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La casa in mezzo al prato

Ci sono libri che si trasfigurano anche in qualcos’altro, acquistando una valenza che ne amplifica la dimensione letteraria e artistica. Questa nuova raccolta (ma fortissimamente coesa) di Maria Luisa Daniele Toffanin, lentamente cresciuta e aggregatasi nel corso di quarant’anni di frequentazione dei luoghi agordini e dolomitici - ambiente eletto di vacanza, di comunità, di amicizia - ha visto la luce nelle settimane successive all’uragano Vaia che, a fine ottobre, un anno fa devastò quei territori annientando sentieri, torrenti, infrastrutture, interi boschi (gli alberi abbattuti si contano a centinaia di migliaia): gli stessi esperti non sanno darsi tuttora una spiegazione d’un simile fenomeno e l’unica cosa certa è che, pur nella distruzione, si è verificata una sorta di miracolo laddove non ci sono stati seri danni alle abitazioni e nessuna vita umana è andata persa.

La solidarietà e l’impegno stanno lentamente, ma costantemente permettendo il ripristino di quanto è ripristinabile, mentre per i boschi, purtroppo, ci vorranno molti e molti decenni perché tutto torni simile a com’era. In tale movimento di rinascita anche questo libro, un libro di poesie (genere letterario al quale in Italia, e sottolineiamo in Italia, non si attribuisce in genere alcun ruolo pratico), ha fatto la sua parte: dapprima divenendo momento di vicinanza, di presenza, di incoraggiamento, di sostegno per così dire morali, poi facendosi fulcro di una operazione di valore altamente simbolico ma anche ben concreto, l’erogazione - in collaborazione con l’Associazione Levi-Montalcini di Torino, da sempre impegnata nell’orientamento scolastico - di quattro borse di studio per altrettanti studenti del territorio, premiati per i progetti da loro presentati appunto a favore della ricostruzione e di una possibile valorizzazione.

Ma il significato etico del libro non deve offuscarne il rilievo poetico e letterario, che è altissimo e in qualche modo riassume e compendia in modo esemplare tutti i temi che da sempre caratterizzano la scrittura in versi dell’autrice. Sono poesie d’amore per un territorio, composte tutte prima del disastro (eccetto una, collocata in posizione introduttiva subito dopo la prefazione di Mario Richter) e quindi originate da una commozione non legata all’evento, ma preesistente e scandita nel corso dei decenni.

Nelle pagine si ritrova il diretto e strettissimo rapporto tra natura e “oltre-altro”, quel dietro il paesaggio scrutato da Zanzotto del quale Maria Luisa Daniele Toffanin è probabilmente la principale e più degna erede (e fu proprio il grande poeta solighese a salutare, con la sua approvazione, uno dei suoi primissimi libri, ormai vent’anni fa). Un rapporto, questo tra la natura “soave e potente” e “la soglia del Divino”, su cui si innestano tutti gli altri temi portanti, dall’amicizia alla famiglia, dalle relazioni umane all’idea di casa come luogo centrale dell’esistenza e degli affetti, fino all’idea di eterno nel tempo e al di là del tempo.

La raccolta è articolata in quattro parti, non cronologiche (poesie recenti e d’uno o due decenni fa si mescolano infatti spontaneamente) ma tematiche, sia pur necessariamente intrecciate: il luogo appunto come casa e motivo di comunione, comunità, amicizia, esperienza e incontro (le “trame di vita insieme”, essendo “insieme” un’ulteriore parola chiave); la contemplazione assorta, meravigliata, stupita degli elementi naturali, vegetali, animali; la considerazione del passato, inteso come tradizioni ma anche come miti e leggende che affondano nei secoli (le “orme di storia sentieri di fiaba”, tra vicende locali e usanze ladine); infine il ritorno, che dà conto dell’andare e venire, della vita che trascorre (il “tempo garante di continuità” nella “giusta misura tra le ore”), delle cose che mutano e non si ritrovano più se non nella memoria e nell’anima, o si ritrovano diverse: sapendo, comunque, che tutto muta forma ma niente perisce davvero, con la “certezza di nuovi germogli” in tanta “bellezza provvida del Creato”.

Si tratta di un affresco il cui tema unificante, come detto, è il tempo, inteso come partitura delle stagioni, ma anche come tempo-eternità su cui tutto si proietta e in cui tutto trova il suo significato trascendente, contro la contingenza e la transitorietà. Leggere queste poesie, sempre sostenute da un linguaggio assieme cesellato e denso, evocativo e tangibile, è posare l’anima e lo sguardo su un luogo amato (Boscoverde di Rocca Pietore ospita questa casa-condominio dove si sono succedute le generazioni con genitori, figli, nipoti) e al tempo stesso sporgersi oltre la siepe leopardiana, verso l’infinito.

Presenze umane, località e paesi (fittamente nominati nella loro singolarità e unicità), rigoglio naturale, considerazioni spirituali e cosmico-metafisiche si armonizzano in un cortocircuito di significati che esorta e conforta: è un continuo nominare o suggerire, esplicito o implicito, concetti quali incanto, stupore, memoria, operosità, magia, sortilegio, coscienza, sapienza, attesa, rinascita, gioia, armonia, grazia, dono, in un “eterno colloquio” che induce a sentirsi parte di quell’“eterno miracolo” e si protende verso una “quota altra di felicità”.

Recensione
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