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Il Portale

Laura Pierdicchi, nella sua ricerca al tempo stesso esistenziale e letteraria, ci offre una nuova raccolta poetica, introdotta da un efficace scritto di Pino Bonanno che vi rileva, tra le molte altre considerazioni, “calibrate impennate emotive e altrettanto misurati scoramenti”, in uno scandaglio che si rivela “grande fucina interiore”. In effetti, l’autrice veneziana conduce il lettore in un alternarsi di dimensioni a tratti persino contraddittorio, ma che risulta tale non per limiti espressivi o di scrittura, ma proprio per la natura dell’argomento trattato che continuamente entra ed esce dai confini dell’esperienza concreta , materiale, tangibile.

I richiami alla consapevolezza e alla coscienza devono fare i conti con la pluralità di una condizione umana la cui esperienza sensoriale e materiale si basa sulla finitezza, sulle apparenze, sull’inganno delle percezioni: un transito in continuo divenire (e, si spera, anche arricchimento evolutivo) nel quale tuttavia divergono i tempi “del respiro e del pensiero”. Siamo “destinati a riunirci al Tutto” (e anche a chi abbiamo amato, al di là del “velo che ci divide” e che talora consente “segnali concreti”) poiché “il vero sentire non scade”, ma nello stato presente non possiamo che oscillare “tra una scelta e l’altra”, risultandoci inaccessibile e incomprensibile “ciò che non ha luogo”. La nostra realtà è illusoria, talora priva di senso, ancorata ad una memoria ora vivida ora sbiadita, ma anch’essa priva di sostanza. Portiamo il fardello della vita vagando “tra l’abbaglio e l’oscuro”, salite e cadute, aspettative non appagate, impossibilitati a comprendere “ciò che veramente esiste / oltre il peso della carne”, in “un eterno presente” fuori dalle limitazioni del tempo. Immagini, gesti, parole, forme, luoghi stuzzicano il piacere, ma il nostro corpo rimane un “cosmo sconosciuto”. “La terra è un miscuglio / di razze spirituali / dalle diverse intenzioni”, ma sembriamo incapaci di “testimoniare la complessità / che si dirama da ciascuno”, la molteplicità dove “non vi è un sentire uguale all’altro”. È il magma del tempo che s’incontra con il non tempo, una “reale finzione” nella quale il “benessere terreno” distoglie “dall’inizio e dal perché”. Dovremmo ambire ad un “percepire più evoluto”, ad un “cammino di metamorfosi”, a “nuove radici e fioriture”, ad una “vastità senza confini”: siamo invece racchiusi in uno spazio delimitato dove “niente è indolore / e per ogni segno una traccia”, un sentiero tortuoso “dove tutto può cambiare ad ogni curva”.

Nella parte conclusiva, le ultime venti pagine (non c’è divisione in sezioni), il dettato si fa più disteso, più lirico, e l’esperienza materiale assume connotazioni maggiormente liriche e terse, con squarci di memoria e di natura: la presenza/assenza dell’amato (l’autrice ha perso alcuni anni fa il compagno di una vita) risveglia “la meraviglia di un tempo”, riesce a “dare luce / allo spazio dell’ombra, a suggerire il miraggio di incontri “dove si dice tutto / quello mai detto”, l’accettazione del fatto che nonostante il richiamo di una forza superiore “si appartiene ai gesti ai luoghi / ai corpi amati desiderati lasciati / alle cadute / al continuo galleggiare / ai momenti devastanti / alle risalite”. Il passato è un incanto che riappare solo per rivelarsi polvere eppure, tra nostalgia e trasfigurazione del quotidiano , il “vibrare dell’essere /nella metamorfosi incessante” sembra potersi riconciliare con “la dualità che ci compone” , la “genuinità” dell’agire, prevalere su costumi e maschere e aprirsi al “desiderio / del bianco e dell’etereo”. Forse “cambia solo / il nostro rapporto” con le apparenze delle forme e delle azioni, con i dettagli che osserviamo, con quel grido “che sale dalla terra / e si perde nell’Assoluto”: forse è possibile, e lecito, “sorvegliare / il furore del cielo / mentre mi acceca / il fulgore di un lampo”.

Laura Pierdicchi ci consegna un libro non semplice, ricco di considerazioni e meditazioni che rimandano, in vario modo, al Portale tra le dimensioni evocato nel titolo, senza sposare esplicitamente alcuna filosofia (pensiamo a quelle orientali, al buddismo innanzitutto) ma facendo senz’altro tesoro delle loro suggestioni.

A chiudere il libro una meravigliosa lirica per il marito scomparso, nella quale l’attesa di un riverbero tra le dimensioni rende esplicito omaggio all’amore umano, nel tempo e oltre il tempo (con, forse, una possibile suggestione dantesca relativa al volere/velle): “Attendo tra il mio sguardo e il tuo / – avvolto nell’etereo – / che l’aria rifranga un cenno / arretrato nella storia / dove la scintilla tra me e te / era fuoco d’ispirazione. Mai la materia / ardeva tra le ceneri / di un tocco antico – ma sempre / latente il desiderio / era necessità di un fondersi continuo / tra il tuo volere e il mio”.

Recensione
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