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Da sponda a sponda

Il termine “sponda” generalmente indica un confine, il limite tra due elementi, quello acquatico e quello terrestre. Meglio ancora: è la striscia di terra bagnata dall'acqua, sia essa marina lacustre o fluviale. L'idea di sponda implica solitamente un movimento e in particolare i concetti di partenza e approdo. La meta o lo scopo a cui tende un viaggio. Abbiamo dunque elementi sicuri e precisi: la terra, la componente stabile, e l'acqua, la componente che viceversa porta racchiusi in sé i crismi dell'alea.

In "Da quella sponda", la sezione che apre le danze nel libro di Luciano Cecchinel, la preposizione semplice suggerisce l'idea del punto di partenza che tuttavia l'aggettivo dimostrativo proietta immediatamente a una certa distanza fisica e temporale, come a introduzione di un mondo impolverato, ormai parte della memoria. Eppure i legami, le connessioni con il presente fanno di quel mondo un'entità in qualche modo ancora viva.

Ce lo confermano innanzitutto i primi titoli: Irrisalenza, Stazione abbandonata, Antiques sales, Cimitero del Midwest che poi cominciano a prendere una nuova dinamicità, lieve e nostalgica, fino a incarnarsi nelle figure bisbiglianti delle poesie Bisbiglio di manovale e Bisbiglio di minatore o in paesaggi dai contorni diafani, al limite del sogno, adatti a ospitare visioni e improvvise epifanie: l'anziana nell'ombra di una porta o l'uomo curvo che mastica tabacco, in Riserva Paiute, p. 23; o il prigioniero che “entrò scortato in clangore di catene”, in Fuori strada, p. 24.

E poi paesaggi residui, con una dimessa ferocia, all'apparenza dismessi in un angolo come in un oblio. Specchio a volte di una umanità ai margini (ma così reale) negli Stati Uniti d'America, del sogno americano che coinvolse gli avi dell'autore, fra partenze e ritorni compiuti o soltanto agognati. E non è un caso che la prima sezione si chiuda con una poesia di addio (Farewell) scritta in americano quasi a statuire il congedo da quella sponda (dunque da quei testi statunitensi, scritti ne 1984 e nel 1995) per approdare alla sponda italiana della successiva sezione, intitolata appunto “Da questa sponda” scritta a Revine-Lago e che presenta testi prevalentemente datati nell’anno 1997.

Anche da qui lo sguardo corre indietro ma si allarga principalmente sui destini individuali, del nonno materno di ritorno in Italia da neo-americano, costretto a scontrarsi con il clima europeo dei suoi tempi, che lo considerò suddito nemico nell’omonima poesia (“di nuovo errante / nel chiaro amico / per nuovo padrone / fu suddito nemico / straniero di stagione”, p.41); oppure della madre Annie che, nata negli Usa mai considerò sua la terra italiana (“come non aver tenerezza / per una bambina che piange” e poi “ma! pa! take me away / I don’t wanna speak this way”, p.42). Eppure anche nella seconda sezione, nella terra italiana, i due mondi lo statunitense e l’italiano si chiamano l’uno con l’altro, sino a incrociarsi e sovrapporsi, quasi a completarsi. Così in Little America on the top (pp.44-45) dove leggiamo “e vespai ossessi di pioggia e di neve / colavano storie americane” e “con le menti deflagrate / entro paludi giungle e ospedali / o entro i pub le caves di Milwaukee / Seattle Amarillo e Baltimore”; ma anche in Dopo Full Metal Jacket (p.46-47) e nei vetri lavorati e scambiati, protagonisti di Ohio glasses (p.51-52), che dicono anch’essi del succedersi delle generazioni nei luoghi e nei tempi.

È giocoforza -si può dire naturale a partire da queste premesse- arrivare all’ultima sezione intitolata “Dalle due sponde” una sorta di poemetto costituito però da frammenti in prosa poetica in cui le lingue si mescolano per fornire uno spaccato disilluso e disincantato della società americana, prese le distanze dall’aspetto affettivo e nostalgico, in una sorta di oggettivizzazione anestetizzante costruita attraverso un intrico di citazioni, quasi un flusso di coscienza con una punteggiatura praticamente azzerata, tendente a smitizzare il mito del sogno americano, mostrandone lo scheletro oltre ogni forma di propaganda.

Complessivamente il libro “Da sponda a sponda”, configurandosi attraverso una visione che procede per gradi, sembra suggerire al lettore un continuo e assiduo peregrinare ma anche un legame fraterno indissolubile, a volte ostico, fra due mondi apparentemente così lontani e nello stesso tempo l’idea di una comunicazione stretta, a volte difficile, una contrapposizione insita in un destino “familiare” in senso lato che ritrova l’unica radice in una doppia identità, fino alla sedimentazione più fredda dell’ultima sezione dove la chiave di lettura si rovescia attraverso uno straniamento dello sguardo o semplicemente una presa di coscienza dell’irrecuperabilità di un mondo completamente trasformato e forsanche irrimediabilmente degenerato.

Recensione
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