla palude degli odi?)”;[198]

“la coscienza di esistere nel Male”;[199]

“il Male e il Bene

penetrano in una decisa immaginazione tangenziale, si privano del

vigile colloquio”.[200]

Cara rammenta quanto scrisse Corrado Alvaro sul “male intelligente”:

“«Quando la speranza si corrode, limata dall’incon-

trollabile potere del male intelligente, della cupidigia,

dell’avidità, dell’egoismo, dell’orgoglio. È allora che

il viso dell’uomo sembra dire: Io so; e torce gli occhi

per non vedere»”.[201]

Di fronte a tanta insensatezza inevitabile un:

“privato / delirio”,[202]

“Fra le verdi maschere una specie di delirio”,[203]

con “la carta indispensabile al delirium…”.[204]

Tutto e nulla si identificano e la sfinge fa la sua comparsa:

“la morte è sempre allegra sfinge”;[205]

“PASSAGGIO COME SFINGE

il cigno è un grumo di lago che, dall’acqua, vedi,

attraversa il principio del nuoto, per limbi d’equilibrio,

senza solfe di dannazione”;[206]

“Il mistero interrogato dalle ali della Sfinge quando si

offre come prospettiva, e mentre qualcuno di noi si

guarda intorno, forse in luogo neutro.”;[207]

“antica sfinge”.[208]

Non sfugge un’amara constatazione:

“E le sfingi non erano state dimenticate? Le sfingi, così co-

me le fenici, dalla mitologia del proprio percorso”.[209]

Sulla morte:

“Fiuto la morte e mi sento più eterno”;[210]

“In più disagi di forma e di utopie divelte

impedisci alle imprese di prendere voce o suolo

Morte mia”.[211]

Ma si può morire in molti modi, si può morire anche continuando a vivere:

“LITURGIA

Dio, quanto ho pensato ai suoi tossici, ai viticci,

alle altre forche naturali, alle diverse morti!”[212]

Pure la natura è spietata, non ci si può illudere nemmeno sul suo conto:

“per una distrazione, il ratto subì

il dominio felino; morì in quella sfida,

ricordo, e la sua colma ferita,

da cui invadeva la morte fattosi cibo,

era l’essenza della vita”.[213]

Cara, a un certo punto del percorso frastico o del periodo, talvolta costruisce un bivio di parole; osserviamo attentamente il seguente aforisma:

“Nell’insonnia l’occhio scorge la morte e cerca di sor-

vegliarla il più possibile, e fino a perdere l’intero e

notturno sonno; certo dormendo, la morte potrebbe

sorridere persino con un occulto e riposante fascino

silenzioso abbracciando intimamente il proprio con-

sueto segreto professionale ed appropriarsi del sinto-

matico sguardo di ghiaccio!”[214]

Come risulta evidente se raffrontiamo l’aforisma precedente con il testo dell’aforisma seguente, Cara costruisce una biforcazione e, dopo la biforcazione, possiamo notare diverse variazioni, alcune più leggere, alcune più consistenti:

“Nell’insonnia l’occhio scorge la morte e cerca di sor-

vegliarla il più possibile e fino a perdere l’intero not-

turno sonno; certo dormendo la morte potrebbe sorri-

derci persino con un occulto e riposante fascino silen-

zioso, farci subire la tenerezza (infida) dell’eterna

uscita, da qui!”[215]

L’autore non ci abbandona mai allo sconforto netto. Dinanzi alla fine estrema ci rammenta l’insegnamento di Seneca e degli antichi, che ci mettono in guardia contro l’inutilità del temere la morte:

“Oh, non ci saranno i nostri occhi dove pretenderemo

di incontrare la morte”.[216]

Pure l’arte e la letteratura ci ingannano con illusioni d’eternità:

“«Il compagno dagli occhi senza cigli», (D’Annunzio)

chi lo nomina più malgrado la persistenza della sua

fama?”[217]

Spesso si riscontra nel prossimo:

“uno stato

di allegra parsimonia, così distante dall’avere!”[218]

Il senso della vita, invece, pare racchiuso nelle celebri parole dannunziane: “Io ho quel che ho donato”.

“La vita, con la sua moltitudine di inizi, e di finte riprese

nel disorientamento, dentro cui si fa la storia e le intenzioni

e vocatorie di essa.”[219]

Sulle metamorfosi e le transizioni, Cara scrive:

“La metamorfosi si sposta assiduamente per scegliere un

qualche travestimento, certo non per aumentare tempo di

durata o tecnica di defluizione.”;[220]

“temevo le metamorfosi già dagli inizi

della loro glossa speciosa e atroce, più

spirito di parte che stile illeso dell’urto,

o sinuoso serpe per chissà quale effetto”;[221]

“gorgo delle transizioni”;[222]

“le moine

delle intermittenze continuano la loro metamorfosi

nella notte, poi smette ogni continuità”;[223]

“cambio di percezione”;[224]

“L’occhio con la sua metamorfosi indistinta”;[225]

“Le metamorfosi ultimarono il ciclo, provocando un

loro esaurirsi estremo o di indubbio consumo.”[226]

Pensando all’attenzione che spesso Cara rivolge a Kafka, possono ritornare alla mente, per certi aspetti, La metamorfosi kafkiana, Apuleio e le Metamorfosi di Ovidio, che voleva scrivere un vasto poema filosofico-scientifico che narrasse la storia dell’universo partendo dal caos originario della materia,[227] attraverso le trasformazioni mitico-storiche. Il risultato, invece, è stato sensuale e soprattutto di ordine episodico. Diversamente, vi sono autori che perseguono prima di tutto la brevità, ma che riescono a raggiungere traguardi molto più ambiziosi. Le metamorfosi catturate da Domenico Cara in rapidi squarci, infatti, comunicano più di tanti possibili romanzi.

L’uomo è divorato dall’ansia, è in perenne attesa; Cara ha saputo cogliere, come pochi altri, le varie implicazioni connesse, tra le quali il destino e il fato, il presentimento e gli oroscopi, i profeti:

“Il giusto presentimento incendia la realtà, riallarma il

miocardio.”;[228]

“una forma della nostra stessa fu-

ga, che tendenzialmente non è poi tanto disposta a seguire

la cultura poco profetica degli oroscopi.”;[229]

“fissare i destini con i presentimenti”;[230]

“nel clima bizzarro niente ha un suono giusto; coloro che confidano

sull’entità dei propri zodiaci s’immettono in false metamorfosi”.[231]

Anche se era “imperfetta attesa”,…

“Ogni accusa non era ridicola, né solo filo

indiscutibile, ma non ozioso artiglio,

se possedeva – come in un residuo attacco –

anno per anno, lo slancio degli auguri”.[232]

Nel cielo, la culla della superstizione:

“il futuro ci gioca dal suo abbozzo

benché impenetrabile

come le inevitabili costellazioni”.[233]

Cara sostiene che “il futuro è campo da arare”,[234]

che “il futuro è un deserto”,[235]

ma “solo la fissità persuade della morte

invasa dall’attesa prestabilita”.[236]

La poesia Manovre per Franz Kafka stimola molte riflessioni:

leggendo Cara, “aspettando

il processo” pur innocenti, ci si ritrova non “più tristi e più consapevoli di prima”,[237] bensì più esperti e più consapevoli di prima, nonché più ironici, poiché l’ironia, al pari dell’allegria, può felicemente contagiare.

“Ecco si serve degli oroscopi per meglio intendere

l’alta menzogna in cui è sceso con la vita”,[238]

e quel qualcuno anche quando si confessa, non può che mentire.[239]

L’attesa si estende anche agli esseri inanimati:

“la pietra ferma non so da quanto

ad aspettare chissà quale fato”.[240]

Persiste “una volontà di palpare

il futuro nel suo fluire intermittente”;[241]

“Il profeta vede più in là, perché prima ha guardato, o

perché magari col presentimento o l’ispirazione effi-

cace ha tentato di esorcizzare il presente?”[242]

“Oh, l’anacoreta a cui gli occhi si sono disseccati in

uno sguardo strisciato e di post-estasi, ascoltando le

voci rauche e folli dei profeti!”[243]

“Il presentimento, nella cui invenzione l’occhio cede

all’immaginario imparziale”.[244]

Nemmeno il passato fornisce una sponda ospitale e tranquilla:

“se la storia è anchilosato potere,

legame discontinuo e slabbrato ordito”,[245]

“irto anacronismo

in ciò che è puro e decade”,[246]

“sopra la tomba una scheggia del passato

a garanzia del collettivo collegamento

con il sinuoso eroismo (e suo nonsenso)”;[247]

“la memoria è per sempre inesperta negli strazi

ombreggiati, la sua cornice ci accompagna

con i pietosi silenzi fino alle ardenti voci”.[248]

Qualcuno “inventava zone di riparo”,[249]

e inventare “zone di riparo” è quel che fa Cara per il lettore, malgrado lo induca ad abbandonare ogni certezza, di sicuro formatasi in modo casuale, per immergersi nel totale smarrimento, senza però per questo sprofondare. Possiamo cogliere, e talvolta momentaneamente salvare, solo qualche frammento, frantume.

Sul frammento Domenico Cara scrive:

“dal vicolo s’affaccia la serie di numeri

anomali, frammentazioni, scavi, contratte fruizioni di cielo, passività”;[250]

“tutti gli anni che ci restano da vivere intanto si sbriciolano in”… “scottature, pensieri”.[251]

Al poeta non sfuggono “i frammenti del corpo”,[252]

“i frammenti sul cervo divorato”.[253]

“Perciò i roditori cercano

bacche, vischi, cere, ma presso

cavità perpetue, fabbricano

per frammenti l’essenza dei loro

avanzi frenetici”;[254]

“I frammenti sensibili

colgono l’ineludibile

e il fiuto del segugio”;[255]

“la materia è un oggetto

che scompare (nel ronzio),

per uscire infine

dai suoi minimi frammenti”.[256]

“LA CIVILTÀ COLLETTIVA STA FRANTUMANDOSI”;[257]

“Una catena di objets trouvés

etica per gli schizofrenismi consumisti,

di cose trucidate, velleità in

FRAMMENTO DOPO FRAMMENTO”.[258]

“La lettera è una dolcezza privata,

si (in)scrive fra la sete, il calcolo del tempo,

la confessione di sé, recita per frantumi”;[259]

“frammenti appena esclusi dalle orbite lievi,

in una ricognizione indelebile, schiva, tra

i dottori della psiche e un irto filosofare.”[260]

“L’erba selvaggia in più attimi cresce tra

i frantumi”,[261]

“ciò che ho rubato ai frammenti è una forma

di veltro”;[262]

“un democratico mucchio

tra i frammenti, da cui rinascono crepe,

farfalle, dimostrano – nel foraggio disfatto –

che non tutto è perduto, né azzurro soltanto”;[263]

“nuvole come frammenti”,[264]

“frammenti impercettibili”.[265]

Lo sguardo fotografico ritaglia un “frammento del mondo”,[266]

perché tutti siamo “riassunti in quegli indizi”.[267]

“CON DISCREZIONE

Nella dispersione raccolgo gocce di pioggia”,[268]

annota Cara,

“improvvise scintille”,[269]

“schizzi parziali”,[270]

“negli affondi o appigli c’era

la delusione”.[271]

Anche gli spicchi sono frammenti:

“Divisa a spicchi l’arancia imita il mondo.”[272]

Per quanto concerne il principio del frammentismo,[273] pare interessante ripercorrere quanto Cara aveva evidenziato su Corrado Alvaro:

“Ritornano così personaggi e situazioni in cui è possibile individuare l’immagine storica e quella sociale, senza far scadere la coerenza e il destino delle cose. Per tutto questo egli si serve di uno stile proprio di tensioni, di comportamenti lirici assoluti, di fantasie mai arbitrarie, la cui circolarità arricchisce lo svolgimento delle creazioni.

È qui che la sua poetica ricorda il principio del frammentismo, la sfaccettatura di una coscienza drammatica rapida, mutabile, le curiosità penetrative in cui guizzano materiali di costruzione insoddisfatta, un mosaico di momenti, di forme, di contesti sottili e coordinati all’ispirazione:

«L’opera d’arte nasce da un’interminabile attenzione ai particolari; un particolare aggiunto all’altro forma il quadro. Nasce come nasce e si forma la vita… Come tradurre in parole scritte il processo del pensiero. Importanza dei particolari» (pp. 168 e 384 di Quasi una vita).”[274]

Nonostante tutto, quel che conta è:

“Il particolare intravisto per un attimo, ma alla sua

maniera.”;[275]

“porto con me alcuni particolari diseguali”;[276]

“cerco ancora alcuni elementi per la lampada vittoriosa”.[277]

Sugli aspetti microscopici e macroscopici:

“L’impiego della deformazione nel territorio offerto

dal microscopio e dal macroscopio fino a certi

improvvisi sdoppiamenti di riproducibilità dell’im-

magine e del ricostruirsi di un senso.”;[278]

“L’ultrascopia, che rivela all’occhio un dionisiaco e

fantastico assurdo.”[279]

Occorre “Cogliere e giudicare i significati del mini mondo”,[280]

e la sensibilità cariana fa sì che nulla venga etichettato come banale o giudicato in modo banale.

Malgrado si colgano soltanto frammenti, persiste la continuità, e nemmeno il fenomeno della ripetizione va sottovalutato:

“per sentirsi vivente o reale punto di paradossale

continuità, segnata dalla voce inesauribile.”;[281]

qualcuno “Nel continuum ha raccontato i travisamenti generali”;[282]

“CONTINUITÀ

Per varie ragioni, cerco lumi remoti (e flash di futuro)”;[283]

“La misura della ripetizione, senza limite né scarsa

monotonia.”;[284]

“Ripeto questo affinché ciò che mi è stato chiesto abbia con-

trollo”;[285]

“pulviscolo di unificazione, verifica dell’io”,[286]

i frammenti compongono “collages emotivi”,[287]

“il ritmo ininterrotto”.[288]

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Note


[1] Lettura consigliata sulla “storia dell’arte e la storia delle cose”:
- GEORGE KUBLER, La forma del tempo, Torino, Einaudi, 1976 e 1989.

[2] Allusione a La ricerca intermittente di Eugène Ionesco, Parma, Guanda, 1989.

[3] MASSIMO PAMIO, Lo statuto dei labirinti, op. cit., p. 113.

[4] Di quest’opera si parlerà in seguito. Al riguardo si segnala l’articolo Fenomenologia della visione di Donato Di Stasi, pubblicato a Roma nell’estate 2004 sul n. 226 di «Fermenti», pp. 186-188.

[5] Cfr. MEYER SHAPIRO, L’arte moderna, Torino, Einaudi, 1986, p. 248.

[6] Dedalo disegnò, a Creta per re Minosse, la pianta del labirinto dove fu rinchiuso il Minotauro, ma in un secondo momento qui venne rinchiuso anche Dedalo, perché aveva favorito gli amori di Teseo e Arianna suggerendo lo stratagemma del filo, però egli riuscì a costruire un paio d’ali e a fuggire in volo. Cfr. ROBERT GRAVES (1895-1995), I miti greci, nella recente edizione speciale per «Il Giornale» (Biblioteca Storica); nel vol. I si segnala il capitolo dedicato a Dedalo e Talo, pp. 282-289; in particolare, qui si riportano, pubblicate nel libro di Graves alle pp. 288-289, le seguenti considerazioni sul labirinto: “Nel mito celtico il Labirinto finì col rappresentare la tomba reale (White Goddess p . 105), e lo stesso accadde presso i Greci primitivi, come si può dedurre dal fatto che l’Etymologicum Magnum definisce il Labirinto «grotta montana» ed Eustazio (commento a Omero, Odissea XI p. 1688) una «grotta sotterranea». Porsenna l’Etrusco si fece costruire una tomba a forma di labirinto (Varrone, citato da Plinio, Storia Naturale XXXVI 91-93) e vi erano labirinti nelle grotte ciclopiche, vale a dire pre-elleniche, presso Nauplia (Strabone, VIII 6 2), a Samo (Plinio, Storia Naturale XXXIV 83) e a Lemmo (Plinio, Storia Naturale XXXVI 90). Fuggire dal Labirinto, dunque, significava reincarnarsi.”

[7] MASSIMO PAMIO, Lo statuto dei labirinti, op. cit., p. 51.

[8] Alcuni esempi di opere “labirintiche”:
- AMANDA KNERING, Labirinto, Trento, Edizioni U.C.T., 1994
- CORRADO ALVARO, L’uomo nel labirinto, Milano, Alpes, 1926 (in scena lo scontro tra un giovane reduce meridionale e la realtà urbana del primo dopoguerra)
- ITALO CALVINO, La sfida al labirinto, in «Menabò», N. 5.

[9] DOMENICO CARA, La colonna del cercarsi, op. cit., p. 47, n. 8.

[10] DOMENICO CARA, Passeggiare nella brughiera, op. cit., p. 7.

[11] DOMENICO CARA, L’enigma e la strategia, op. cit., p. 85.

[12] DOMENICO CARA, Lo stato della logica, op. cit., pp. 25-26.

[13] DOMENICO CARA, L’enigma e la strategia, op. cit., p. 12.

[14] Ibidem, p. 76.

[15] DOMENICO CARA, Pietra scissa, op. cit., p. 29.

[16] DOMENICO CARA, Il dilagare dell’ascolto, op. cit., nella seconda sezione, p. 67.

[17] Ibidem, p. 76.

[18] DOMENICO CARA, Tavola delle miniature, op. cit., p. 30.

[19] Ibidem, p. 41.

[20] Ibidem, p. 49, n. 311.

[21] Ibidem, p. 49, n. 318.

[22] Ibidem, p. 77.

[23] Ibidem, p. 98.

[24] DOMENICO CARA, Baikál, op. cit., p. 51.

[25] Ibidem, p. 109.

[26] Ibidem, p. 127.

[27] DOMENICO CARA, Filigrane innaturali, op. cit., p. 45.

[28] DOMENICO CARA, Cardini macerie flumina, op. cit., p. 47.

[29] Ibidem, p. 47.

[30] Ibidem, p. 87.

[31] DOMENICO CARA, Alvaro, op. cit., p. 156.

[32] DOMENICO CARA, I flautini dell’occhio, op. cit., p. 38.

[33] Ibidem, p. 119.

[34] GAETANO DELLI SANTI, op. cit., pp. 57-80: Danza dei vetri di Domenico Cara, p. 63, n. 34.

[35] DOMENICO CARA, Esperimenti sulla sfinge, op. cit., p. 18.

[36] Ibidem, p. 41.

[37] Ibidem, p. 50.

[38] DOMENICO CARA, Baikál, op. cit., p. 17.

[39] Ibidem, p. 33.

[40] DOMENICO CARA, Pietra scissa, op. cit., p. 33, nella sezione CULTO DELLA NAVIGAZIONE (temperature, lievi nuvole, oltranze) che inizia a p. 31.

[41] DOMENICO CARA, Filigrane innaturali, op. cit., p. 42.

[42] Ibidem, p. 72.

[43] GAETANO DELLI SANTI, op. cit., pp. 57-80: Danza dei vetri di Domenico Cara, p. 74, n. 137.

[44] DOMENICO CARA, Ornamenti per sella, op. cit., p. 14, nella sezione Arabeschi su legno che comincia a p. 11.

[45] DOMENICO CARA, Esperimenti sulla sfinge, op. cit., p. 18.

[46] Ibidem, p. 36.

[47] Ibidem, p. 52.

[48] Ibidem, p. 53.

[49] DOMENICO CARA, L’utopia gioiosa, op. cit., p. 24.

[50] Ibidem, p. 52.

[51] DOMENICO CARA, Baikál, op. cit., p. 19.

[52] DOMENICO CARA, L’enigma e la strategia, op. cit., p. 16, n. 41.

[53] Ibidem, p. 27, n. 8, nella sezione I SENSI DELL’USCITA che inizia a p. 27.

[54] DOMENICO CARA, Filigrane innaturali, op. cit., p. 23.

[55] DOMENICO CARA, Cardini macerie flumina, op. cit., p. 69.

[56] Ibidem, p. 97.

[57] DOMENICO CARA, I flautini dell’occhio, op. cit., p. 54.

[58] Ibidem, p. 119.

[59] GAETANO DELLI SANTI, op. cit., pp. 57-80: Danza dei vetri di Domenico Cara, p. 64, n. 45.

[60] DOMENICO CARA, L’utopia gioiosa, op. cit., p. 56.

[61] DOMENICO CARA, Passeggiare nella brughiera, op. cit., p. 11.

[62] DOMENICO CARA, Filigrane innaturali, op. cit., p. 23.

[63] DOMENICO CARA, L’enigma e la strategia, op. cit., p. 21, n. 31.

[64] Ibidem, p. 38, n. 81.

[65] DOMENICO CARA, Filigrane innaturali, op. cit., p. 35.

[66] DOMENICO CARA, Cardini macerie flumina, op. cit., p. 100.

[67] DOMENICO CARA, I flautini dell’occhio, op. cit., p. 46.

[68] Ibidem, p. 67.

[69] Ibidem, p. 103.

[70] DOMENICO CARA, Pietra scissa, op. cit., p. 88, nella sezione LEMBI DEL VELO che inizia a p. 82.

[71] DOMENICO CARA, I flautini dell’occhio, op. cit., p. 192.

[72] Ibidem, p. 193.

[73] FRANZ KAFKA, Preparativi di nozze in campagna, Milano, Oscar Mondadori, 1994, p. 71.

[74] Cfr. JORG SABELLICUS (a cura di), Il Grimorio di papa Onorio, Roma, Hermes Edizioni, 1984, p. 31: “giusta l’affermazione iniziale della Tabula Smaragdina: «Ciò ch’è in alto è eguale a ciò ch’è in basso, e ciò ch’è in basso è eguale a ciò ch’è in alto, per fare il miracolo della Cosa Unica». Affermazione che – secondo quanti interpretano in senso esoterico le dottrine cristiane – trova un’eco nel detto evangelico: «Qualunque cosa avrai legato sulla terra, sarà legata anche nei cieli; e qualunque cosa avrai sciolta sulla terra, sarà sciolta anche nei cieli.»”
Cfr. LOUIS PAUWELS – JACQUES BERGIER, Il mattino dei maghi, Milano, Mondadori, 1991 (1963; prefazione di Sergio Solmi), p. 28: ““Le cose basse devono ritrovarsi nelle cose alte, benché in un altro stato” diceva Platone.”

[75] DOMENICO CARA, I flautini dell’occhio, op. cit., p. 216.

[76] Ibidem, p. 225.

[77] Cfr. E. PANOFSKY, Prospettiva come «forma simbolica», Milano, Feltrinelli, 1961.

[78] DOMENICO CARA, Pietra scissa, op. cit., p. 25.

[79] DOMENICO CARA, Cardini macerie flumina, op. cit.: nella prima sezione Universo di varchi, che inizia a p. 21 con la citazione di Pascal, a p. 24.

[80] DOMENICO CARA, Baikál, op. cit., p. 18.

[81] Ibidem, p. 103.

[82] DOMENICO CARA, Filigrane innaturali, op. cit., p. 69.

[83] DOMENICO CARA, L’utopia gioiosa, op. cit., p. 45.

[84] Il “labirinto”, immagine ricorrente nella produzione cariana, presenta un significato specifico applicato al senso auditivo, ovvero uno dei due sensi prediletti da Domenico Cara; (cfr. www.paginemediche.it/areapubblica/aree/infopagine/scheda.asp?id=482&catb=Otorinolaringoiatria&catc=&canale=1):
La labirintite, ovvero l'infiammazione della parte dell'orecchio chiamata “labirinto”, può provocare vertigini. Complicanze sono la diffusione dell'infiammazione ad altre parti dell'orecchio o al cervello, sordità permanente, ferite causate dalla perdita d'equilibrio e allo sbandamento.

[85] DOMENICO CARA, Esperimenti sulla sfinge, op. cit., p. 19, n. IV.

[86] Ibidem, p. 49.

[87] Per un facile approccio con la PNL, si consiglia la seguente lettura:
- GIULIO GRANATA, PNL – la programmazione neurolinguistica, Milano, De Vecchi Editore, 2001.

[88] L’opera I flautini dell’occhio include Le disarmonie caste dell’occhio di Domenico Cara, pp. 239-243.

[89] Cfr. http://www.in-absence.org/arte/destra/sguardo.htm: Lo sguardo oscillante Oltre l’occhio fotografico di Luciano Eletti.
L’occhio, oltre a interrogare e a interrogarsi, viene interrogato; cfr. www.salute-scuola.it/iridologia/iridologia.htm: L’iridochinesi o iridologia dinamica è lo studio della dinamica dell’iride. Si è notato, in particolare, che la pupilla reagisce in modo specifico e diversificato ai vari stimoli, manifestando un’eventuale reattività anomala nei confronti di certe sostanze, come nel caso di allergie e intolleranze. Inoltre, la pupilla subisce le influenze delle relazioni interpersonali, che a loro volta sono influenzate dalla motilità pupillare, la quale rappresenta un linguaggio non verbale.

[90] DOMENICO CARA, Passeggiare nella brughiera, op. cit., p. 13.

[91] DOMENICO CARA, L’enigma e la strategia, op. cit., p. 85, n. 38, nella sezione DISARMONIA PRESTABILITA che inizia a p. 83.

[92] DOMENICO CARA, Esperimenti sulla sfinge, op. cit., nella sezione “a) parlami d’amore, alice” p. 1.

[93] DOMENICO CARA, Tavola delle miniature, op. cit., p. 35, n. 211.

[94] Ibidem, p. 41, n. 259.

[95] DOMENICO CARA, Baikál, op. cit., p. 51.

[96] DOMENICO CARA, I flautini dell’occhio, op. cit., p. 21.

[97] Ibidem, p. 22.

[98] Ibidem, p. 22.

[99] Ibidem, p. 22.

[100] Ibidem, p. 23.

[101] Ibidem, p. 24.

[102] Ibidem, p. 29.

[103] Ibidem, p. 33.

[104] Ibidem, p. 38.

[105] Ibidem, p. 43.

[106] Ibidem, p. 47.

[107] Ibidem, p. 48.

[108] Ibidem, p. 55.

[109] Ibidem, nella sezione Perlustrazioni dell’iride a p. 57.

[110] Ibidem, p. 58.

[111] Ibidem, p. 59.

[112] Ibidem, p. 62.

[113] Ibidem, p. 65. Cesare Maria Domenico Ranieri ha scritto e pubblicato L’occhio osceno del folle, Napoli, Istituto Italiano di Cultura di Napoli, 2004.

[114] DOMENICO CARA, I flautini dell’occhio, op. cit., p. 71.

[115] Ibidem, p. 96.

[116] Ibidem, nella sezione Occhio continuo tra le cose, che inizia a p. 112, a p. 115.

[117] Per quanto concerne il rapporto che intercorre tra una parte di un tutto e il tutto, ricordiamo che in magia esiste il “principio di contiguità”, che ha una valenza di tipo organico: “se il mago agisce su una parte di un tutto, il tutto ne risente l’effetto.” Cfr. CECILIA GATTO TROCCHI, Magia ed esoterismo in Italia, Milano, Mondadori, 1990, p. 45.

[118] DOMENICO CARA, I flautini dell’occhio, op. cit., p. 153.

[119] Ibidem, pp. 164-165. Cfr. Cesare Maria Domenico Ranieri, op. cit..
Inoltre, sull’osceno, si ricorda di DOMENICO CARA, Immediatamente dopo l’azzurro, Marina di Gioiosa Jonica 1986 (Da: La ripresa dei lavori, in arte; testo del depliant di una mostra), n. 11: “Il valore dell’osceno è inteso secondo le possibilità mentali e culturali dell’individuo, o degli appunti che ha ripreso nell’ideologia del vacuo.”

[120] DOMENICO CARA, I flautini dell’occhio, op. cit., p. 187. Cfr. il trattato di Federico II De arte venandi cum avibus per l’allevamento dei falconi, cui venivano cucite le membrane delle palpebre.

[121] DOMENICO CARA, I flautini dell’occhio, op. cit., nella sezione Al di fuori dello sguardo, che inizia a p. 190, a p. 191.

[122] Ibidem, nella sezione Iterazione del chiarore in un deserto d’indifferenza, che inizia a p. 209, a p.211.

[123] Ibidem, p. 218.

[124] Ibidem, p. 235.

[125] Cfr. http://www.libroparlato.org/chiaroscuro.asp: Il progetto Chiaroscuro è nato per avvicinare i disabili all'arte pittorica, rendendo loro accessibili sensazioni prima percettibili solo attraverso il canale visivo. Si utilizza il bassorilievo come riproduzione tridimensionale di immagini bidimensionali, avvalendosi anche dell’ausilio di un'audiocassetta di spiegazione. Si vorrebbe creare, nei musei e nelle gallerie d'arte, un'area all'interno della quale i disabili possano avere a disposizione delle opere pittoriche in forma di bassorilievo. Anche il pittore Giuseppe Lauria è stato coinvolto in questa iniziativa.

[126] DOMENICO CARA, I flautini dell’occhio, op. cit., p. 23.

[127] Ibidem, p. 59.

[128] Ibidem, nella sezione Palloncini colorati da una pupilla a p. 93.

[129] Ibidem, p. 93.

[130] DOMENICO CARA, Esperimenti sulla sfinge, op. cit., p. 22.

[131] Ibidem, p. 23.

[132] Ibidem, p. 50.

[133] Ibidem, p. 51.

[134] DOMENICO CARA, Passeggiare nella brughiera, op. cit., p. 13.

[135] Ibidem, p. 41.

[136] Ibidem, p. 50.

[137] DOMENICO CARA, L’enigma e la strategia, op. cit., p. 105, n. 23, nella sezione SUL MURO (intolleranze e rituali, da un paradiso perduto) che comincia a p. 103.

[138] DOMENICO CARA, Tavola delle miniature, op. cit., p. 25, n. 138.

[139] Ibidem, p. 27, n. 151.

[140] DOMENICO CARA, L’utopia gioiosa, op. cit., p. 34.

[141] Ibidem, p. 50.

[142] Ibidem, p. 65.

[143] Ibidem, p. 72.

[144] DOMENICO CARA, Baikál, op. cit., nella prima sezione Arpa omofona, p. 38. Si segnala la poesia Vagiti doppi, p. 15.

[145] DOMENICO CARA, Filigrane innaturali, op. cit., p. 33.

[146] Ibidem, p. 41.

[147] DOMENICO CARA, Il dilagare dell’ascolto, op. cit..
“L’orecchio non il cervello come sede dello spirito”; parimenti in Mesopotamia, a Ebla, il fegato veniva considerato il motore centrale dell'organismo, mentre il cuore rappresentava soltanto la sede dell'intelligenza, e non dei sentimenti. Pertanto, si riteneva che esaminando il fegato, secondo l'arte aruspicina, si potessero conoscere la volontà degli dei e il futuro. Cfr. http://www.disf.org/Voci/47.asp, alla voce “cuore”, nell’ambito della Documentazione Interdisciplinare di Scienza e Fede, nel Dizionario Interdisciplinare.
Ancora risulta inedito l’articolo di Sandro Montalto Domenico Cara: territorio di ribellione, dedicato in particolare alle opere cariane Il dilagare dell’ascolto e I flautini dell’occhio, nel quale leggiamo: “All’autore, mi sia permessa la citazione, ho dedicato il saggio Gli “insiemi testuali” di Domenico Cara (contenuto nel mio Compendio di eresia, Joker, Novi Ligure 2004, pp. 51 – 59) e ad esso sono costretto a rimandare il lettore interessato dal momento che in quella sede ho detto quasi tutto ciò che mi sentivo di esprimere in relazione a questa lunga (ma non è in sé una virtù) ed indefessa (e di questo si sente invece la mancanza, oggi e non solo) carriera di scrittore”.

[148] DOMENICO CARA, I flautini dell’occhio, op. cit., p. 81.

[149] Ibidem, p. 182. È dedicata alle voci della notte anche la poesia vincitrice di “Féile Filíochta International Poetry Competition” 2003, Le urla della notte di Miriam Santopolo; cfr. www.dlrcoco.ie/library/feile2003.htm.

[150] GAETANO DELLI SANTI, op. cit., pp. 57-80: Danza dei vetri di Domenico Cara, p. 72, n. 108.

[151] Cfr. intervista di Marisa Papa Ruggiero (pp. 67-71) a Domenico Cara, riportata in FRANCA ALAIMO, La firma dell’essere, op. cit., p. 70.

[152] DOMENICO CARA, Il dilagare dell’ascolto, op. cit., p. 109 : Nota dell’autore: “Il dilagare dell’ascolto è il primo momento di una trilogia poetica che legge i silenzi e i trapestii del reale agli inizi del Nuovo Millennio. Gli altri due sono (ovviamente inediti): L’esteso tempo che già cade e La materia del mondo. La loro lingua è sensibile pensiero che diviene possibilmente poesia, analisi del tempo, necessità di scoprire la differenza di lettura e di voce della comunicabilità naturale. Lo svolgimento (e lo stile) della ricerca è una passione che i versi adeguano al modello essenziale dell’espressione contenuta nei testi e – insieme – a una consapevolezza emotiva e concettuale che presiede alle stesse incertezze della composita e lacerata quotidianità, sulla distanza d’onda di molte altre poetiche attuali.
Da questo equilibrio o pudore, rinascono il meccanismo autonomo delle tensioni individuali, le forme dell’ascolto, in cui l’evento traccia orme che la verità esterna (nelle sue ramificazioni e contrasti) rende utopiche. In un’inquieta iperletterarietà la funzione morfologica offre sorprese di ritmo, logiche nascoste, da cui insorgono le relazioni fisionomiche dei significati, mai sperimentalmente disfatti o soltanto invisibili e sensoriali.”

[153] Ibidem, p. 27.

[154] Ibidem, p. 33.

[155] Ibidem, p. 44.

[156] Ibidem, p. 56.

[157] DOMENICO CARA, Passeggiare nella brughiera, op. cit., nella sezione In certo senso dettagli di musica, p. 37.

[158] DOMENICO CARA, L’utopia gioiosa, op. cit., p. 47.

[159] DOMENICO CARA, Baikál, op. cit., p. 121.

[160] DOMENICO CARA, I flautini dell’occhio, op. cit., p. 60.

[161] Ibidem, p. 145.

[162] Ibidem, p. 224.

[163] DOMENICO CARA, L’utopia gioiosa, op. cit., p. 35.

[164] DOMENICO CARA, I flautini dell’occhio, op. cit., p. 122.

[165] Ibidem, p. 233.

[166] GAETANO DELLI SANTI, op. cit., pp. 57-80: Danza dei vetri di Domenico Cara, p. 68, n. 73.

[167] ROBERTO PASANISI, Le «muse bendate»: la poesia del Novecento contro la modernità, Pisa-Roma, Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, 2000, p. 130.

[168] Lettura consigliata (in particolare, si segnala il capitolo Il caos e oltre, pp. 294-309):
- JAMES GLEICK, Caos, Milano, RCS Libri, 1997 (prima edizione Superbur Scienza: febbraio 2000).
Il caos, se attentamente analizzato, non appare più completamente privo di regolarità. Si potrebbe fare un confronto con i mutamenti che si registrano nelle diverse lingue parlate, ove si verificano interessanti parallelismi.

[169] DOMENICO CARA, L’enigma e la strategia, op. cit., p. 64, n. 93, nella sezione CO/ESSENZE DI COLPO (feti e fuochi tra cronaca e disperazione) che comincia a p. 59.

[170] DOMENICO CARA, Pietra scissa, op. cit., p. 23, nella sezione TRACCE DEL CENTAURO (fra echi e spiriti d’aria) che inizia a p. 20.

[171] DOMENICO CARA, Esperimenti sulla sfinge, op. cit., p. 53.

[172] DOMENICO CARA, L’utopia gioiosa, op. cit., p. 52.

[173] Ibidem, p. 70.

[174] DOMENICO CARA, Filigrane innaturali, op. cit., p. 34.

[175] DOMENICO CARA, Cardini macerie flumina, op. cit., p. 46.

[176] DOMENICO CARA, I flautini dell’occhio, op. cit., nella sezione Luoghi disegnati dalla vista, che inizia a p. 75, a p. 77.

[177] GIULIO GRANATA, PNL – la programmazione neurolinguistica, op. cit., p. 133.

[178] DOMENICO CARA, Passeggiare nella brughiera, op. cit., p. 57.

[179] DOMENICO CARA, Baikál, op. cit., nella sezione Charme assoluto (Monoloquio sull’Altrove), che inizia a p. 43, a p. 47.

[180] Ibidem, p. 108.

[181] DOMENICO CARA, Cardini macerie flumina, op. cit., p. 100.

[182] DOMENICO CARA, I flautini dell’occhio, op. cit., nella sezione Distanza ottusa e primordiale, quasi una miopia, che inizia a p. 170, a p. 171.

[183] Ibidem, p. 188.

[184] DOMENICO CARA, Cardini macerie flumina, op. cit., p. 31.

[185] DOMENICO CARA, I flautini dell’occhio, op. cit., p. 24.

[186] DOMENICO CARA, Baikál, op. cit., p. 118, poesia Ricostruire il flusso.

[187] DOMENICO CARA, Filigrane innaturali, op. cit., p. 35.

[188] Ibidem, p. 73.

[189] Ibidem, p. 57.

[190] DOMENICO CARA, Cardini macerie flumina, op. cit., p. 34.

[191] DOMENICO CARA, I flautini dell’occhio, op. cit., p. 28.

[192] GAETANO DELLI SANTI, op. cit., pp. 57-80: Danza dei vetri di Domenico Cara, p. 77, n. 165.

[193] Ibidem, p. 77, n. 166.

[194] DOMENICO CARA, L’enigma e la strategia, op. cit., p. 87, n. 81.

[195] DOMENICO CARA, La colonna del cercarsi, op. cit., p. 48, n. 9.

[196] DOMENICO CARA, L’utopia gioiosa, op. cit., p. 11.

[197] Ibidem, p. 19.

[198] DOMENICO CARA, Passeggiare nella brughiera, op. cit., p. 44.

[199] DOMENICO CARA, Esperimenti sulla sfinge, op. cit., p. 38.

[200] Ibidem, p. 52.

[201] DOMENICO CARA, I flautini dell’occhio, op. cit., p. 125.

[202] DOMENICO CARA, Tavola delle miniature, op. cit., p. 64.

[203] Ibidem, p. 66.

[204] DOMENICO CARA, Baikál, op. cit., p. 55.

[205] DOMENICO CARA, Passeggiare nella brughiera, op. cit., p. 47.

[206] DOMENICO CARA, Filigrane innaturali, op. cit., p. 71.

[207] DOMENICO CARA, I flautini dell’occhio, op. cit., p. 60.

[208] DOMENICO CARA, Esperimenti sulla sfinge, op. cit., p. 37.

[209] DOMENICO CARA, Ornamenti per sella, op. cit., p. 28.

[210] DOMENICO CARA, L’enigma e la strategia, op. cit., p. 35, nella sezione TRACCE (RAUCHE) DI MALUMORE che comincia a p. 33.

[211] DOMENICO CARA, L’utopia gioiosa, op. cit., p. 27.

[212] DOMENICO CARA, Filigrane innaturali, op. cit., p. 38.

[213] DOMENICO CARA, Cardini macerie flumina, op. cit., p. 66.

[214] DOMENICO CARA, I flautini dell’occhio, op. cit., p. 104.

[215] Ibidem, p. 111.

[216] Ibidem, nella sezione Dov’è ciò che si vede?, che inizia a p. 151, a p. 152.

[217] Ibidem, p. 179.

[218] GAETANO DELLI SANTI, op. cit., pp. 57-80: Danza dei vetri di Domenico Cara, p. 64.

[219] Ibidem, p. 75, n. 146.

[220] DOMENICO CARA, L’enigma e la strategia, op. cit., p. 43, n. 39, nella sezione DIS(TI)TILLAZIONI che comincia a p. 41.

[221] DOMENICO CARA, Passeggiare nella brughiera, op. cit., p. 10.

[222] Ibidem, p. 48.

[223] DOMENICO CARA, Baikál, op. cit., p. 54.

[224] Ibidem, p. 105.

[225] DOMENICO CARA, I flautini dell’occhio, op. cit., p. 65.

[226] GAETANO DELLI SANTI, op. cit., pp. 57-80: Danza dei vetri di Domenico Cara, p. 79, n. 189.

[227] Letture consigliate sull’argomento:
- STEPHEN W. HAWKING, Dal Big Bang ai buchi neri, Milano, Edizione CDE, 1996
- JOHN D. BARROW, Le origini dell’universo, Milano, Edizione Euroclub Italia, 1995 (si segnala il capitolo 7 Nel labirinto; a p. 113: “Tutte le cose che vediamo intorno a noi, dai cavoli ai re” (da Alice attraverso lo specchio di Lewis Carroll))
- STEPHEN HAWKING, Buchi neri e universi neonati, Milano, RCS Libri, 1993 e 1995 (prima edizione BUR Supersaggi: 1995)
- STEPHEN W. HAWKING – ROGER PENROSE, La natura dello spazio e del tempo, Milano, Edizioni Euroclub Italia, 1997
- JACQUES MONOD, Il caso e la necessità. Saggio sulla filosofia naturale della biologia contemporanea, Milano, Edizione Euroclub Italia, 1996 (Biblioteca del Pensiero Moderno, Collana a cura di Roberto Sanesi; per il linguaggio, si segnala il capitolo VII L’evoluzione)
- JOHN D. BARROW, L’universo come opera d’arte. La fonte cosmica della creatività umana, Milano, Rizzoli, 1997
- STEPHEN HAWKING, L’universo in un guscio di noce, Milano, Mondadori, 2002.

[228] DOMENICO CARA, L’enigma e la strategia, op. cit., p. 66, n. 127.

[229] DOMENICO CARA, Ornamenti per sella, op. cit., p. 21.

[230] DOMENICO CARA, Esperimenti sulla sfinge, op. cit., p. 21.

[231] Ibidem, p. 30.

[232] DOMENICO CARA, Passeggiare nella brughiera, op. cit., p. 15.

[233] DOMENICO CARA, Tavola delle miniature, op. cit., p. 40, n. 252.

[234] DOMENICO CARA, L’enigma e la strategia, op. cit., p. 57.

[235] Ibidem, p. 78.

[236] DOMENICO CARA, L’utopia gioiosa, op. cit., p. 52.

[237] Cfr. Primo Levi, nota del traduttore de Il processo di Franz Kafka, nell’edizione Einaudi del 1996, p. iii.

[238] DOMENICO CARA, Baikál, op. cit., p. 123, poesia Manovre per Franz Kafka.

[239]Tra i frequenti riferimenti, nell’opera cariana, al “ “processo” di Franz Kafka” cfr. FRANCA ALAIMO, La firma dell’essere, op. cit.: pp. 73-80: Lunazione di Domenico Cara, p. 79.

[240] DOMENICO CARA, Cardini macerie flumina, op. cit., p. 38.

[241] Ibidem, p. 100.

[242] DOMENICO CARA, I flautini dell’occhio, op. cit., p. 33.

[243] Ibidem, p. 92.

[244] Ibidem, p. 99.

[245] DOMENICO CARA, Passeggiare nella brughiera, op. cit., p. 17.

[246] Ibidem, p. 43.

[247] DOMENICO CARA, Tavola delle miniature, op. cit., p. 26, n. 150.

[248] DOMENICO CARA, L’utopia gioiosa, op. cit., p. 58.

[249] DOMENICO CARA, Passeggiare nella brughiera, op. cit., p. 17.

[250] DOMENICO CARA, Esperimenti sulla sfinge, op. cit., p. 39.

[251] Ibidem, p. 42.

[252] DOMENICO CARA, Passeggiare nella brughiera, op. cit., p. 29.

[253] Ibidem, p. 45.

[254] Ibidem, pp. 76-77.

[255] DOMENICO CARA, Tavola delle miniature, op. cit., p. 22, n. 116.

[256] Ibidem, p. 33, n. 199.

[257] Ibidem, p. 48.

[258] Ibidem, p. 50, n. 319.

[259] Ibidem, p. 57, n. 370.

[260] Ibidem, p. 80.

[261] Ibidem, p. 82.

[262] Ibidem, p. 100.

[263] DOMENICO CARA, L’utopia gioiosa, op. cit., nella poesia La pittura del deforme, p. 69.

[264] DOMENICO CARA, Il dilagare dell’ascolto, op. cit., p. 45.

[265] Ibidem, p. 93.

[266] DOMENICO CARA, Filigrane innaturali, op. cit., p. 16.

[267] Ibidem, p. 32.

[268] Ibidem, p. 55.

[269] DOMENICO CARA, Cardini macerie flumina, op. cit. p. 42.

[270] Ibidem, p. 42.

[271] Ibidem, p. 44.

[272] DOMENICO CARA, L’enigma e la strategia, op. cit., p. 79, n. 162.

[273] Alcuni esempi di opere “frammentarie”:
- GIOVANNI BOINE, Frammenti, Modena, Guanda, 1971 (da La Voce nacquero la “prosa poetica” o “capitolo” e il “frammentismo”)
- NANNI BALESTRINI, Frammenti del sasso appeso da Come si agisce (1963), Torino, Einaudi, 1965 (I Novissimi, Poesie per gli anni ’60).

[274] DOMENICO CARA, Alvaro, op. cit., pp. 120-121. Domenico Cara, in tale monografia, ha sottolineato la preferenza di Corrado Alvaro per la brevità e per i generi ibridi come il romanzo-saggio, le journal intime, l’articolo-racconto e la cronaca-aforisma.

[275] DOMENICO CARA, I flautini dell’occhio, op. cit., p. 225.

[276] DOMENICO CARA, Esperimenti sulla sfinge, op. cit., p. 34.

[277] Ibidem, p. 40.

[278] DOMENICO CARA, I flautini dell’occhio, op. cit., p. 42.

[279] Ibidem, p. 137.

[280] GAETANO DELLI SANTI, op. cit., pp. 57-80: Danza dei vetri di Domenico Cara, p. 71, n. 111.

[281] DOMENICO CARA, L’utopia gioiosa, op. cit., p. 23.

[282] DOMENICO CARA, Baikál, op. cit., nella poesia Perifrasi sulla menzogna, p. 115.

[283] DOMENICO CARA, Filigrane innaturali, op. cit., p. 75.

[284] GAETANO DELLI SANTI, op. cit., pp. 57-80: Danza dei vetri di Domenico Cara, p. 70, n. 99.

[285] DOMENICO CARA, Ornamenti per sella, op. cit., p. 16.

[286] DOMENICO CARA, Esperimenti sulla sfinge, op. cit., p. 20.

[287] Ibidem, p. 21.

[288] Ibidem, p. 51.

Materiale
Domenico Cara ovvero il baco da seta II
saggistica 
Autori
Claudia Manuela Turco

Pubblicato su:
Literary nr.3/2008
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