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E' davvero interessante leggere la raccolta di poesie di Giovanni Raboni, morto a Parma nel settembre 2004, considerato uno dei più rappresentativi poeti italiani, dirigente editoriale, critico cinematografico e teatrale nonché studioso della letteratura francese e drammaturgo.

Anche i lettori più distratti potranno scoprire nelle poesie di Raboni l'emozione e l'ardore dei versi, la dovizie di sogni e pseudosogni. I sogni di Raboni si riferiscono a “cose” malauguratamente presenti e che non possono essere eliminate perché reali. In molti versi si notano il conflitto morale quasi rivisitato in sogno, le deviazioni, i dubbi. L'autore predilige il verso tradizionale: settenario, ottonario, talora novenario, volutamente breve.

Traspare nei versi il legame con i cari defunti, il convivere dei vivi con “il pensiero della morte” e con la malattia. Egli stesso affermava: “Uno dei pochi pilastri della mia fede – ammesso che di fede si possa parlare – è l’idea della comunione dei vivi con i morti, che non vuol dire che io pensi che c’è un oltrevita nel quale si incontrino i morti. Penso che i morti ci siano, cioè penso che si continui a vivere anche con le persone che non ci sono più, che continuino a fare parte della nostra vita... Attraverso la memoria, attraverso la continuità dei pensieri e delle emozioni. Se li coinvolgevano quando erano vivi, perché non dovrebbero coinvolgerli poi quando sono morti? Noi non cambiamo perché una persona non la vediamo più, rimaniamo noi stessi. Quindi, non ci sono dubbi. Non ho dubbi su questo... o, comunque, voglio non averne”. (intervista a Giovanni Raboni, Firenze, 29 maggio 2003).

Traduttore straordinario, il poeta ha tradotto Proust e Baudelaire e talora introduce le sue traduzioni nei suoi stessi scritti.

Si può considerare “poeta della poesia, innamorato dell'amore in presenza della morte”. Così affermava Raboni: “L’importante è essere ben convinti che la poesia non è né uno stato d’animo a priori né una condizione di privilegio né una realtà a parte né una realtà migliore. È un linguaggio: un linguaggio diverso da quello che usiamo per comunicare nella vita quotidiana e di gran lunga più ricco, più completo, più compiutamente umano; un linguaggio al tempo stesso accuratamente premeditato e profondamente involontario capace di connettere fra loro le cose che si vedono e quelle che non si vedono, di mettere in relazione ciò che sappiamo con ciò che non sappiamo”.

L'autore cela e avvolge come in un soffice mantello la moralità, certo che nella fede tutto gli sia possibile. Non mancano nei versi le esperienze del dolore personale e della malattia sino a giungere alla fine, che è inevitabile.
In alcuni moduli di Raboni si nota l'uso “ironico” nella misura dell'imitazione e della variazione.

Dopo il tema dei rapporti familiari, dei ricordi, delle meditazioni interiori, nella produzione del poeta subentra il racconto amoroso. “Il cuore che non dorme / dice al cuore che dorme: Abbi paura. / Ma io non sono il mio cuore, non ascolto / né do la sorte, so bene che mancarti, / non perderti, era l’ultima sventura”.

Uno spazio considerevole nella sua poetica è infine occupato dalla riflessione sulla morte, prima come scomparsa di persone care, di riferimenti indispensabili, poi col tempo è diventata la riflessione sulla propria morte. “Ho sempre pensato che la vita non sia qualcosa da cui si entra e si esce, qualcosa che si attraversa come uno spazio finito, ma come qualcosa in cui si sta indefinitamente”.

Recensione
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