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Domenico Cara ovvero il baco da seta

Prima parte
Seconda parte
Terza parte

III. La società contemporanea: sesquiplebe[1] di cadaveri molto squisiti[2]

L’uomo moderno trova la propria identità per accumulo, anziché per selezione, e, attuando una democrazia fotografica, causa il decesso delle fonti di stupore. Persino le diversità perseguono fini comuni, che non dovrebbero appartenere loro. Con un po’ di abilità, è possibile sostenere (e dimostrare) tutto e il contrario di tutto.[3] La cultura di massa, una branca tra le tante dell’industria, dalle finalità pratiche immediate incontrovertibili, è giunta all’apice del suo connubio con la vi(o)lenza della cronaca e dei mass media. Ma anche la lingua si ribella e intrappola, ingannevole come la realtà, perché essa è la realtà, la realtà suprema, la sua essenza. È l’infinito di pensieri e significati che eleva e stritola.

Cara usa un accumulo verbale che ben riflette il caos contemporaneo dovuto all’accumulo indifferenziato di oggetti ed esperienze. Egli spesso crea una frattura, spezzando l’asse soggetto-verbo con l’immissione di una virgola.

L’uomo moderno indossa lenti rosa, lo scrittore lenti grigie. Il grigio appare monotono, noioso, nella nostra società, forse proprio perché rappresenta il punto di equilibrio tra il bianco e il nero, tra gli estremi. Ma esso rivela un’armonia recondita.

Domenico Cara porta in sé tutta la luce della cultura mediterranea, e con essa il sangue della ferita che dal lontanissimo 568 (anno che segnò l’arrivo dei Longobardi) continua a sgorgare dividendo in due l’Italia, nella profonda spaccatura che unisce Nord e Sud. La collisione tra spazi naturali e spazi urbani è inevitabile nella produzione cariana: la visione e l’ascolto si dispiegano nel vortice di finestre aperte, non più in uno studiolo e per riposare la mente e rinfrancare lo spirito, ma sull’abisso di un brandello di polmone verde, irrorato di smog e trafitto da rumore insostenibile. Lo spazio è infinito di piccole celle, alveare impazzito.

Heidegger diceva che “L’uomo abita da poeta”, ma perverso è il modo di vivere lo spazio nell’era contemporanea. A tal riguardo, Massimo Pamio, in merito a Disputa di confine di Domenico Cara e ai “traumi” del “confine”, osserva:

“nella piazza comune si lotta, si contende, «disputa di confine» che cresce (si dilata in senso spaziale); ma è il nostro modo di abitare lo spazio che è stravolto (e dissociato), l’ordine simbolico coesione della struttura sociale che aggrega, fa comunicare molecole eterogenee provocandone la collisione: ciò comporta la revisione di schemi, formule, la caduta di principi ideologici (nel caso di Cara il cattolicesimo) da cui la disposizione del nuovo «spazio» sociale (che si identifica con quello della metropoli) a fagocitare tutto, imponendosi come nuova unica dimensione.”[4]

Ancora Massimo Pamio scrive: “Crudele e sadomasochista il poeta scopre nell’orrore dell’accavallarsi dei secoli il mito moderno dell’uomo-fossile, sottile meraviglia, fragile invenzione (della Natura o di Dio). I miti apocalittici (la fine del mondo e dell’uomo) e i riti del quotidiano si mescolano” nelle enumerazioni di Cara.[5]

“Gli uomini sono manichini, o sembrano cadaveri che hanno inventato e riprodotto sistemi di autodifesa e destini «per riconoscersi nella collettività eletta, dal terrore.»”[6]

“Partecipare a tutto senza essere niente, questa è l’illuminazione catalogica di Cara, una lettura stanca del «ben pettinato cadavere» che è l’uomo dei nostri giorni.” …“pian piano conducono all’ironia alla strategia all’amarezza alla parodia al sarcasmo: «Tutti inappuntabili come quasi ogni domestico cadavere».”[7]

Viviamo in una società fatta di padri orgogliosi dell’ignoranza dei propri figli, di padri che divorano i propri figli come Saturno ne Le pitture nere della quinta del sordo di Francisco Goya. Domenico Cara ha scritto versi e aforismi memorabili sui… cadaveri:

“E adesso siamo al punto in cui la ferocia ha il suo ben pet-

tinato cadavere.”;[8]

“la memoria nel suo

cadaverico crogiuolo”;[9]

“Dell’esercito fiero e impaziente

sono ormai rimasti la tromba

senza fiato, un laccio

della scarpa sinistra, e una

montagna di cadaveri dalle

accese occhiaie”;[10]

“e le foto ricordavano sparsi cadaveri”;[11]

“La connotazione performante:

ossa e polpe

e una morta anatomia”;[12]

“QUEL CHE ASSAPORANO I VINTI CADAVERI

in una maglietta da marinaio in vacanza,

sotto la luce d’un chiosco

e l’interlinea delle attese”.[13]

Nella poesia Sul cadavere di K.:

“il destino di questo cadavere (innominabile) non è più

dalla parte opposta alla nostra”,[14]

“tra cadaveri

a cui chiedo se proseguire”;[15]

“il posto dei cadaveri è sempre più lontano

dal frastuono”;[16]

“I giochi del grottesco più fecondi (ma sono eterni?),

aumentano l’ineguaglianza dei cadaveri, posti ad

ascoltare

le loro sparse eco, le divisioni delle parti, le figure

della babele designata nell’intrico delle ossessioni,

l’idea di giardino che ha sconfitto i miti e le grazie

filologiche”;[17]

“l’isola degli spettri”,[18] pare L’isola dei morti di Arnold Böcklin;

“alberi come scheletri”[19] o su cui si infilzano brani di corpi come in un’acquaforte di Goya;

“verrò da te, cadavere annebbiato

e inafferrabile, portato da qualche

libero suono”;[20]

“Cosa cercano i cadaveri sparsi sul campo dai loro

postumi occhi rigidi?”,[21]

“Inanimati cadaveri, con un gioco sospeso su vecchie ceneri

di ustione e di altri abissi!”[22]

Si può parlare pure di un cimitero della letteratura, rammentando quanto Cara dice di Corrado Alvaro:

“…. E adeguando il giudizio alle circostanze, lo scrittore ci dà la radiografia delle proprie constatazioni.

“Oggi la letteratura è un immenso scheletro come di un elefante, in quello che nelle foreste si chiama il cimitero degli elefanti, e dai cui resti si ricavano oggetti di decorazione, l’avorio delle illusioni di tutti i giorni.””[23]

Anche se viviamo in una società vanitosa, il rapporto con gli specchi non è ottimale (malgrado l’esistenza di opere-specchio come quelle di Lauria):

“Come sarà una società senza più specchi?”;[24]

“In uno specchio, oscuramente». (Paolo di Tarso). E

dove ognuno di noi almeno una volta avrà visto la

propria morte!”;[25]

“L’atmosfera degli specchi, insieme ad altri sguardi ai

piccoli ladri, quando non riesce a raggiungere la

minima tersità!”;[26]

“Riosservarsi comunque nell’occhio delle cose, leg-

gersi nei loro appunti”.[27]

Sandro Penna scrisse:

“Felice chi è diverso

essendo egli diverso.

Ma guai a chi è diverso

essendo egli comune.”[28]

Cara pone l’accento su un altro aspetto della diversità, spesso ignorato ma fondamentale:

“è per capire la differenza dell’altro

che qualcuno si protegge con sbadigli

e, con essi, si contano i fallimenti

e – quindi – gli usi vivi della lingua,

gli azzardi, le descrizioni imprecise,

i centri del malumore o i segni spontanei

dell’ironia”.[29]

Nell’“umiliata futuropoli”,[30]

“il presente niente insegna”.[31]

La metropoli non è di certo emblema di civiltà e di progresso per Cara:

“C’è gente che ti porge (a Milano)

UN ARTIGLIO ALL’INGRESSO”;[32]

“le biblioteche

dei Navigli”, intanto, “escludono le passioni di

Sant’Eustorgio”;[33]

e nel consumismo sfrenato, “da quando

in troppi ricordavano il peggiore Natale

delle lotte, tra assonnati canti fecondi?”[34]

Il presente incombe:

“MATERIA

Finito il Presente, torna il presente ancora, olà!”;[35]

“nella trasparenza aleatoria

il vetro ingrandì l’aspetto

attonito del presente (cieco)”.[36]

All’essenza dell’uomo, all’umana inumanità, il poeta dedica molti frammenti e considerazioni:

“uomini di paglia”,[37]

“i sudici ridono del

loro corpo”;[38]

qualcuno “chiama finzione il diritto alla discrezio

ne”;[39]

“fra gesti intanto siamo folletti

che filano dubbi eventi, scarne

notizie, tensioni poco acute,

senza giubilo o altro…”;[40]

“L’ANONIMO SUPERFLUO

scrive versi per gli altri e orge

elefantine, lega le proteine

al carro della city”;[41]

“e l’uomo comunque non uccide che se stesso”;[42]

“Il signore del prato accludeva in busta

i suoi versetti serali, allargava le braccia

all’autunno rossastro, non dubitava delle

sue previsioni (legittime?) programmate.”[43]

In Occidente “il drago non è più forma

da uccidere perché manca la forza del miracolo”.[44]

Nel disordine delle macerie, forse anche l’aiutare è diventato un semplice mestiere:

… “l’uomo degli aiuti” … “non sente i feriti raccontare

la loro intima agonia

Questa è la generazione dei morti per violenza,

i fantocci della paura riappaiono sediziosi,

e gli sciacalli restaurano la memoria (se ricordo!).”

“Le ruspe mutevoli affondano in boschi di tragedia,

sorvegliano la zona dell’inutile amplitudine,

i labirinti cancellati”…

… “(La morte è ancora questione di

disordine!). [45]

Nel caos è comunque possibile individuare qualche legge (o schema), che però viene subito smentita da qualche eccezione, che conferma non “la regola”, bensì una regola diversa.

Tutti i problemi dell’uomo sembrano trarre origine dalla natura del suo linguaggio. Resta auspicabile una forma di comunicazione più diretta, meno foriera di equivoci fraintendimenti e incomprensioni, forse immediata come la musica.[46] Forse l’ideale sarebbe poter “parlare” la lingua delle api: ricorrendo a diversi tipi di danza, le api comunicano, tra di loro, alcune istruzioni per rinvenire una fonte di cibo.

Cara nota:

“nella mescolanza di flussi, l’improprietà dei lessici”;[47]

“COMUNICAZIONE

Così continua la lontananza fra disperse striature,

mentre gli uccelli tentano una comunicazione

con una lingua senza parole, fra abbagli e spine”.[48]

Senza far rumore, il poeta osserva il teatro del mondo, lo spettacolo della vita che sta deflagrando:

“Di certo è il tempo degli astuti

in silenzio soffro i danni del tempo”;[49]

“MOVIMENTI DI SCENA

Oh, volti ignoti, oh parole monoloquiali, le figure

di Amleto, Re Lear, Macbeth, rifondano il teatro…”;[50]

kafkianamente, “i cardini del continuare

contro l’esistenza, una colpa,

il segreto vagabondaggio”.[51]

Cara mette il dito nella piaga della cultura di massa, evidenziando lo sciacallaggio della cronaca e della stampa (è Cronaca depravabile[52]); la notizia è sempre una mina vagante, in una società in cui la poesia può apparire inutile o rivelarsi persino dannosa (se concepita in modo distorto), mentre si continua a rasentare la “morte dell’arte”, credendo nella supremazia della riproducibilità tecnica e nella vittoria del multiplo e del clone sull’originale:[53]

“Ormai, facendo parte di un eldorado pacificante e come tanti altri amanti della poesia (che non hanno mai letto davvero, perché è più fisicamente reale la propria).

L’entrata finalmente nell’area di quella “industrializzazione del pensiero” debole si legge dionisiaca, in contiguità con la costruzione di qualcosa contro la solitudine”… “Da ciò nasce la poesia per tutti”.[54]

“Protesterò con forza, quando

mi sfiorerà un’esperienza a scatti,

o – contro il mio piccolo orgoglio –

quell’innocenza emarginata che geme

trafitta dall’ennesimo

cordoglio, accolto fra noi

dal clamore delle cronache,

per fertili, complesse trafitture”;[55]

“s’insinua la notizia, s’avvolge

d’un commento dubbioso, schioma fioca”;[56]

“Il foglio sindacale e il bollettino

del mattino abbozzano l’irritazione

sconvolta, lo slogan ascolta:

non c’è alcun dubbio nella comunicazione”;[57]

“cumuli d’incultura patologica”;[58]

“contro una civiltà che ha

una penna insistente e inutile, e un docile

modo di scrivere poesia dai propri atti

e passioni”;[59]

“La prepotenza più che la logica è il sistema di comuni-

cazione della finta reciprocità, sebbene tutta cordiale e per

equilibrati e (ruvidi) sottintesi, quasi segreta autodifesa e

stimolo a farsi riconoscere nello stile di una nuova identità,

buona per ogni rissa ed incendio.”;[60]

c’era chi “Aveva il sangue acido per non essere stato capace di

imporre a qualcuno le sue fisime e convinzioni (non verità),

ed insisteva pertanto nell’arroganza della polemica, intrisa

soltanto della propria mediocrità, più o meno evidente o

spuria, e piuttosto sconcia e pletorica.”[61]

Vittorio Sgarbi sostiene l’infondatezza del dialogo, in quanto ogni interlocutore è incline a modificare leggermente quel che pensa pur di uscire vittorioso dall’incontro-scontro con il prossimo, schiacciando il punto di vista avverso. Una convinzione, questa, che trova ampia corrispondenza nello scenario culturale, e non solo culturale, contemporaneo.

Sull’ego e l’identità, ancora Cara:

“Ognuno tende così alla duplicazione di sé, per non perde-

re tempo con l’altro”;[62]

“Apparteneva alla comunità per non essere solo, ma senza

condividere nulla dei suoi trapestii”;[63]

“Sulla fotografia c’era da ridire perché forniva soltanto stru-

menti di tempo, piuttosto che di categorica identità”;[64]

“L’ego impigliato in qualcosa di già defunto”;[65]

“le officine dell’io si fanno ellittiche”,[66]

“e i frantumi dell’io sono caduti, sovrapposti”;[67]

“/la vitalistica esplosione del-

l’io/”;[68]

“le cadute dell’io”,[69]

“le frazioni di ego”.[70]

“La perdita dell’io”,[71]

“ego che dilaga”;[72]

“A forza di fingere, anche la maschera ha perduto l’immagi-

ne della sua stessa nozione di identità, e l’uso possibile a

cui dovrebbe essere destinata per il ritratto finale.”;[73]

“ozi d’identità”,[74]

“istanze di identità in ciò che muore”,[75]

“gli sprechi d’eco

(d’ego)”,[76]

“le controllabili copie di ego”;[77]

“IN PRINCIPIO

Per balbettii ha avuto inizio il dibattito sull’io, elettrizzante”.[78]

L’esistenza di gemelli o sosia crea ulteriori problemi d’identità,

ma “Non c’è da preoccuparsi se tutti i sosia riescono con l’ana-

logia a colmare una pretestuale, essenziale e residua vani-

tà dell’Io, peraltro raddoppiato!”[79]

Però è anche vero che “L’omonimo ed il sosia ci fanno pubblicità.”[80]

Non Sibilla Aleramo e il suo Amo dunque sono, non Cartesio e il suo Cogito ergo sum,[81] bensì:

“Vedo dunque sono.”;[82]

“Video, dunque sono.”[83]

Monologo, afasia, solipsismo e soliloquio caratterizzano la nostra era: esiste anche il discorso futile o “vaniloquio”,[84] cui Alfieri preferiva il silenzio,

persino il “mare afasico”.[85]

“Il soliloquio, prima dell’insinuazione e del duro colpo (nel-

l’esistere naturale), quando rigermina una finta perennità

dell’io occulto, e lampeggia una qualche dimenticata allitte-

razione e forse in parte mugola (non senza acri significati).”[86]

Nella poesia Monologo i versi sono fili:

“la teoria sulle liane è alquanto tenera

tra i filamenti di discorso, altri vapori…”;[87]

“Il punto perso, ciò che preme nella conversazione,

tra vanesi dialoghi del sé”;[88]

inevitabile “rivelarti afasie”.[89]

Sul monologo Cara, nella monografia su Corrado Alvaro, osserva:

“La coesistenza di atmosfera in tutto questo nucleo delusivo della civiltà è puntualizzata da monologhi chiusi di voci e ombre accostate, da lineari e semi-segreti confessioni di uomini incapaci di colloquio assoluto, e pur nella necessità umanissima di raccontarsi e di raccontare con incompiuta fertilità, fatti, condizioni, sequenze della crisi medesima:

Lamberto gli camminava accanto, e poiché era molto giovane, stava ad ascoltare col raccoglimento dei giovani, quando capiscono più che non sia detto, e l’uomo che parla è soltanto uno strumento nelle cui note i pensieri di chi ascolta si allargano infinitamente. E Carbari parlava, e il suo era un monologo, il solito monologo della gente d’oggi, che non discorre, fa monologhi. Il dramma moderno è un dramma con molti monologhi. (Da Amici con tutti).”[90]

Domenico Cara prosegue:

“in alcuni momenti la mano destra

ha un linguaggio come per soliloqui; porto il docile messaggio (rie

sce bene alle figure dimesse) a Orfeo che intanto scambia i propri

simboli con occasioni di suono nella sorpresa degli ossimori”.[91]

“Il solipsismo, quando mostra il suo occhio deserto nel

caos della riflessione”,[92] non pare più egoismo.

L’autore si sofferma su varie forme di onestà e di disonestà:

“è notte, in questa strada cieca,

l’abat-jour delle prostitute

s’accende al primo gesto,

professionale, «onesto»!”;[93]

in particolare, sull’onestà dei materiali:

“SORTE DEL GIOCO

Quell’orsetto seduto sul divano, costituiva una soffice

nullità, come certi uomini-gomma, futuri giocattoli”,[94]

uomini che non dovrebbero essere di gomma, come il linoleum non dovrebbe imitare e simulare il parquet, orrore invece prodotto dalla società contemporanea.[95]

E ancora: “gli ovali ossi

di seppia sensibilmente materia di polistirolo o marina cartilagine.”[96]

Impossibile non notare, nei segmenti cariani, “Quell’inferno assestato nell’uomo senza qualità.”[97]

Non vengono risparmiati nemmeno i potenti:

“la putredine peculiare

fa fluire la voce

dei politici obliqui

rapsodi della truffa”.[98]

La repentina intuizione di cosmica sofferenza rappresentata da Il grido di Edvard Munch risulta irrinunciabile, eppure oggigiorno prevale il balbettio:

“ELIMINANDO IL GRIDO

non ha successo il silenzio;

si fa vaga scrittura

l’estasi della paura”,[99]

“balbettando, nella perdizione, per sorsi, sintagmi”;[100]

“progetti di balbuzie”.[101]

“Sotto la lingua la balbuzie è un enigma.”[102]

“NON È GRIDO

pietà per l’incultura che ricuce la sua stupidità

con fili d’ovvio, commento e riti di pettegolezzo,

o segni d’omissione laboriosa”;[103]

“se c’è pazienza è inesorabile un urlo contro la nostalgia”.[104]

E l’ironia rende molto pazienti.

Ora il nostro viaggio sta volgendo al termine. Il baco continua a scrivere e dalla sua seta dai colori cangianti emergono, accanto ai nodi ossessivi di sempre, nuove isole aforistiche alla deriva. A dicembre 2005 è uscito un altro suo libro: Fisica di sensi, ulteriore omaggio ai “sei sensi”.[105]

Quasi giunti alla meta, non possiamo dimenticare che

“Il viaggio è interrogazione splendida e problematica, e ricer-

ca della storia, della bellezza e di Dio, e gli stessi suoni moltepli-

ci, che a volte giungono dalle periferie del vuoto producendo

pronunce ed altre interrogazioni.”[106]

Malgrado i suoi innumerevoli “viaggi”, Domenico Cara ammette:

“Una definizione di me non l’ho mai colta, se non da colo-

ro che fingono di non avermi mai conosciuto, e da cui pren-

dono senso l’ulteriore biografia e l’augurio che da questo

riesca a sfuggire, perché sempre più favorito da evidente

instabilità, finto colloquio, rifiuto di ostentazione.”[107]

Egli continua a vivere nella “nebbia dell’afa”, mentre “Milano si scioglie come un gelato”,[108]

in “una continua perdita di forme”.[109]

E, a proposito di “perdita di forme” o di identità, occorre rammentare che

“Nel silenzio una parola è uguale a un’altra”,[110] ma anche che “Il silenzio in ogni caso è storia.”[111]

Persiste “La dimensione kafkiana dell’ansia” che “non è mai fragrante e

tanto meno disperata.”,[112] mentre “La transizione non decide niente sulla tua sopravvivenza,

ma ti abbandona tra rifiuti.”[113]

In una società in cui “In tanti cercano di demolire l’inalterabilità dell’antico

pudore”,[114] dinanzi al “monologo delle sabbie”[115] e a

“I falsi intellettuali locali più pieni di sé che di cultura e

qualità d’intelligenza!”,[116] “Chi racconterà mai la sottile e sovrana invidia tra i fiori?

Ma per… fortuna, ormai ci sono le imitazioni di essi in plasti-

ca”…[117]

In quest’opera, più che in molte altre, l’autore rivela di possedere una sensibilità offesa, dietro la dura scorza del fine e distaccato indagatore:

“Quanto mi nuoce l’ottimismo degli ottusi, più vicini allo

smarrimento che alla critica razionalità!”;[118]

“Ho accessi d’improvvisa credulità, incompatibili con il

mio spirito caparbio. Ho pietà per gli altri? O mi sbaglio? (o

non riesco a far decrescere la stessa ingenuità, ai cui bordi

affido un mio affettuoso sorriso?)”;[119]

“A volte temo di essere gentile per paura degli altri, che

possono farmi del male, di coloro che potrebbero tradire e

rendermi ostile la personale vertigine.”[120]

I limiti imposti dalla lingua rimangono centrali anche in Fisica di sensi:

“La lingua, mai d’accordo con i silenzi dei dintorni, mentre

può farsi musica e nulla, o senso di seta del Vuoto.”;[121]

“Il malinteso, quante volte finge di non capire, forse perché

è annoiato?”;[122]

“Le parodie intendono spesso di rivelarci chi siamo. Ma la

costruzione può diventare (e lo è già ab initio) uno scherno

invidioso, ricomposto per il dileggio e la gratuita elevazione

di un’invidia immisurabile, indolente, irreale.”[123]

Nell’incessante corrente delle mutevolezze,

ora “Il diario è un bollettino di paure, di notizie bollenti, e ancora

rauche, sospette. Si spinge in parte fino all’informazione su ciò

che freme negli attimi sofferti, segue le pronunce più in uso.”,[124]

ora “Un diario è un insistente e tacito appello ai propri giorni,

che comunque si allontanano senza lasciare traccia, né di

pene, né di felici principi.”[125]

Tra i non rari squarci poetici:

“”In primis, il sole riappare quasi come per fare dell’ironia

sugli slanci dei suoi assedi, annusa la salsedine al ritmo della

risacca già dentro la riva.”;

“C’è una rondine che torna stremata, là dove essa stessa

ritrova semidei pronti a disfare il nido da cui è emersa.” [126]

Tra i tanti frammenti ancora

“I fili legano le cose, i fatti, le storie vere e false, mai l’imma-

ginario comunque favoloso o meglio indagato.”[127]

E “Per frammenti, la ragione riesce a frugare in tutto quello

che sappiamo”,[128] poiché “C’è un sovrapporsi continuo di forme che non riesce a

diventare architettura”[129] e,

malgrado la sua persistenza, “La continuità non tiene mai conto delle sue fasi interrotte,

né è immobile.”[130]

Il mutevole baco – Cara non ha soppresso la finalità precipua che da sempre lo contraddistingue e caratterizza: “Un obiettivo che ho nei miei affari è di produrre scintille

invernali.”,[131] seriche scintille in un’epoca in cui

“La firma ha finito di lottare con il proprio ego, quando essa

viene sottratta da un sorriso insonne e proditorio”.[132]

“Automaticamente il linguaggio cede alle veemenze del

quotidiano che vive.”[133]

L’attenzione di Domenico Cara, come nelle opere precedenti, si sofferma su “mai detti” e “arabeschi barocchi”,[134] su ogni “minimo respiro”,[135] rovistando “fra le righe”.[136]

Egli “cerca nell’occhio la continuità di inizi idillici”[137] e, con lucida consapevolezza, individua

“messaggi che contengono acerbe contraddizioni,

emerse su testi o parola detta, dei quali molti conoscono la

fonte e nessuno cerca di rettificare, o di recidere l’incongruo

orientamento, e tanto meno tacciarlo di viltà.”[138]

Tra le innumerevoli oscillazioni captate, emerge l’ondeggiamento tra consuetudine giornaliera ed estro, l’una “Parte di me l’insieme dei diari, anche quando rischio sul

fare letteratura o cerco di rappresentare l’efficienza quotidia-

na in qualche viziosa metafora”,

l’altro “Quel fato metamorfico della creatività, a volte oscuramente

velato dalla sua stessa esperienza (con inquiete figure).”[139]

La decisione con cui le parole cariane dominano la pagina deriva pure dalla selezione rigorosa, imposta da spirito critico e autoironia, cui esse sono state sottoposte dall’autore che, però, non va esente da inutili e tardivi ripensamenti:

“A volte piango per le carte che ho distrutto; in fondo – mi

dico – non è lavoro in cui mi sono consumato (anima e

occhi) e che – dopotutto – nessuno ha pagato?”.[140]

Ancora una volta Cara sviscera il complesso rapporto che si viene a instaurare tra autore e lettore, in sovrapposizione con l’amato tema dell’assenza di compiutezza:

“Le reazioni alla lettura d’una testualità, indovinano sempre

cosa abbia potuto significare “il poeta” di turno, o lasciano a

un’attendibile fluidità al pensare, quando è scioccato da certe

scagliose immagini e moventi? E quanto c’entra la godibilità

o le intenzioni abbandonate all’incompiuto?”.[141]

Nel gioco del darsi (e del negarsi) al lettore, il baco-Cara riconosce

“La relatività dell’ironia sulla quale ho formato il mio corag-

gio di appartenere agli altri o di essere meno assente nel

comune tragitto.”

Il nostro viaggio non termina qui.

“Dopotutto la memoria non agisce dentro di noi per accu-

sarci di un possibile oblio?”[142]

Note


[1] Riferimento a Vittorio Alfieri: “sesquiplebe” = “plebe una volta e mezzo”.

[2] Riferimento ai “cadaveri squisiti” surrealistici per la composizione di poesie o disegni a più mani, senza che i vari autori abbiano visto quanto scritto o disegnato dagli altri.

[3] Cfr. GUIDO GUIDI GUERRERA, Magia della Piramide, Roma, Hermes Edizioni, 1991, p. 91: “giacché tutto ciò che è in natura, o meglio tutte le energie che in natura si manifestano sono sempre dicotomiche e nel dirla con gli antichi cabalisti che ravvisavano in ogni «sephira» positivo il suo opposto «qliphotico», tutto può considerarsi l’esatto contrario di tutto.»

[4] MASSIMO PAMIO, Lo statuto dei labirinti, op. cit., p. 55.

[5] Ibidem, p. 115.

[6] Ibidem, p. 111. L’autore sottolinea il fatto che i poeti i folli e i navigatori non hanno potere ma solo responsabilità.

[7] Ibidem, p. 99. L’autore individua analogie tra gli “Hai-Ku” e gli aforismi cariani.

[8] DOMENICO CARA, L’enigma e la strategia, op. cit., p. 69, n. 1, nella sezione CALCOLO DEL FRAMMENTO.

[9] DOMENICO CARA, Esperimenti sulla sfinge, op. cit., p. 52.

[10] DOMENICO CARA, Passeggiare nella brughiera, op. cit., p. 35.

[11] DOMENICO CARA, Tavola delle miniature, op. cit., p. 11.

[12] Ibidem, p. 17, n. 83.

[13] Ibidem, p. 42, n. 263.

[14] DOMENICO CARA, Lo stato della logica, op. cit., pp. 100-101, nella (seconda e ultima) sezione La passione corrente (1975 –1978) che comincia a p. 73.

[15] DOMENICO CARA, L’utopia gioiosa, op. cit., p. 18.

[16] DOMENICO CARA, Baikál, op. cit., p. 21.

[17] Ibidem, p. 81.

[18] Ibidem, p. 109.

[19] DOMENICO CARA, Cardini macerie flumina, op. cit., p. 31.

[20] Ibidem, nella sezione I vessilli del re, che comincia a p. 53, a p. 64.

[21] DOMENICO CARA, I flautini dell’occhio, op. cit., p. 53.

[22] DOMENICO CARA, Pietra scissa, op. cit., p. 129, nella sezione MINIATURE NEL GILET che comincia a p. 125.

[23] DOMENICO CARA, Alvaro, op. cit., p. 142.

[24] DOMENICO CARA, Passeggiare nella brughiera, op. cit., p. 12.

[25] DOMENICO CARA, I flautini dell’occhio, op. cit., p. 157.

[26] Ibidem, p. 195.

[27] Ibidem, p. 233. Sulla simbologia dello specchio, spesso considerato come il simbolo dei simboli, è possibile consultare il sito Internet: www.centrostudilaruna.it/burckhardtsimbologiaspecchio.html, contenente riferimenti a diverse culture, incluse quella indiana e quella islamica. L’Istituto Italiano di Cultura di Napoli pubblica la collana di poesia Lo specchio oscuro. L’Ombra è un archetipo che rappresenta il lato oscuro dell’ego, mentre l’immagine pubblica è rappresentata dalla Persona.

[28] SANDRO PENNA, Poesie scelte, Milano, TEA, 1999, p. 82.

[29] DOMENICO CARA, L’utopia gioiosa, op. cit., p. 52.

[30] DOMENICO CARA, Passeggiare nella brughiera, op. cit., p. 49.

[31] Ibidem, nella sezione Tentativi per il controllo dell’emozione, a p. 68.

[32] DOMENICO CARA, Tavola delle miniature, op. cit., p. 32, n. 191.

[33] DOMENICO CARA, L’utopia gioiosa, op. cit., p. 68.

[34] DOMENICO CARA, Cardini macerie flumina, op. cit., p. 96.

[35] DOMENICO CARA, Filigrane innaturali, op. cit., p. 42.

[36] DOMENICO CARA, Cardini macerie flumina, op. cit., p. 37.

[37] DOMENICO CARA, Esperimenti sulla sfinge, op. cit., p. 37.

[38] Ibidem, p. 53.

[39] Ibidem, p. 50.

[40] DOMENICO CARA, Passeggiare nella brughiera, op. cit., p. 52.

[41] DOMENICO CARA, Tavola delle miniature, op. cit., p. 21, n. 110.

[42] DOMENICO CARA, L’utopia gioiosa, op. cit., p. 47.

[43] DOMENICO CARA, Baikál, op. cit., p. 27: poesia Anonimo del XX secolo.

[44] Ibidem, p. 54. Margarita Guerrero e Jorge Luis Borges, nel Manuale di zoologia fantastica, ci ricordano che “la gente credeva nella realtà dei draghi”. Comunque, i draghi asiatici si distinguono notevolmente da quelli occidentali: essi sono creature magiche che convivono con gli uomini quasi sempre in tutta tranquillità e i cinesi ritengono che il drago, come l’unicorno la fenice e la tartaruga, sia un animale spirituale e benevolo.

[45] DOMENICO CARA, Baikál, op. cit., pp. 85-87.

[46] Cfr. FRIEDRICH NIETZSCHE, La nascita della tragedia, Milano, Adelphi, 1993 (quattordicesima edizione), pp. 49-50: “il simbolismo cosmico della musica non può essere in nessun modo esaurientemente realizzato dal linguaggio, perché si riferisce simbolicamente alla contraddizione e al dolore originari nel cuore dell’uno primordiale, e pertanto simboleggia una sfera che è al di sopra di ogni apparenza e anteriore a ogni apparenza. Rispetto a tale sfera ogni apparenza è piuttosto soltanto un simbolo: quindi il linguaggio, come organo e simbolo delle apparenze, non potrà mai e in nessun luogo tradurre all’esterno la più profonda interiorità della musica, ma rimarrà sempre, non appena si accinga a imitare la musica, solo in un contatto esteriore con la musica, mentre neanche con tutta l’eloquenza lirica potremo avvicinarci di un solo passo al senso più profondo di essa.”

[47] DOMENICO CARA, Esperimenti sulla sfinge, op. cit., p. 42.

[48] DOMENICO CARA, Filigrane innaturali, op. cit., nella sezione Prove per ridisegnare il già visto, p. 9.

[49] Ibidem, nella sezione Lessemi in voce spoglia, p. 27.

[50] Ibidem, p. 31.

[51] DOMENICO CARA, Cardini macerie flumina, op. cit., p. 28.

[52] DOMENICO CARA, Lo stato della logica, op. cit., p. 119.

[53] Per approfondire temi come la morte della bellezza, l’uomo-massa, l’industria culturale, la cultura come merce, la diversità dell’artista, la morte dell’amore nella volgare società contemporanea, si consiglia la seguente lettura:
- ROBERTO PASANISI, Le «muse bendate»: la poesia del Novecento contro la modernità, op. cit..
Va segnalata una felice eccezione per quanto concerne la cronaca contemporanea:
- MARIA TERESA EPIFANI FURNO, Cronaca in versi, Santa Margherita Ligure (GE), Edizioni Tigullio –Bacherontius, 2004.

[54] Cfr. intervista di Marisa Papa Ruggiero a Domenico Cara riportata in FRANCA ALAIMO, La firma dell’essere, op. cit., p. 71.

[55] DOMENICO CARA, Passeggiare nella brughiera, op. cit., p. 57.

[56] DOMENICO CARA, Tavola delle miniature, op. cit., p. 44, n. 283.

[57] Ibidem, p. 45, n. 289.

[58] DOMENICO CARA, Baikál, op. cit., p. 29.

[59] DOMENICO CARA, Cardini macerie flumina, op. cit., p. 76.

[60] GAETANO DELLI SANTI, op. cit., pp. 57-80: Danza dei vetri di Domenico Cara, p. 68, n. 76.

[61] Ibidem, p. 71, n. 108.

[62] DOMENICO CARA, Ornamenti per sella, op. cit., p. 27, nella sezione Dal ruminare che inizia a p. 23.

[63] Ibidem, p. 27.

[64] Ibidem, p. 27.

[65] Ibidem, p. 41.

[66] DOMENICO CARA, Il dilagare dell’ascolto, op. cit., p. 58.

[67] Ibidem, p. 61.

[68] FRANCA ALAIMO, La firma dell’essere, op. cit.: pp. 73-80: Lunazione di Domenico Cara, p. 75.

[69] DOMENICO CARA, Lo stato della logica, op. cit., p. 63.

[70] DOMENICO CARA, Esperimenti sulla sfinge, op. cit., p. 45.

[71] DOMENICO CARA, L’enigma e la strategia, op. cit., p. 86.

[72] Ibidem, p. 114, nella sezione DALLA VIA LATTEA (disseminazione & sciami) che inizia a p. 111.

[73] Ibidem, p. 114, n. 49.

[74] DOMENICO CARA, Passeggiare nella brughiera, op. cit., p. 77.

[75] DOMENICO CARA, L’utopia gioiosa, op. cit., p. 46.

[76] DOMENICO CARA, Baikál, op. cit., p. 21.

[77] Ibidem, p. 68.

[78] DOMENICO CARA, Filigrane innaturali, op. cit., p. 60.

[79] DOMENICO CARA, L’enigma e la strategia, op. cit., p. 93, n. 9, nella sezione GRANAGLIE DELL’ETÀ DIONISIACA che comincia a p. 93.

[80] DOMENICO CARA, Pietra scissa, op. cit., p. 97, nella sezione PERIPLI DELLA NEBBIA che comincia a p. 92.

[81] Da non dimenticare Anna Rotunno e il suo Videor ergo sum, ovvero “Appaio dunque sono”. Cfr. «Nuove Lettere», Anni IV-VII, NN. 5-8, 1996, pp. 139-140.

[82] DOMENICO CARA, I flautini dell’occhio, op. cit., p. 69.

[83] Ibidem, p. 162.

[84] DOMENICO CARA, Tavola delle miniature, op. cit., p. 77; DOMENICO CARA, Pietra scissa, op. cit., p. 60, nella sezione MUSEO DI TEBE (scompiglio di differenze) che inizia a p. 53.

[85] DOMENICO CARA, L’utopia gioiosa, op. cit., p. 41.

[86] DOMENICO CARA, Pietra scissa, op. cit., p. 42, nella sezione DA LINGUA DOLOROSA (essenze fluenti, punti di fuga, raggi) che inizia a p. 41.

[87] DOMENICO CARA, Baikál, op. cit., p. 39.

[88] Ibidem, p. 48.

[89] Ibidem, p. 108.

[90] DOMENICO CARA, Alvaro, op. cit., pp. 122-123.

[91] DOMENICO CARA, Esperimenti sulla sfinge, op. cit., p. 50.

[92] DOMENICO CARA, I flautini dell’occhio, op. cit., p. 44.

[93] DOMENICO CARA, Tavola delle miniature, op. cit., p. 33, n. 194.

[94] DOMENICO CARA, Filigrane innaturali, op. cit., p. 46.

[95] Allusione anche agli insegnamenti di William Morris e al rispetto da lui dimostrato nei confronti della natura dei materiali, principi che oggi vengono spesso ignorati.

[96] DOMENICO CARA, Esperimenti sulla sfinge, op. cit., p. 32.

[97] DOMENICO CARA, L’enigma e la strategia, op. cit., p. 51, n. 42.

[98] DOMENICO CARA, Tavola delle miniature, op. cit., p. 18, n. 86.

[99] Ibidem, p. 28, n. 162.

[100] DOMENICO CARA, Baikál, op. cit., p. 33.

[101] Ibidem, nella sezione Camera delle similitudini, che inizia a p. 97, a p. 102.

[102] DOMENICO CARA, L’enigma e la strategia, op. cit., p. 50, n. 19, nella sezione METODO DELL’ISTANTE (artifici, sofismi furetti, filamenti del paradosso) che inizia a p. 49.

[103] DOMENICO CARA, Filigrane innaturali, op. cit., p. 72.

[104] DOMENICO CARA, Esperimenti sulla sfinge, op. cit., p. 20.

[105] DOMENICO CARA, Fisica di sensi, Milano, Laboratorio delle Arti, 2005. La prefazione Aforismi è di Vincenzo Guarracino (pp. 7-10). L’opera è inclusa nella Collana di “Illuminazioni” e reca il sottotitolo Aforismi, pensieri, opinioni, volti del mondo.

[106] Ibidem, p. 41, n. 38, nella sezione Costellazione nomade, che inizia a p. 36.

[107] Ibidem, p. 104, n. 75, nella sezione La consecutio delle ombre, che inizia a p. 92.

[108] Ibidem, p. 103.

[109] Ibidem, p. 24, nella sezione La differenza di fenditure, che comincia nella medesima pagina.

[110] Ibidem, p. 24.

[111] Ibidem, p. 26, n. 18.

[112] Ibidem, p. 29, n. 41.

[113] Ibidem, p. 29, n. 44.

[114] Ibidem, p. 145, nella sezione Fervido plasma, che inizia nella stessa pagina.

[115] Ibidem, p. 151.

[116] Ibidem, p. 149, n. 27.

[117] Ibidem, p. 155.

[118] Ibidem, p. 145, n. 2.

[119] Ibidem, p. 137, n. 38, nella sezione Inumazione di oblio, che comincia a pagina 132.

[120] Ibidem, p. 139, n. 49.

[121] Ibidem, p. 120, n. 9, nella sezione Biancospini, rose, grani di zucchero, che inizia nella pagina precedente.

[122] Ibidem, p. 122.

[123] Ibidem, pp. 125-126, n. 46.

[124] Ibidem, p. 53, n. 43, nella sezione Permutazioni, fasi di fuga, che comincia a p. 49.

[125] Ibidem, p. 69, n. 55, nella sezione Lacci strappati, che inizia a p. 63.

[126] Ibidem, p. 11, n. 4 e n. 5, nella sezione Il trasferimento delle scorie, che comincia nella medesima pagina.

[127] Ibidem, p. 45, n. 60.

[128] Ibidem, p. 88, nella sezione La deformazione delle ratio, che inizia a p. 77.

[129] Ibidem, p. 87.

[130] Ibidem, p. 77, n. 6.

[131] Ibidem, p. 79, n. 21.

[132] Ibidem, p. 77.

[133] Ibidem, p. 111, n. 46, nella sezione Ai confini del volto, spazi del nulla, che comincia a p. 105.

[134] Ibidem, p. 112.

[135] Ibidem, p. 113.

[136] Ibidem, p. 115.

[137] Ibidem, p. 116.

[138] Ibidem, pp. 117-118.

[139] Ibidem, p. 116, n. 81 e n. 82.

[140] Ibidem, p. 106, n. 14.

[141] Ibidem, p. 116, n. 79.

[142] Ibidem, p. 11, n. 6.

Materiale
Domenico Cara ovvero il baco da seta III
saggistica 
Autori
Claudia Manuela Turco

Pubblicato su:
Literary nr.3/2008
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