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Radici

Questa raccolta di versi di Antonietta Cianci si presenta come una lunga elegia, l’elegia del silenzio in forma di parole, di quel "silenzio immobile che pietrifica il pensiero" (p. 59), ma che pure si scioglie in un canto poetico che si manifesta come un’urgenza dell’anima, un soliloquio che è il risultato di uno scavo nel più profondo dell’anima e che ingenera a sua volta una necessaria liberazione di/da pensieri e riflessioni.

E si tratta di un "silenzio" non accidentale, ma di un vero e proprio luogo dell’anima, se è vero che tale segno ricorre nella raccolta ben 27 volte, accompagnato dalla variante aggettivale "silenzioso" ben 6 volte. Siamo in presenza, dunque, di una sorta di deposito nel quale si accumulano sentimenti, idee, stati d’animo, impulsi, slanci, che urgono in una coscienza ferita e lacerata, pronti ad uscire allo scoperto e "gire in fra la gente".

Questa la genesi di questo canto a volte gridato, a volte sommesso, in sintonia con la condizione spirituale della poetessa alla ricerca di una stabilità che resta allo stato di esigenza non realizzata. E difatti esso si configura come una storia esistenziale, la storia di una parentesi di vita che l’autrice sente il bisogno, o l’urgenza, di raccontare in versi, cioè in quella forma letteraria che, più delle altre, consente all’io di manifestarsi in tutta la sua configurazione, ma stavo per dire, nella sua nudità, e quindi nella sua vera essenza, e di liberarsene in una ricerca di pacificazione dello spirito. Tanto è vero che la Cianci non esita mai a dirsi, a confessarsi, con quella sincerità che è un altro aspetto caratterizzante del fare poetico.

E allora vediamola da vicino questa storia chiaramente autobiografica, che si dipana attraverso il rapporto dell’autrice con la propria terra e attraverso una storia d’amore da lei vissuta e sofferta sulla propria pelle e nella sua anima.

Partiamo dal titolo, "Radici", che rinvia a quei luoghi nei quali la poetessa ha vissuto la prima parte della sua esistenza, luoghi ai quali è legata da ancestrali rapporti e dai quali si parte soltanto per potervi ritornare perché sono forti e pressanti le voci della nostalgia, nata da profonde intime esigenze affettive. E già qui il canto si risolve in elegia. Parliamo di Napoli:

"Portami a Napoli
in mezzo alla gente
tra l’umanità più calda e più vera"
(pag. 9),

e di un amore viscerale connotato da nostalgia e dolore; parliamo di Capo Miseno, del golfo, di Ischia, della "terra dura del Vesuvio" (pag. 9); parliamo di una terra, di un cielo, di un mare che diventano patrimonio inalienabile di chi vi nasce diventando suoi fantasmi della mente e dell’anima. Sono radici che investono la coscienza tanto profondamente da costringere comunque e sempre a sognare e a volere un ritorno alle origini:

"Io amo il viaggio di andata perché poi ritorno

E porto con me questa radice riarsa
e la crepa
che si spalanca nella terra dura"
(pag. 27).

Ma intanto c’è la necessità della partenza che la nostra poetessa avverte in forma traumatica, cioè della partenza da Napoli, che comporta l’allontanamento dalle proprie radici:

"Qui nella stazione piena di valigie addormentate
colma degli sguardi malinconici di chi parte
e forse non vorrebbe
Qui e oggi Napoli è silenziosa
come una madre solitamente chiassosa
che tace accanto alla figlia spaventata
sentendone l’angoscia
proteggendone il dolore"
(pag. 11),

una Napoli stranamente "silenziosa", come animata dal desiderio di partecipare al "dolore" della poetessa per una partenza che forse non vorrebbe. Chi si allontana da Napoli avverte fortemente il dolore della partenza: non si tratta della solita retorica di cui spesso si ammanta una nostalgia che, invece, è profondamente vera, soprattutto in chi sente l’amore per una città che ha il nome e la bellezza di una sirena e che ha sospinto Antonietta a fissarne fin nel titolo della raccolta quel che significa per lei sentire quelle "radici" con tanta forza ed orgoglio. E comunque lei è costretta a partire dalla sua città. Destinazione: la "Bergamo più bella" (pag. 28), la Bergamo Alta. Ed è lì che il suo destino va ad incrociarsi con quello di un amore "imperfetto e ribelle" (pag. 15) ma tale da piantare in lei altre radici dalle quali risulta problematico liberarsi. Era

"Novembre.
Mentre l’aria gelava
qui lontano da Napoli
e l’autunno
profumato di vino e castagne
calava lento sulle mie giornate
brevi e assonnate
io ti incontravo.
Non ricordo cosa vedevo
forse
una traccia un segno
un nido meno spoglio
una luce meno spenta"
(pag. 22).

Il viaggio sentimentale, che sbalza tra Napoli e Bergamo, ha inizio. Ed è come se quell’amore servisse ad evitare quel congelamento del corpo e dell’anima che,"lontano da Napoli", si sarebbe impadronito della nostra poetessa.

Questa storia, anche se non fa registrare una vera convinzione, perché sembra sgrovigliarsi in modo piuttosto problematico e non propriamente appagante, tuttavia procede lungo la sua strada perché lei vi intravede comunque "una luce meno spenta". Ma poi l’anno scolastico a Bergamo volge alla fine. Siamo a

"Giugno.
Mentre l’estate incalza silenziosa
qui lontano da Napoli
e l’aria risplende
di colori e di coscienza
ti lascio solo
con i tuoi occhi stanchi e ciechi
con l’anima sporca
di rimpianti e autoinganni
3
in bilico tra passato e presente
sospeso
tra il senso di me e la mia assenza"
(pag. 22):

la partenza di lei (della poetessa, dico) che torna nella sua Napoli fa registrare turbamenti e perplessità, indecisioni e dubbi. Si tratta di una storia un po’ contorta, tormentosa, che spesso costringe a quel silenzio che impedisce abbandoni e tenerezze e che crea interrogativi e insofferenze e costringe a pensamenti e riflessioni, dubbi e incertezze, e soprattutto quella perplessità che si ingenera in un rapporto d’amore quando non c’è sicurezza sulla reciprocità dei sentimenti:

"E oggi sono lontana.
Tu, senza di me
certo un po’ più leggero
forse un po’ stanco
un po’ malinconico.
Io, senza di te
assorta e sonnolenta.
Oggi siamo lontani.
Noi, senza di noi
il fiato corto
il silenzio
e il disordine"
(pag. 29).

Si tratta di decifrare il senso di un rapporto non proprio lineare, che appare anche come un errore ("Io, tu, l’errore e l’amore"; pag. 30), o come un "caos informe" nel quale è necessario indagare non solo per trovarvi un senso, ma anche per dare un po’ di ordine alla propria esistenza:

"E a quel disordine
somiglia il mio viaggio
alla ricerca della forma
della retta che tranquillizza
del cerchio che mi contenga.
Cercare nelle profondità del mio disordine
un ordine per fermarmi.
E stare"
(pag. 50):

trovare un appiglio certo, una sicurezza per l’esistenza, è questo l’obiettivo primario, ma è difficile trovare quella "linea retta" che rappresenterebbe normalità e regola. C’è in quel rapporto una sorta di inconcludenza, perché non s’intravede il vero sbocco di una storia intricata e sofferta. Lo dicono i versi il cui tono sembra oscillare tra diverse conformazioni.

Ora è piuttosto duro, ed anche un po’ violento, connotato da parole nude e crude, "parole scorticate" e amare, quando la nostra poetessa accusa il suo uomo di non aver saputo coltivare e custodire un vero amore:

"hai perduto
i tuoi giorni migliori
il come e il quando
hai perduto
me e la mia parte migliore"
(pag. 16),

o quando cerca conforto in una sorta di rassegnazione voluta:

"Faccio come se tu non esistessi.
Come se non ti avessi amato
come se tu non mi avessi cercata
come se fosse una grande bugia
o una bella illusione finita"
(pag. 17),

o quando rimpiange con dolore ciò che poteva essere e non è stato:

"Odio i giorni che abbiamo perduto
e il futuro che ci hai negato"
(pag. 58),

o quando accusa apertamente lui:

"È il male che mi hai fatto
che ti ha sgretolato
così che oggi
il ricordo più vivo sono io
la donna che ero allora"
(pag. 61).

E ora, invece, il linguaggio è più accorato, a specchio di stati d’animo più concilianti, come quando lei invoca il suo uomo a trovare insieme un po’ di pace, una sosta nello stancante rincorrersi di momenti stranianti:

"Vorrei che tu fermassi
questo lungo camminare
il mio andare senza sosta
senza meta"
(pag. 43),

o come quando sospira il ritorno e il fermarsi finalmente nella sua Napoli:

"Vorrei, amore mio,
che tu venissi a prendermi
e mi portassi a Napoli
stringendomi la mano
attraverso i quartieri
che sanno di calore e di passato
lungo i muri
che odorano di tufo e di ricordi.

Vorrei trovare pace
quella che sale dalle viscere della nostra Napoli
che parla di silenzi
con la lingua del rumore"
(pag. 43)-

Ora, infine, il tono diventa piuttosto elegiaco, come quando la nostra poetessa rivendica di aver trovato in se stessa una sorta di àncora di salvataggio:

"in me stessa ho trovato rifugio
nella donna ancora integra
pulita
che ho salvato da quel mondo
di dolori e di abbandoni.
Un mondo con cui stento a chiudere i conti"
(pag. 47).

E sì, perché si è resa conto della effettiva "fragilità della vita" (pag. 33), ma anche di un’altra verità che la Cianci ha trovato in se stessa, il senso di "quella mia sconfinata libertà di essere quella che sono" (pag. 51).

E così la storia di un amore diventa metafora di una vita perché essa contiene in sé tutti gli aspetti di un’esistenza che, attraverso il "gran mar dell’essere", ricerca il senso più vero di sé e di questo nostro districarci tra i tanti cespugli che costeggiano il nostro complessivo cammino. Ed è una storia che ha trovato nella nostra poetessa la forza e la capacità di dipanarla e dirla, senza infingimenti e senza falsità, in uno stile poetico forte e rigoroso che, disegnando una sorta di esilio dell’anima vagabonda e incerta e sempre alla ricerca di sé ("io non so stare / non so allignare"; pag. 27), per tanti aspetti mi ha fatto rivivere l’atmosfera poetica dei versi della Saffo immortale.

E difatti mi ha sorpreso la vigorosa sostanza del linguaggio, così diretto, così immediato, libero, non oscurato o soffocato o sovraccaricato da eccessiva, sovrabbondante letterarietà, linguaggio connotato da un sottofondo di sincerità che libera le parole da orpelli inutili e infonde ad esse il crisma della verità.

Recensione
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