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Gli angeli della casa

Nel variegato panorama della letteratura nazionale sono ormai rare le figure autoriali capaci di spaziare dalla narrativa alla poesia, passando con estrema naturalezza anche attraverso la saggistica e l’attività di traduzione. Silvio Raffo, con un repertorio assortito di opere (peraltro in continua espansione, vista la vivacità della sua Musa) è senza dubbio una di queste.

Nonostante la versatilità che lo contraddistingue, Raffo riesce a mantenere in tutti i campi una cifra stilistica precisa, coerente e riconoscibile, soprattutto per la pulizia e la raffinatezza del suo stile che lo portano, con un certo tasso di originalità, a discostarsi dalla strada, a volte prevedibile e priva di guizzi, battuta dai protagonisti della letteratura nostrana contemporanea.

Il suo ultimo romanzo “Gli angeli della casa” si inserisce nel filone – a lui caro – del romanzo psicologico immerso in quell'atmosfera gotica all’interno della quale i suoi personaggi si muovono con estrema disinvoltura. E si tratta di personaggi sempre avvolti da un’aura misteriosa, sempre al limite fra la realtà e la visione onirica. In particolare, i protagonisti dei suoi libri sono borderline, ipersensibili e appunto “straordinari”, nell’accezione etimologica di extra-ordinari ovverosia non inquadrabili in una omologante normalità, quanto piuttosto, al contrario, elusivi della stessa e quindi capaci di costituire un elemento di rottura degli schemi preordinati.

E lo strumento di rottura preferito dagli eroi di Raffo, in una società come la nostra continuamente trascinata nel vortice del chiacchiericcio vano, dello sproloquio e dell’abuso della parola, è costituito dal silenzio, spesso rappresentato da un caparbio e tenace mutismo. Lo si può notare soprattutto in Jacob, il protagonista di uno dei libri precedenti, “La voce della pietra”, ma sulla stessa lunghezza d’onda, in “Gli angeli della casa”, si pongono Vladislav Osheko (Vladi) e per certi versi anche Miriam Dufrenne (Mirage), entrambi destinati a condividere, insieme ad altri giovanissimi ospiti, gli spazi claustrofobici della Casa dell’Incontro. Il silenzio è quindi considerato come lo strumento per recuperare il valore assoluto della Parola, per isolarla dal rumore assordante e invasivo e restituirle la sua sacralità.

Non è pertanto un caso che Vladi faccia più volte riferimento alla parola poetica, quella in grado di andare all’essenza delle cose e dei significati e di cogliere quel fruscio dell’Universo che in pochissimi riescono ad ascoltare sotto un limpido cielo stellato. Sì perché il rovescio della medaglia (o l’elemento complementare) del silenzio, inteso come deliberato atto eversivo, è paradossalmente l’ascolto, che si costruisce attraverso un duplice atteggiamento: innanzitutto di apertura verso l’esterno e verso l’Altro e, in secondo luogo, di attenzione ai moti del proprio animo e quindi di autoriflessione con un confronto continuo tra le due differenti percezioni.

La sacralità della parola è più volte ribadita nei soliloqui del protagonista della storia già dalla rivelazione iniziale in cui, partendo dalla citazione della poesia “Voyelles” di Arthur Rimbaud -poeta veggente e ribelle- Vladislav Osheko associa in un gioco di combinazioni, dal carattere cabalistico o divinatorio, le vocali dei nomi balzati ex abrupto alla mente con la possibilità della realizzazione di accadimenti: “Se ho qualche dubbio che mi tormenta, o anche solo una domanda a cui vorrei dare subito una risposta, chiudo gli occhi e li riapro di scatto per verificare qual è il primo nome di quelli designati che lo sguardo inquadra; a ogni nome corrisponde infatti un senso preciso” (p.15).

Ma anche nell’altro personaggio di Mirage, ovvero Miriam Dufrenne, che di Vladimir Osheko pare essere l’alter ego femminile, vengono esaltati la forza della parola e il senso del silenzio: “Parlo quando voglio e con chi voglio. Quando è giusto, utile e bello parlare. La parola è un bene prezioso, e chiunque la umilia usandola a vanvera o per fini ignobili merita di essere disprezzato e maledetto” (pp.62-63).

Oltre alla Parola, l’altro elemento potente che fa da sfondo alla vicenda è il cielo stellato, le stelle che costituiscono il segno (e il termine latino signum a questo proposito è decisamente il più calzante) del trascendente, di quella forza che dall’alto pare governare i destini o proteggere i predestinati, quasi portatore di una istanza etica. La riflessione in tal senso parte dalla celeberrima citazione kantiana “amo molto la natura – soprattutto il cielo stellato sopra di me, corrispondente alla legge morale dentro di me” (p.17) ma via via si fa più profonda tanto che il protagonista non esiterà ad affermare “io con le stelle ho una forma di comunicazione particolare” (p.25) ed eleggerà come guida una stella che battezzerà Domina e che identificherà con lo spirito della madre, morta durante il parto (“ho chiamato questa stella Domina, sentendola subito profondamente amica…” e “Ha una precisa influenza sul mio agire e pensare. Sono convinto – ecco che finalmente lo dico, posso dirlo- che quella stella, Domina, sia mia madre”, p.53).

L’altro personaggio che incarna la medesima idea di protezione materna e di guida sul gruppo di ragazzi in cura alla Casa dell’Incontro è, senza dubbio, Mademoiselle, ovverosia Madeleine Mercier, insegnante e benefattrice umile e sensibile, sempre attenta ai bisogni dei suoi studenti e in grado di offrire il suo importante contributo nel finale del libro.

Una caratteristica essenziale del racconto è poi la sua dinamicità interna, il movimento vivace creato dalla struttura portante dell’intreccio narrativo: a parte la brevità dei singoli capitoli che si succedono concentrando narrazione e spunto poetico, tensione emotiva e distensione in riflessioni filosofiche e in citazioni letterarie, è interessante l’uso di sequenze alternate come in un montaggio cinematografico. Tanto è vero che, se complessivamente il libro può essere descritto come il racconto di Vladi in presa diretta, cioè come una registrazione in fieri degli eventi durante il loro corso, quello stesso resoconto si alterna con la riproduzione del diario segreto di Mirage (per un totale di cinque capitoli non consecutivi) e con quello clinico dell’antagonista, il dottor Severin Bourgeois (per un totale di tre capitoli non consecutivi).

Da rilevare, come a conferma di quanto appena esposto, che i personaggi del libro sono inizialmente presentati in un elenco sotto il nome di Dramatis Personae, al modo delle scritture teatrali. Non è dunque un caso che i singoli “attori” del dramma portato in scena siano indicati con un soprannome -coniato dallo stesso Vladislav- rappresentativo di una caratteristica fisica o psicologica o di un particolare status. Del resto il termine latino persona indica tanto l’individuo quanto la maschera teatrale.

La trama del libro “Gli angeli della casa” si sviluppa, quindi, nell’atmosfera generata dall’accostamento di tutti questi elementi: da una parte i ragazzi, studenti/pazienti, dall’altra i precettori guidati da un medico privo di scrupoli, che sottopone i suoi giovani pazienti a cure sperimentali senza il minimo senso etico. In mezzo troviamo Madeleine Mercier/Mademoiselle e all’esterno, come fattore deputato a turbare il delicatissimo equilibrio, il “bandito” rappresentativo di una nemesi che si abbatterà come una scure e darà l’avvio a un succedersi di eventi che cambierà per sempre il destino dei protagonisti.

Recensione
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