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Il libro La doppia radice mi è piaciuto particolarmente. Leggendo si viene via via a creare oltre l’atmosfera delle origini, l’umano travagliare e lavorare pensando, uno spirito dell’autore che racconta e che resta sotteso, senza commento. Ma in quel non commentare, in quel restare fedele al racconto, c’è la dimostrazione d’una realtà che si commenta da sé alla luce delle storie ormai concluse. E così le imprese, i gradi, gli entusiasmi hanno una fine, già in sé un commento degli eventi, ripetibile come un nastro che corra accanto alla narrazione per raccontare un’altra e più antica storia. Prima mori-mori e divieni. In questa sensazione goccia la vita, il caso, la morte. Un centellinare nel quotidiano la grande storia del cosmo. Ed è proprio qui la particolarità di questa scrittura; nel minimale, narrare la vastità, lasciando che le pagine odorino di pane e di sangue, di animali e di lezzo. E il tempo, il tempo che suona nelle generazioni, nei cambiamenti, nelle esperienze che ne generano altre sempre incomplete e perfettibili è l’ alba d’una la parete rosa di una camera di bambina e la voce della natura che sempre valica i limiti. Mi è piaciuta, fra l’altro, la descrizione del padre-maestro e lo sguardo di quella bambina che giudica. In molti tratti del carattere infantile mi sono ritrovata (i libri nascosti, l’appartarsi, il rifiuto dell’educazione fisica) e di nuovo le descrizioni hanno assunto odore e sapore (questo solo la buona scrittura lo sa rendere).

Nel leggere questo libro sento la circolarità di questa scrittura che diviene autentico specchio degli occhi e dell’anima. E’ intrigante e mantiene la curiosità in chi legge e ancora mi riconosco. Sembra quasi impossibile come la quotidianità dell’infanzia abbia tratti così simili. Forse perché tutte le mamme casalinghe cucinavano e tutti i padri erano gelosi delle confidenze e delle complicità che li escludevano…e poi l’inerzia dell’estate e la sua malattia…e lentamente la vecchiaia arriva e tutto riporta all’essenziale. La vista dei panorami, la lettura dei quotidiani, le partite a carte, il distacco. Un percorso che l’autrice percepisce nella sua verità pur non avendolo vissuto. E’ straordinario come Luciana Floris racconti anche esperienze che non le appartengono come lei stessa fosse il personaggio narrato, per quanto sa capire e immedesimarsi negli altri. E’ un libro questo che trasuda vita da ogni pagina, la vita passata e attuale la cui memoria ci arricchisce per quella trama che riporta la storia al cucire dell’inizio, la scrittura come punti del filo narrante. Un libro questo dove la carnalità della vita e la sua sublimazione si danno al lettore nella doppia radice del vivere. Bellissimo libro e difficile a me sembra averlo reso così vero. L’autrice ci è riuscita toccandoci nella più profonda commozione.

Recensione
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