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Io e la Governante
                    I miei giorni del coronavirus come li ho vissuti

Si sprecano le ironie sul web e non solo, sulla quantità di cronache scritte e pubblicate relativamente alla pandemia. A noi sembra, invece, che chi durante le restrizioni forzate si sia dedicato a questo tipo di riflessioni, ancorché personali e diaristiche, abbia impiegato bene il proprio “tempo sospeso” nella bolla obbligata e che, laddove queste note individuali siano sorrette da una buona capacità di scrittura, sia più che naturale condividerle e renderle pubbliche. È ad esempio il caso di Fosca Andraghetti, i cui precedenti libri abbiamo in più occasioni recensito su questa nostra rivista e la cui abilità narrativa - semplice e schietta e, al tempo stesso delicata ed elegante-, si ritrova anche nella verve in cui ha realizzato queste pagine, di lettura agile e simpatica ma tutt’altro che prive di considerazioni importanti. Pagine che giovano anche di una piacevole ironia che si manifesta già nel titolo (e nell’accattivante disegno di copertina, raffigurante una sorta di Mary Poppins con mascherina); la Governante, infatti, è l’alter ego dell’autrice stessa, la parte di sé che viene più o meno volontariamente evocata (quasi una sorta di amica-presenza immaginaria) per lenire la solitudine di chi, abitando per l’appunto solo, vede improvvisamente troncati tutti i rapporti di incontro e comunicazione umana.

Ma la Governante è ben più di questo, come si capisce dalla definizione: è colei che appunto “governa” le incombenze quotidiane, imposta i ritmi della vita reclusa, richiesta alla coscienza dei “doveri” (e persino a una giusta postura), in modo da mantenere un ancoraggio solido con la realtà evitando di lasciarsi andare al generale disorientamento e di perdere il senso del tempo: sappiamo infatti bene come tra le principali conseguenze dei due mesi di chiusura rigida e rigorosa, per moltissimi, ci sia stata proprio la difficoltà di mantenere correttamente le proprie abitudini, stravolgendo persino la giusta alternanza sonno-veglia. Con l’immaginaria Governante, che sa essere “scorbutica peggio di una grattugia”, l’autrice instaura un dialogo che non è sintomo di schizofrenico delirio, bensì di un salutare confronto-rapporto tra il proprio io più vulnerabile e quello più forte. Oltre al dialogare, soprattutto ne ascolta i richiami, trovando un equilibrio altrimenti difficile; a fare il resto ci pensa la scrittura, non quotidiana ma frequente, ed è significativo che il giorno di inizio del lockdown nazionale – il 9 marzo 2020, data che tutti ricorderemo per sempre – coincida con la consegna, provenienti dall’editore, delle copie del precedente libro dell’autrice, il romanzo Questi nostri Anni così (del quale ci siamo occupati nel numero 139).

Da scrittura a scrittura, insomma, racconto che germina racconto. Da lì prende appunto le mosse questo diario, ricco di notazioni spicciole e concrete (appunto, quelle riferibili al senso pratico della metà “Governante”) ma anche di molte altre di ampio respiro sul tempo presente e passato, sulla memoria, sul ricordo dei genitori e degli affetti, su ciò che insomma ha nutrito e nutre l’esistenza. Sono questi gli appigli che hanno sorretto l’autrice, in quei mesi imprevedibili, contro lo smarrimento e la paura, ma che hanno valore in sé anche al di fuori del contesto contingente e (si spera) superato. Alla fine, poco per volta, il parco sotto casa non è più deserto, si può uscire e rincontrare l’amico Sergio (una delle presenze umane più significative del libro), gli spiragli di libertà che si fanno via via più ampi con l’intima soddisfazione di essere uscita “dignitosamente” da quell’incubo.

Non un libro, quindi, da chiudere in un cassetto, neppure da accantonare e dimenticare come reperto di un periodo desolato, ma testimonianza del valore della scrittura e soprattutto, di quella voglia di vivere che ancora resiste nonostante i molti anni vissuti: “continua a camminare da dove ti eri fermata e non smettere”, le dice una voce, ed è questa la vera eredità di cui fare tesoro.

Recensione
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