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Nelle due pagine introduttive l’autrice si sofferma sui “Contrasti” (tale è il sottotitolo dell’opera), “forma narrante” che “suggerisce vari tipi di lettura”, “forma mentis ironica e drammatica che travalica, in questo caso, il genere”; occorre “ricondurre le associazioni per contrasto a quelle per somiglianza”. La silloge si delinea come un “contrasto non privo di asprezze, sadismo, tenerezze inutili, forse”, poiché “Il significato del contrasto non è solo letterario”. Pregnante la definizione che viene data dell’esistenza a chiusura dell’introduzione: “quella lunga malattia che è la vita”. Nella prima sezione, che reca il titolo dell’intera raccolta, ci imbattiamo nella poesia raffigurante “La rosa indigesta”: “Altissima, tocca i rami spogli | del ciliegio, | larga al limite, bella. | Se la cogli, si sfalda, per miracolo | giovane. | È la rosa indigesta | che non ti aspetti d’inverno | tra il fogliame assente. || Miraggio d’uccelli per la sua | goccia.” Ma dove sono nascoste le spine della rosa lenisiana? Ci piace immaginare Eros, l’alato fanciullo che ferisce i cuori dei malcapitati con frecce o che li infuoca con l’ausilio della torcia, messo in castigo dalla madre o ferito per aver raccolto rose con imprudenza, incurante delle insidiose spine. Lenisa, dal canto suo, cerca intenzionalmente le spine e le fa macerare nella carne (con la carne) a lungo. Le dissemina un po’ ovunque. Questo pare proprio che la diverta molto. Tale divertimento sottile ne svela l’innata eleganza, che contraddistingue la poetessa sul versante creativo contemporaneo. Ne consegue un’esperienza particolare per il lettore, tra tocchi stupefacenti d’ironia, in un continua tensione a salire; il fruitore del testo è indotto ad andare “altrove”, a “divergere” dal solco prestabilito. Ma come ha argomentato Sergio Pautasso: “Non c’è alcun dubbio che la sensualità delle parole non è quella dei corpi, che la sensualità non va confusa con l’erotismo che l’atto d’Amore crea la Poesia attraverso la fecondazione delle parole.”… “Fra tanta materialità che circola in giro, questa tensione linguistica, esercitata su tutto ciò che è amore, è una forma di godere la libertà con chi sa apprezzarne il valore interiore.” Del resto Eros, prima di tutto, rappresenta il desiderio che avvicina e che genera i mondi. E Lenisa, sulla scia dello spirito santo, lega sacro a profano concependo “La discesa dello spirito poetico sui non convenuti”, procreando un mondo poetico tutto suo: “Dài, tocca le mie piaghe, il costato, | così puoi buttare a mare l’Ideale. | Scorporata resto figura retorica | per chi sa quale storia | d’Eros metà fisico… | La tua è qui, terrestre, non ci sono | unità di cui parli nel corpo a corpo. || Mostro non mi conosco se non in tutto | consegnata alla morte, erba, astro, | creatura… | Tu, non lasciare il gregge | per una pecora sola, scappano le altre, | in lana.” “La Ragazza di Arthur” ha imparato, dal suo Rimbaud, che “Il cuore ti batte in questo ventre dove riposa il duplice sesso.” Ella riesce a trascinare il lettore in un luogo segretissimo, assimilabile a un Inferno liberatorio. Nella seconda sezione (I “Fragmenta…”) incontriamo Max Bender, il quale così si rivolge all’autrice: …“Morì mia madre che ero | un bambino. Oh sapore d’incesto memorabile | se io sogno di te per ritornare alla casa del ventre.” A proposito d’incesto, non molti versi dopo, troviamo una citazione da Georg Trakl, spirito forse non molto dissimile a Rimbaud per sensibilità alla chiaroveggenza (in Sogno e ottenebramento: “Giungendo l’autunno, camminava, chiaroveggente, in bruna campagna.”). Un saggio di Ciro Vitiello si intitola “Rimbaud o della perversa innocenza” (in Pensare la poesia); per l’insistente oscillazione tra sacro e profano, parafrasando, per la proprietà transitiva, potremmo dire “della perversa innocenza o Maria Grazia Lenisa”. La terza parte della raccolta si configura come una proposta di carmina priapea (“Priapee e altro…”). Ecco l’atmosfera che si respira sin dai primi versi di questa ultima sezione de La rosa indigesta: “Non invoco le Pieridi innocenti, | “putèle” rosa | in fama di purezza, solo le muse | con la figa rotta, neppure degne | d’un libro diverso in attesa priapea | del segnalibro”… Proseguendo in “Priapea campagnola perduta a Carsulae nel 320 d.C.”: “In cerchio fanciulli cantavano | e dopo nacque il gioco | di misurarsi ‘l’obiecto’. Priapo | tutto si torse: “la mia misura | è questa”! (l’ironia qui esplode in quel punto esclamativo collocato fuori dalle virgolette chiuse). Il commiato avviene con “Pavide notti”, testo rifiutato a suo tempo dalla collana Forum – V Generazione e che, invece, subito ottenne il plauso di Giorgio Bárberi Squarotti, “storico prefatore” della produzione lenisiana. Può risultare utile rimembrare quanto ha scritto Pietro Emanuele a conclusione del suo Filosofi a luci rosse: “Ho la presunzione d’esser riuscito a non essere volgare, nonostante la scabrosità degli argomenti. Certo, il linguaggio non poteva essere esente da espressioni poco timorate. Dovrei pentirmene? Come dice Marziale, mi scuserei del linguaggio osceno se l’avessi introdotto io: ‹‹lascivam verborum veritatem excussarem si meum esset exemplum›› (Epigrammi, I, 1). Ma se, quando Rousseau dice ‹‹per non sembrar troppo coglione››, lo avessi epurato scrivendo ‹‹per non sembrar troppo testicolo››, sarei stato ancor più osceno.” Tali considerazioni possono valere, con i dovuti aggiustamenti, anche per la poetessa friulana. Leggendo la produzione lenisiana, per meglio avvicinarsi a questo particolare universo, può risultare utile tenere presente il frammento “Divisa in due”: “Tutto o niente? Crudeltà | assoluta. | Non ho scelta. Dio mi tormentò | a lungo per scambiare la mia Poesia | con la Virtù. | Mi divisi in due: la virtuosa vita, | lo scandalo nel diluvio di versi. | Danza la Psicocrititca nuda, | vuole la testa del Critico | sull’argenteo piatto.” Di conseguenza non possono venire fraintesi versi come: “Il cuore rovescia la forma e pare culo.” (nella poesia “Bigas Luna la vide capovolta dalla serratura e divenne doppio alone lunare”); “Sono raccolta | per essere tutta | con la forma che vuoi, ventre | da visitare col tuo pène virtuale”… “Resta la Donna Scritta | da decriptare come lingua nuova | oppure nuovo enigma.” (ne “L’orgasmo postumo”). Seguono subito dopo i versi de “L’amica virtuale” e un po’ più avanti quelli de “L’incontro virtuale”: … “Ma l’amore non c’è, solo miraggio | delle frecce ormonali, la sete che non passa | brucia il labbro.” Risultano leggibili le marcate deviazioni del comportamento amoroso nella società contemporanea, ipertecnologica... Inoltre, va considerato che “Il killer uccide quando | ti bacia. | Non sai di morire tra le sue braccia.” (nella poesia “Intervento inaspettato di strani improvvisatori”). E ancora: “Non sa come fare l’amore al modo | di tutti: liscia non ha buchi | da nessuna parte, chiusi gli occhi, | le narici, le orecchie. || Forse che entra dai pori il liquido | seminale?”… “L’imene fringuello | si mette d’accordo col pène.” (in “Vennero in aiuto le endorfine per vie traverse”). Ecco come viene indagato il legame tra arte e vita: “La vita rivale della poesia”: “Fatti Corpo, poesia, per verso amore, | arrossate le gote per la voglia, suda | le ascelle, senti che ti scorre fra le cosce | quel liquido tepore. | È il turbamento che fu detto amore? | No, solo sesso, eccesso di bellezza | d’un altro Corpo.” “Corollario” (vi compaiono esplicitamente le spine) è posta a chiusura della seconda sezione: “Ormai si sceglie della mela | il verme.”… “Cresciuta è come un’asta di atleta | che spine mette invece di saltare. || Non dura amore dal tramonto | all’alba, | lo sbadiglio si apre | che ti salva.” L’originalità del poeta, in quanto raro esponente del “gentil sesso”, sconvolge ancor di più: “Non è giusto, gridò, l’uomo | che donne inizino un nuovo | ciclo letterario.” (così in “Tocca iniziare un nuovo ciclo letterario – sognò il Maestro”). Una delle poesie più lunghe pare anche la meglio riuscita e risulta in grado di soddisfare pure gli esteti più esigenti. Merita di venire riportata qui per intero; si tratta del “Pittore da marciapiede dell’est”: “Il ragazzo dipinge il marciapiede, | a un lato il vuoto della sua chitarra | con dentro chi sa quali segreti. | Arriva scalza al Museo della strada, | sta attenta a non toccare le figure | come giocasse cauta alla campana. || E gli dice: dipingi la mia schiena! | Ride d’azzurro: | Vóltati di dietro | ed alza la maglietta. | Come strada | maestra dalla nuca alla vita sottile | il Nudo appare: | un bellissimo schermo ancora intatto. || S’appressò, la toccò dove rinascono | sempre le ali, così incurva un poco | per i pesi | soavi | e tutta la baciò che fu pennello | la sua lingua sapiente, colorata d’ogni | colore dell’arcobaleno. || Il cielo stava tra piova e sereno | come quando le streghe s’innamorano. || Cantava dolce in strada Edith Piaf.” Risulta utile richiamare alla memoria alcune considerazioni freudiane che paiono ben descrivere (e forse sintetizzare) l’universo lenisiano (dal saggio Il poeta e la fantasia, del 1908): “Questo piacere, che ci viene offerto per rendere possibile la liberazione di un piacere ancora più grande, proveniente da fonti psichiche più profonde, si potrebbe definire premio d’incentivo o piacere preliminare. Secondo me tutto il piacere estetico che ci dà il poeta, ha natura di tale piacere preliminare, e il nostro effettivo godimento di un lavoro di fantasia deriva dalla liberazione di tensioni della nostra psiche. Può anche essere che in parte questo effetto sia dovuto al fatto che lo scrittore ci permette da quel momento in poi di godere dei nostri sogni diurni senza rimproveri e vergogna.” |
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