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Gabriela Fantato
Il tempo dovuto per il Codice terrestre
— il tempo dovuto - poesie (1996-2005), Editoria & Spettacolo, Roma 2005
— Codice terrestre, Edizioni La Vita Felice, Milano 2008
il tempo dovuto si presenta subito al
lettore come una piacevole sorpresa: la fotografia scelta per la copertina,
Martesana di Adriano Coppo, ipnotizza all’istante; anche il logo
dell’editore (con le sue i capovolte pare dialogare con l’immagine fotografica)
contribuisce all’atmosfera ricercata.
L’impaginazione e il formato del volume, inserito nella collana
denominata “Canti”, sono ottimali: si possono, infatti, fare commenti
agevolmente accanto a ogni poesia o scriverne una di proprio pugno, sulla scia
dell’ispirazione procurata dalla lettura. Taluni dettagli raffinati seducono lo
sguardo (come l’inversione nei termini del sottotitolo tra copertina e
frontespizio: “poesie (1996-2005)” diventa “(poesie) 1996-2005”).
L’antologia si articola nelle seguenti sezioni, riunendo
materiali poetici provenienti dai vari libri pubblicati in precedenza:
Fugando, Enigma – ventidue invocazioni, Moltitudine – poche storie
certe e numerate, Northern Geography, Inediti.
A una nota introduttiva dell’autrice fa seguito il testo “Le
geografie della fuga” di Mauro Ferrari, il quale così osserva: «Già prima di
aprire i testi si vede la ricchezza della poesia di Gabriela Fantato proprio in
questa articolazione dello spazio e del tempo, a indicare la coniugazione di una
capacità di sentire con quella di dire.»….«Percorsi concreti della nostra vita
reale ma anche tensione, balzo e destino (la caduta verso il basso, verso la
morte: una dimensione inquietamente metafisica, dunque, che ha ascendenze
classiche.)». Ed è tutto un camminare fuori e dentro di noi, nella sostanza di
un corpo che si fa, a sua volta, spazio da percorrere.
Colpisce il fatto che il titolo del volume sia stato suggerito
all’autrice da Corrado Bagnoli (interessante sarebbe conoscere gli eventuali
titoli scartati). A testimonianza di un’umiltà raramente riscontrabile (persino
nei poeti ancora acerbi). Un titolo non facile, soprattutto a causa
dell’inflazione di titoli contenenti termini connessi alla variabile temporale
(non ultimo, per fare un esempio comunque di valore, Il tempo successivo
di Carlo Cipparrone, Heliodor 2006).
Marina Cvetaeva scrisse: «Non ha diritto a giudicare un poeta
chi non ha letto ogni suo verso. La cronologia è la chiave della
comprensione.»…«Il tempo non imbellisce la poesia. Bello è un criterio
esteriore. Magnifica è la misura interiore.». L’antologia il tempo dovuto
risulta rappresentativa, per l’entità del materiale raccolto, sia sotto
l’aspetto quantitativo che per l’evoluzione subita e maturata dall’autrice
nell’arco di dieci anni, dell’intera produzione fantatiana.
Durante questa lettura è davvero possibile ritrovare il tempo
dovuto (talvolta molle, liquefatto come in un orologio daliniano, talvolta
scabro), a se stessi e alla poesia, che va vissuta con intensità e
concentrazione, al momento opportuno. Travagliata fu l’attesa soprattutto per la
pubblicazione del primo libro (Fugando), la cui gestazione risultò
correlata a non pochi momenti di sconforto.
Leggendo il tempo dovuto si può sprofondare nel grigiore
(della preziosità della perla), smarrirsi prima di venire catturati da
improvvise accensioni. Una punta di rosso, emblema d’eleganza, come nel
capolavoro di design McLaren, e labbra scarlatte forano brumose immagini
cittadine. Immagini in bianco e nero divengono istantanee durevoli, per quel
profilo di labbra che spiccano ritagliandosi dal fondo. A distanze inattese, il
monocromo subisce saettate di colore.
Smarrirsi conserva intatto il suo fascino, nell’ottica del
viaggio (anche limitato al piccolo spostamento giornaliero), essendo il
tracciato seguito spesso più importante della meta raggiunta. Del resto, nella
filosofia femminile spesso l’agire ha svolto un ruolo di primo piano, l’agire
inteso come processo, che mostra se stesso (quindi lo scopo prefisso non è ciò
che lo contraddistingue). Anche le parole hanno la facoltà di agire (e di
provocare reazioni).
Tra i versi di Gabriela Fantato si incontrano sovente personaggi
femminili in fase di metamorfosi, tra equilibri instabili e situazioni di
movimento: affiorano dalla moltitudine, tra case e strade.
Una femminilità offesa talvolta emerge in crudi dettagli:
«implorava la pietà che non c’era | negli occhi a punta di quel tizio | mentre
lui faceva i comodi suoi | tra quelle cosce a croce | in una bocca di saliva»
(in “(stretta al collo)” in Moltitudine). Yeats diceva di avere il
diavolo tra le gambe…
Talvolta della presenza femminile rimangono impressi più di
tutto i passi, le scarpe, i piedi (il contenente per il contenuto, la parte per
il tutto). Lo sguardo viene catturato verso il basso, ma poi compare, di tanto
in tanto, qualcosa di appeso. E allora lo sguardo si fa nuovamente alto.
Raymond Carver diceva: «Non taglio fino all’osso, taglio fino al
midollo.» e Grazia Cherchi, in Basta poco per sentirsi soli, ha scritto:
«E poi dicono che i troppi aggettivi sono una caratteristica della scrittura
femminile: qui ne conto undici nelle prime nove righe.». Di certo Fantato è
sapiente dosatrice per quanto concerne non solo gli aggettivi.
È una Milano diversamente resa, quella de il tempo dovuto.
Va ad arricchire il ricco repertorio di immagini versi e narrazione dedicato
alla metropoli lombarda: accanto a Neera, Billa Billa, Goldoni, Melville, Kafka,
Gatto, Pagliarani, Stendhal, Gadda, Saba, Eco, Cederna, Grazia Cherchi, Porta,
Giusti, Manzoni, Marotta, Quasimodo, Massimo d’Azeglio, Fortini, Ortese,
Giudici, Domenico Cara, Luciano Erba, Merini… Gabriela Fantato ha catturato orme
nascoste nella città, oltre alle maggiori e minori evidenze.
Nelle “strade segnate a piedi” (in Northern Geography)
ciò che rende non lisa l’immagine «nel bosco delle strade di milano» è
l’originale seguito: «ho perso oramai tutti i miei pezzi di pane | lasciati
nelle tasche | dell’ultima giacca a primavera | (in mano tengo la guida muta |
per geografie del nord appese al cuore)».
In parallelo (e con i dovuti intrecci) al discorso urbano, Mauro
Ferrari osserva: «la persistenza della natura – le rocce, il mare, il cielo, gli
alberi – in altri testi inediti rimanda a ciò che ci è totalmente alieno e che
non possiamo esperire, che non interagisce col soggetto ma al massimo si lascia
percepire proprio nella sua totale alterità e che ha però in sé una sorta di
‘geometria’ cui anche l’umano appartiene.». Del resto, a “Milano”, come poetò
Umberto Saba, «Invece, | di stelle | ogni sera si accendono parole.».
Facendo una panoramica delle varie parti che compongono il
tempo dovuto, in ordine cronologico, ci imbattiamo innanzitutto in
Fugando, che si articola in “Stanze”, “Dedica”, “Paurosamante”. In
questa sezione prevale la cesura ed emergono le possibili variazioni
dell’identità femminile.
Tra i versi più pregnanti delle “Stanze” possiamo ricordare:
«con l’età si era persa | la scarpetta: sulle punte restò | amo, teso d’infinito
| (al centro solo pieghe | della sua carne crescente, | adipe d’anima)»; …«il
sorriso | è pasta di rossetto». Particolare attenzione meritano i seguenti
segmenti versicolari: «il viaggio stretto nella stanza | e la valigia pronta da
sempre | pronta, non vista cammina || forse sarà il temporale | a celare la fuga
immobile | (e feroce lei ripete | la favola di chi va, chi viene)», cui fa eco
nella chiusura di “Paurosamante”: «e se nel parlare poi venisse | a galla che la
rincorsa | era per fermarsi, | si saprebbe che lei cercava | un punto
d’oscillazione | per essere legata nel suo centro | tra spazio e spazi, ma non |
troppo altrove». Risulta ravvisabile un curioso parallelismo con la chiusura di
un racconto di Raymond Carver, che si intitola “Ancora una cosa”: «L.D. infilò
sotto il braccio la busta di plastica e raccolse la valigia. | Disse: «Soltanto
una cosa voglio ancora dire». Ma poi non riuscì a pensare cosa mai potesse
essere.».
Invece in “Dedica” si possono selezionare, tra i tanti lacerti
di qualità, questi: «il tavolo traccia ad angolo retto | linee che fuggono verso
| il muro dei suoni | detti, scordati in ritmi di morsi»…«(il futuro è linea
piastrelle, | al balcone)» (in “cucina – (ai bocconi, larghi”)); «con le guance
rinchiuse | lei impara la colpa in forma | di topo: lo spazio è |
tubocheinghiotte | (il suo respiro sa di pane | rappreso e di scope) | il tempo
scivola basso | tra le cosce verrà la condanna» (il frammento “ripostigli –
(alle punizioni corporali)”); «(la chiave non c’è, foro nel cuore) | : si può
aprire, per me?». Questi ultimi segmenti versicolari sono contenuti nella
“camera dei genitori – (ai silenzi scuri)”, leggendoli vengono in mente le
parole di Dacia Maraini in Bagheria: «lui si era vergognato del mio
guardare e si era ricoperto subito con imbarazzo. Non era spudorato il mio amato
padre.».
Tra gli elementi più originali di “Paurosamante” si possono
segnalare: «in cubi si sfioravano | trasparenti pesi | slegati alla terra»;
«sudore alcolico a indovinare | parole»; «la realtà si apre a pezzi |
incastrati, rotola lei: ombelico | del suo tuttocorpo».
In Enigma la poesia “doppio su sfondo” presenta un
incipit con annesso un interessante sviluppo, destinato poi a subire una
biforcazione in Moltitudine: «di doppio volto è il ciclo | che non
finisce e non inizia solo | doppio è lo sguardo in alto | sino al dopo e ancora
oltre | quel limite che impone a tutto il globo | paure del domani | – che non
sia qui soltanto | nel giorno che è presente! –». Infatti, in Moltitudine,
in “(come il ramarro o la formica)”, con variazioni tipiche delle evoluzioni
registrate dall’autrice, osserviamo quel lacerto originario uscire dalla
metamorfosi rinnovato: «di doppio volto è il ciclo | che non finisce e non
inizia | nel mondo che ci tiene | doppio è lo sguardo al dopo e ancora | oltre
la fine che impone | requie al patto d’esistenza».
Le immagini si presentano prive di sbavature, il loro prezioso
nitore risulta capace di occultare il segno della mano (o le fatiche della mente
nel binomio computer-stampante), ma il significato sfugge nell’alone poetico,
quasi dalinianamente, nel gioco di continui rimandi tra visibile e invisibile:
«lei è sempre dove non | si pensa»…«nel vetro che la tiene | respira una linea
visibile» (nelle “Stanze” di Fugando). E in apertura di “Enigma” non a
caso è stata scelta la seguente epigrafe dedicata a parole memorabili di
Merleau-Ponty: «la peculiarità del visibile è di essere superficie | di una
profondità inesauribile | ed è ciò a far sì che esso possa essere aperto | ad
altre visioni oltre la nostra».
Moltitudine si suddivide in “storie
su strade” e in “stanze ad incastro”. In questa sezione il frammento si
riassorbe in una tessitura più ampia, mentre l’angolo di visuale si estende alla
comunità.
Tra le “storie su strade” alcuni dei versi più catturanti paiono
i seguenti: «e stiamo tutti qui, buoni in riga | come infilati a tubo nel
morire» (a inizio raccolta, in chiusura alla poesia “(in viale sarca)”); «(era
forse un animale di cima | forse un gufo scordato in città | che fugge la luce e
invoca il suo buio» (dalla lirica “(sul tram che ci porta)”); «vieni bambina
scura della notte | con le tue lune nel tacco | e le labbra rosse da ragazza»
(ne “(i tre gradi dell’invocazione)”); «e nel bordo disegna una linea | che sale
da terra a quel cielo | perduto nel fondo delle tasche | tra spaghi e le corde
di sempre» (dalla poesia “(in passi da gigante)”); «(presuntuosi eroi) andiamo
ottusi | come il pesce vuole l’amo che lo taglia» (in “(e ci tiene stretti)”).
Nelle “stanze ad incastro” leggiamo: «insieme siedono dove si
vede l’osso | dove piano il male lo consuma | e piano lo coprono le parole»…«e
intanto batte il fiotto, e rosso» (in “(un racconto in rosso)”); «per fermare
quel tanto del mondo | nella linea tra il quadro e una stanza» (in “(acquaforte
a colori)”). Le geometrie tratteggiate in questi versi aprono, di volta in
volta, nuove prospettive possibili, generando stupore foriero di riflessioni
inattese.
Northern Geography (la relativa
traduzione reca la firma di Emanuel Di Pasquale) si articola ne “Le strade a
picco” e “Terre salate” e risente della produzione di Milo De Angelis.
Tra “Le strade a picco”, potendo segnalare solo alcuni lacerti,
rammentiamo i seguenti: «e la fiamma accesa | smette di rubarmi buio al cuore ||
aspetto tutta la noia per goderlo | tondo nella mano l’ozio» (nel “tempo
dilatato”); «c’è un senso largo della vita | in questo andare avanti, in furia |
tra corridoio, scala e nel metrò | c’è una fuga lunga, senza sguardo | piegati a
terra dentro al camminare» (da “a tacchi alti nel metrò”); «era un attimo bianco
| quel per sempre fermarsi | nella poltrona in salotto scordata | nel centro di
tutta al vita» (sic!)…«nel salto (nel volo) | raccontava un’altra storia»
(dalla poesia “dal sesto piano”).
Nelle “Terre salate” Fantato scrive: «vi ho visti svanire piano,
piano | contro il bordo del tavolo in cucina | perduti nella stanza dilatata |
girando la minestra con la zucca» (all’inizio di “sullo sfondo”); «la tavola
sopra lascia | che il vino leghi labbra alle parole | e amici spalla a spalla |
ma sotto, proprio là tra il buio | si aprono promesse | tra pelle e gambe e ossa
conficcate | che il passo asciutto | conosce nelle scarpe quel limite | bordo
che intero unisce | bene e male» (in “risate nella notte”). A forza di fissare
lo sguardo sulla scena, questa pare perdere consistenza, sfumare, allontanarsi
in un alone di mistero. Attorno al tavolo brandelli di storie e momenti
irripetibili, concentrici, si disperdono, nel ripetersi vorticoso delle
stagioni.
Si è detto che Milo De angelis è stato molto importante per
l’ideazione e per la stesura di questa silloge poetica di Gabriela Fantato.
Gabriella Sica, analizzando il vuoto della poesia raggiunto negli anni Settanta
in Italia, vede una via di sbocco, una nuova apertura già alla fine degli stessi
anni Settanta, proprio grazie a Milo De Angelis (e a Giuseppe Conte).
Pound fu insegnante di scrittura per Yeats, che in un secondo
momento divenne maestro di scrittura di Pound. Come afferma Carver, «Se sono in
gamba, gli insegnanti»…«imparano sempre dai loro studenti.». Non a caso Milo De
Angelis, nell’“Introduzione” a Northern Geography, così osserva:
«l’incontro è proprio questo: saper proseguire il discorso dell’altro. Gabriela
Fantato aveva – e ha – questa dote: saper proseguire il discorso
dell’altro.»…«mantenere viva la scia dell’ultima parola, trasportarla, serbarla
intatta, restituirla più chiara a chi l’ha pronunciata.».
Tra gli Inediti (redatti nel periodo
2001-2005) emergono in particolare questi lacerti: «Una traduzione lenta di
ombre | in corpi mi restituisce i bordi | del mattino» (ne “La città sparita”);
«Accadeva un pomeriggio | il balzo, un farsi aria. Poi nulla. | C’era quel rosso
del vestito | e sangue tra le braccia» (all’inizio di “In memoria”); «Regalami
l’innocenza della pelle | e i sandali bianchi dell’infanzia»…«Ti darò la mappa
delle strade | con dentro questa fuga» (in “quasi febbre”); «Dalla spiaggia
ritorno sempre | con un sasso, un ramo liscio | o una conchiglia.»…«Ossa
persino. | Frantumi di colonne e pietre. | Stanno tutti nella ciotola, | vicini
come bambini nel cortile. | Non so se ricordano il nome | che li fece interi, la
pianta che li univa | e il dolore prima dell’arsura. | Le voci, certo le voci le
hanno | addosso: una sintassi di calcare | e vento.» (da “Frantumi”, “V.”).
Ne il tempo dovuto sono molti i ritratti femminili,
attraverso l’uso della terza persona, che catturano l’attenzione e dominano la
scena. L’immagine che ne deriva assume caratteri di maggiore precisione, la
visione chiara accompagna la proiezione dell’io nella dimensione altrui, in
virtù di una immedesimazione che consente di assorbire il punto di vista esterno
e di capovolgere l’immagine in un possibile altrove.
Solo frammenti circoscritti di realtà si lasciano cogliere di
volta in volta: pertanto, anche se continua, la ricerca rimane intermittente
(per usare termini cari a Eugène Ionesco).
Roberta Bertozzi, in una recensione all’opera pubblicata su
“Poesia” (N° 209, ottobre 2006), così annota per gli Inediti: «Il delta,
parola-mana dell’antologia e suo figurato percorso sotterraneo, da
principio del trasporto e della divergenza del desiderio diventa, in questa
sezione, meta di raccolta e sedimentazione dei lacerti, dei frammenti – quasi a
dire che dopo tanto percorrere i sentieri dell’alterità occorre fissarne la
sapienza che si è cristallizzata al nostro interno, dove “Le cose rotte qui si
radunano | e fanno una casa per metà vera | per la notte senza stelle. | Una
casa di sale”.». È necessario, quindi, riappropriarsi dell’uso della prima
persona. Utilizzando una terminologia cara a Thomas Mann, si potrebbe anche
aggiungere che la cultura è tutto quello che rimane dentro di noi, dopo che si è
dimenticato tutto il resto.
Seguono le “Note critiche” di Maria Pia Quintavalla (per
Fugando), Giancarlo Pontiggia (per Enigma), Giancarlo Majorino (per
Moltitudine), Milo De Angelis (per Northern Geography).
Considerando l’intera intelaiatura della complessa opera, è un
muoversi continuo entro gli spazi di un labirinto, le cui pareti sono lenzuola
appese, stese ad asciugare come fotografie in una camera oscura o sillabe ancora
umide, scritte con una vecchia stilografica su fogli esposti anch’essi ad
asciugare: «Nei cortili qualcuno spera | guarigioni e il tempo si riga | tra i
fili della biancheria, deraglia | nella finestra.» (in “Una mattina di nebbia”
negli Inediti).
Questi segmenti versicolari sono un tentativo di arrestare la
caduta nel vortice del tempo frenetico; si tratta di una poesia che invita a
ritornare sulle immagini appena scorse, sulle pagine sfogliate poco prima, sui
passi appena mossi.
Si può lanciare in alto la rete dell’immaginazione e riportarla
a noi, con nuove sorprese; i “ganci” consentono di arrivare ovunque, annullando
barriere e vincendo i normali limiti: «quando nessuno più la cercava | stese
forte una fune | tra quaggiù e un gancio sulla luna» (ne “la stanza e un balzo”
in Northern Geography); «quando nessuno più la cerca | lei stende una
fune tra quaggiù | e un gancio sulla luna» (nella “(fiaba di una bambina e della
sua capra)” in Moltitudine; entrambe le poesie sono dedicate a M.
Chagall). Questo è un esempio imperfetto di lacerto che subisce una
biforcazione, venendo proposto in due liriche diverse.
È sempre divertente girare le pagine alla ricerca di
qualcos’altro di “appeso”: «siede al silenzio intubata | appesa in un filo di
zucchero» (nella poesia “(figlia di un giorno)”; da notare il dettaglio delle
parentesi nei titoli delle liriche contenute nella raccolta Moltitudine);
«con i gatti in amore su scale scombinate | appese al cuore dell’infanzia»
(dalla poesia “in piazza santo stefano” in Northern Geography); «appesa
vita in occhi chiari» (ne “la caduta” in Northern Geography); «lo aveva
portato a quei doni | di voci e gambe molte appese al cuore» (nella “notte a
kiev” ancora in Northern Geography); «C’è anche una finestra dove
appendere | i sogni.» (nel frammento “IX.” degli Inediti); «doveva
restare appeso là | nel mondo cavo del non dire» (in “colui che attende” in
Enigma).
In “(una maglia in salotto)” (in Moltitudine) risultano
ravvisabili talune affinità con Kafka: «s’arrotola piano l’uomo tra carta | e
tazzine mentre gocciola al foro la sera | tra i santi e c’è una maglia |
lasciata in salotto, girata in un punto | dove slitta via, tutto». Franz Kafka,
in Preparativi di nozze in campagna, ammette: «Negli ultimi tempi ripenso
sempre più alla mia vita, cerco l’errore decisivo, colpa di tutto, che potrei
aver commesso, e non riesco a trovarlo.».
Forse ognuno potrebbe rintracciare il proprio “errore decisivo”
in «una maglia | lasciata in salotto, girata in un punto | dove slitta via,
tutto».
Si chiude il libro ma quei passi, quelle scarpe, i loro tacchi
continuano a martellare le tempie. Sono piedistalli fragili, instabili, quelli
su cui si muovono le donne: facile cadere… I sandali bianchi dell’infanzia
paiono destinati a insanguinarsi, nell’inevitabile ferita del tempo.
° ° °
Codice terrestre, «Il nuovo libro di
Gabriela Fantato», come osserva il prefatore Milo De Angelis, «si apre con
un’invocazione alla giovinezza trascorsa»…«E si chiude con una poesia intitolata
“Ai pochi”, pensoso resoconto di ciò che rimane.». La poetessa, recuperando la
dimensione dell’infanzia e ripercorrendo la sua esistenza, filtra le varie
esperienze, rammentando quanto ora è divenuto ombra, ricordo, sogno, speranza
infranta. La fedeltà di pochi si inserisce in un destino di solitudine (la
vecchiaia consuma ancor prima di essere presente) e, d’altro canto, getta nuova
luce su quanto rimane. Nella sua ostinazione chi, a dispetto di tutto, è rimasto
vicino consente un rinnovato rispetto, una vicinanza d’anime, una condivisione a
un livello superiore.
Il destino individuale viene riassorbito nella dimensione più
alta, ulteriore del Codice terrestre.
Il percorso poetico si articola in cinque principali tappe,
ovvero in cinque “capitoli” nei quali si ripropongono, da più angolazioni,
possibili tematiche quali la dialettica (e la passione) tra l’universo femminile
e quello maschile, la separazione (definitiva o temporanea che sia), la
ciclicità vitale, l’alternanza tra lo smarrimento e il ritrovarsi. Le cinque
parti di cui si compone l’opera risultano così titolate: “Una geometria, forse”,
“Un bacio dopo l’ultimo”, “Canto per Galileo”, “Per un addio”, “La forma della
vita”.
Prosegue il discorso iniziato con il tempo dovuto, con
approfondimenti, echi, ritorni. In apertura del testo antologico, così l’autrice
scriveva: «In chiusura c’è una scelta di inediti: poesie scritte tra il 2001 e
il 2005, pubblicate su riviste, in siti internet o in antologie poetiche. Alcune
saranno presenti nel mio nuovo libro – Codice terrestre, tuttora inedito
– tra queste certamente i poemetti finali, a cui tengo particolarmente: Al
tuo Delta, Frantumi e Una geometria forse.». Riguardo alle
evoluzioni stilistiche e agli sviluppi della sua poetica la stessa Fantato
commentava: «Oggi le mie scelte linguistiche non sono contratte né elise nella
sintassi, ma spesso dialogate, e la prospettiva di sguardo non è più rivolta
agli interni della casa ma è ‘allargata’ sia alla città e alle persone che in
essa si incontrano, sia alla natura nei poemetti più recenti; tuttavia restano
elementi centrali della mia poesia l’attenzione ai luoghi e alla corporeità
della vita, anche se colti in una dimensione dell’accadere più lenta e pacata.».
Di certo, quelle poesie radunate negli inediti della precedente
pubblicazione hanno, via via, acquisito un ruolo sempre più importante per la
genesi di Codice terrestre. Sarebbe opportuno uno studio analitico al
riguardo, per seguirne le singole metamorfosi.
Volgendo l’attenzione alla prima parte del volume, notiamo come
“Una geometria, forse” riprende “Forse una geometria” ma, nel frattempo, sono
intervenute significative variazioni (oltre la semplice inversione nel titolo),
grazie alle quali anche la singola parola mantiene un suo peso specifico, che
non si può ignorare nei vari passaggi, mutamenti, spostamenti.
Nel Codice terrestre leggiamo: «I figli mordono ancora |
le dita ai padri per sentire | dove inizia il viaggio. | Perché, ricordi, dicevo
anch’io | – perché? Nell’età prima che nomina | e divide.»…«Tento una geometria,
| linee e acqua.». Laddove, invece, ne il tempo dovuto trovavamo: «I
figli sempre rosicchiano le dita | ai padri per sentire dove | iniziò il viaggio
– perché, ricordi, | dicevo anch’io perché? – | nell’età prima che battezza e
divide.»…«Tento una geometria, linee | e acqua per consolare.». La dimensione
legata al recupero dei tempi trascorsi potrebbe aver raggiunto una maggiore
specificazione, una migliore definizione nel suo rapportarsi alla sfera attuale.
La poetessa ora pare meno dubbiosa e, come scrive Milo De
Angelis nella prefazione, «trova così un altro tempo, ancora più vero, dove
s’intrecciano l’istante e la memoria, il punto e la prospettiva, il passato e
l’approdo.».
Se tanti dubbi si sono diradati, perché spesso l’assenza ha
consentito e liberato certezze (anche se sovente vi è un’innegabile e accertata
negatività della verità parziale raggiunta), non viene, per questo, ignorata la
persistenza di altre situazioni e nodi problematici.
È vero che talvolta «la memoria si fa spavento», ma è pure vero
che c’è «Luce, c’è tanta luce oggi. Entra in casa, viene a cercarmi», ammette
Gabriela. Anche se «tutto è partenza, solo l’arrivo | libera dal male» (qui ci
ritorna alla mente la «piccola mary» de il tempo dovuto: «La
libero dal male?»).
In entrambi i libri, «il bocciolo salva il fiore, | il figlio
suo padre»; viene da chiedersi: «Sanno il volto profondo del rancore | gli
uomini che vivono da frutto | e mai furono fiore?» (Maria Luisa Spaziani).
La maturità stilistica ed esistenziale raggiunta nel Codice
terrestre pare richiamare alla memoria parole famose di Vincenzo Cardarelli:
«A trent’anni la vita è come un gran vento che si va calmando». E se i
trent’anni sono da un po’ trascorsi, allora quei vent’anni tanto carichi di
prospettive e libertà per ognuno (o quasi, sempre lecite le eccezioni) appaiono
ancor più rattristanti. Infatti, Gabriela Fantato rammenta: «O tempo, mio tempo
di fioritura | così veloce per dirlo | – erano acuti i sedici anni | e i venti,
senza misura. | Ora insegno agli occhi la pazienza, | le foglie più fitte.».
Nella seconda sezione dal titolo “Un bacio dopo l’ultimo”, ci
imbattiamo ne La città che sale (non futurista, eppure industriale), però
«dentro le lenzuola, | il racconto è sirene | e allarme.».
La poesia “invocazione” riprende “quasi febbre” de il tempo
dovuto. I sandali bianchi dell’infanzia lasciano ancora le loro impronte, se
non altro in un anelito: «Regalami»…«il passo dove | l’acqua è un bordo della
pelle.». Vale la pena di notare che se la poesia non è per chiunque, se non
tutti i versi possono venire assimilati allo stesso modo dal lettore, di certo,
comunque, non pochi dei segmenti versicolari di Gabriela Fantato hanno il potere
di raggiungere ed emozionare un ampio spettro di pubblico. Non a caso, i sandali
bianchi dell’infanzia ideati dalla poetessa colpiscono l’immaginazione al pari
delle scarpine blu della bambina che fa la giravolta nella canzone Il Terzo
Fuochista, presentata da Tosca all’edizione 2007 del Festival di
Sanremo.
Anche nel Codice terrestre, come ne il tempo dovuto,
compaiono varie forme di ganci, con le loro irrinunciabili funzioni. Spesso
il male si annida al fianco, dove si concentra un livido, lì si coagula tutto il
malessere, l’assenza, lì la spina tormenta a lungo la carne. Il corpo rivela le
sue geometrie, come il dolore, mentre è sempre difficile l’incontro tra i due
sessi, in «Una città senza nome»; «solo rosso senza nome»… Renzo Cremona direbbe
che sono Tutti senza nome.
Nella seconda sezione di Codice terrestre compare la
poesia “l’azzardo”, che riprende in parte “(ultimo addio)” della silloge
Moltitudine. In “declinazione”, alcuni segmenti versicolari («il pane
sarà ciò che chiedi, | briciole nelle tasche | e un addio») ci rammentano i
pezzi di pane delle “strade segnate a piedi” di Northern Geography.
Nel terzo “capitolo”, dedicato a Galileo, viene confermata la
preminenza del bianco, ricorrente in quest’opera poetica: «Se sono destinata al
bianco, | dimmi, dove posso annegare in pace?».
Ne “La porta a sud” (già presente ne il tempo dovuto, ma
poi modificata), Gabriela Fantato prosegue nel suo resoconto e giunge alla
conclusione che «Bisognerà rifare i conti | quel battere preciso |
dentro gli anni e la ferita». E se le persone amiche si sono ridotte
all’osso (a queste sparizioni vanno, comunque, aggiunte quelle non volontarie),
pare lecito ricordare quanto scritto da Paolo Ruffilli in Les choses du monde:
«(È il taglio progressivo | delle presenze care o note, | il conto che comincia
| a non tornare. Il margine | sempre più sottile | man mano che si fanno | falle
e vuoti tra le file.)». E Gabriela continua: «Tengo il conto degli addii | –
uno, due…l’ombra di chi è venuto | dice la mancanza.».
La poesia concepita “Per un addio”, nella penultima sezione, è
dedicata a Silvio Rovere, zio della poetessa, dato per disperso nel 1942 dopo la
battaglia di El Alamein. Stavolta non si può dire Tutti senza nome:
«Adesso un muro si staglia | tra l’erba come niente fosse. | I fogli sono appesi
e ci sono i nomi, | tutti i nomi. || Una benedizione di date e numeri
precisi | per chi non c’era in una notte | senza lucciole, senza il buio a fare
| la luna nella mano.».
«Forse sarà tutto chiaro, | una sera come tante e verrà la fine
| nel giro di poche ore.». E “Doppio su sfondo” (una poesia con il medesimo
titolo compare in Enigma, ma ha contenuto e svolgimento diversi) rilancia
«oltre la corda tesa dei vent’anni.», mentre “Al tuo Delta” varia rispetto alla
versione contenuta ne il tempo dovuto; segue “Era il bianco” («un addio a
venire») a riconferma della sua preminenza carica di significati. Ma i percorsi
proponibili, tra questi versi, sono innumerevoli.
Nell’ultima sezione, “La forma della vita” svela il Codice
terrestre: «La terra conserva | la formula del fiore e la legge | | della
stella.».
E alla fine cosa rimane? Così risponde Gabriela Fantato: «Resta un patto senza
abbreviazione | – la tua storia. | Un bordo dentro gli occhi. |
Solo nel taglio esatto | a volte riposo.».
Ma il rumore dei passi cessa mai di martellare le tempie?
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Materiale |
| Il tempo dovuto per il Codice terrestre |
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saggistica
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| Autori |
| • | Claudia Manuela Turco |
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Pubblicato su: Literary nr.8/2009 |
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