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Paolo Ruffilli – noto come scrittore e poeta di autentica vocazione – oltre ad aver pubblicato numerose raccolte di versi e vari racconti, ha filtrato i propri temi attraverso lo studio di alcuni “grandi” della letteratura italiana ed europea, fra cui il Nievo e Goldoni, Leopardi e il Foscolo: senza trascurare i messaggi pregnanti di personalità testimoniali delle inquietudini del vivere e del soffrire, entrati a partecipare spiritualmente a tanti aspetti di sofferenza e sacrificio. Ne ha assunto le lezioni e vi ha intinto la propria sensibilità, a fior di pelle e di passione.

Nella sua recentissima pubblicazione poetica Le stanze del cielo il testo presenta due parti ben distinte: “Le stanze del cielo” e “La sete, il desiderio”, colte al margine dalle esperienze di drogati, carcerati, con interiore partecipazione quali fonti aggiuntive della propria partecipazione alle sofferenze dei reietti. Così la gratitudine ne diviene il timbro qualificante: “… quel pesco in fiore | e il suo tornante rifiorire… | è il simbolo di quello che mi manca e che ho perduto”.

Non sfugge quindi al lettore la tensione con cui Ruffilli dipinge l’inferno che c’è dentro chi non ha più la libertà “…e solo chi sta dentro può capirlo…”. Lezione, quindi, che impone la solidarietà.

Altro tema dominante nei versi della raccolta appare la solitudine: “…l’orrido male lancinante | di stare soli e nudi | con se stessi…” che pure suggerisce ai condannati al carcere riflessioni originali come questa: “E della libertà | che farne… | la vita è un fiume | che scivola nel fango. | A cosa serve?”

Di sicuro nella prima parte del suo lavoro i versi risuonano impregnati di un incoercibile pessimismo, fratello della malinconia, ma anche fonte di rassegnazioni, per cui i sentimenti si caricheranno – nella parte seconda del volumetto – di una diversa inquietudine sul destino comune incarnato nella rassegnazione che serpeggia in chi si sente “un numero…senza più persona…”

Altrove, con differente impressione, il poeta avverte che “La sete, il desiderio” sono intrisi dal timore della solitudine, imposta drammaticamente dal fatto di non poter più rivedere quella “lei”, la persona “…che conta..” dato che “…il resto… diventa noia”.

Allora il carcerato (il condannato, l’escluso) affonda i suoi giorni ripensando alla casa dove è vissuto, al viso delle persone care: ed ecco la poesia invadere la testimonianza di chi si sente “…Fuori dal mondo” e così quasi impone ai privilegiati il bisogno di fuggire da tutti i luoghi cari, “… andarmene, perché | ho orrore di quello | che è accaduto…”. Dal condannato la pena si trasferisce con naturalezza in forma di ferita scavata nell’animo dello scrittore.

Una poesia – questa di Ruffilli – che tratta di dure realtà, di pensieri tristi e profondi, di miserie umane e di qell’interna disperazione che ne è la somma, e che purtroppo fa parte di ogni vivere da disperati, ma tocca coscientemente la tastiera di quanti, nella condanna, si dibattano assurdamente, come leoni in gabbia, in vana ricerca di una via d’uscita.

Da parte nostra (di privilegiati), cogliamo il nascere e l’imporsi – per merito dell’autore – di una condivisione che supera la pietà, per calarsi e forse redimersi nella coscienza del destino comune.

Recensione
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