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La solitudine del Metrò

Dopo lo straordinario capolavoro L'ape e il calabrone, dedicato alla moglie scomparsa, Carmelo Consoli torna alla sua primaria vocazione, indirizzata verso una poesia di impegno civile. Lo sguardo abbraccia la città e l'esistenza "nel grigio dei palazzi", come recita il titolo del primo capitolo.

Una città che appare umana solo all'alba, nel "coro morbido, quasi euforia / d'uccelli mattutini", prima del frastuono e della "mischia di sensi e controsensi". Un mondo color grigio cemento, "lontani dalla luce dei campi, / dallo sguardo verde delle foglie", dove le presenze umane, anche quando hanno nome e identità, paiono anime derelitte in uno scenario purgatoriale.

La poesia di Consoli è narrativa, esplicita, secca, non indulge ad abbellimenti lirici: osserva e descrive con fermezza composta. Ma è anche sagace e immaginifica, ad esempio quando accosta a tanta aridità ambientale l'idea della danza, sia essa un tango solitario o un giro sulle scale mobili: l'uno e l'altro impossibilitati a ridurre l'isolamento.

La solitudine dei metro, di cui dice il titolo, non è un'allegoria, ma un paradigma: "scopri di essere solo transito fugace" tra la folla nei vari labirinti. Inutile cercare un sorriso o una carezza, anche se il destino e comune: prevale comunque un sentimento di profonda pietas, come nella poesia dedicata alla "città dei poveri". Dalle pareti provengono gemiti e cigolii di letti, ma sono "paradisi che durano un niente", "poche gocce d'amore / sciolte nell'amaro dei giorni".

La seconda parte del libro, pere, apre a prospettive differenti, sia pure controverse: sono le "armonie e dissonanze", appunto, della "vita in concerto". Il grigiore della città svela qualcos'altro, "altre fragranze ritornano", anche se bisogna cercarle tra i ricordi, "quando vivere / voleva dire respirare l'infinito". Vengono alla mente le "altre città" che hanno "il ritmo lento delle vite secondarie, / accampate ai margini del tempo". Particolarmente significativa "Dalle torri fumarie", dove un'immagine di lotta - operai saliti su una gru per rivendicare i propri diritti e salari - si fonde allo sguardo che abbraccia il pendio collinare e "il cielo che quasi si tocca". Oppure "Rosarno", località tristemente nota per il caporalato schiavista, o ancora la stupenda "Cavezzo 30 maggio", dedicata al paese terremotato dell'Emilia.

Si vorrebbe citare da tutte ma lo stile narrativo di Consoli imporrebbe estratti ampi e articolati, impossibili da contenere in una recensione. In questo capitolo centrale, la natura riprende il sopravvento sul cemento, non come abbellimento o consolazione, ma come sostanziale mutamento di prospettiva: si vedano "Appunti siciliani" e, soprattutto, "Il cielo in tasca", esplicita sin dal titolo. Convivono "amarezza e meraviglia", bellezza e contraddizioni sociali, senza dimenticare la memoria dell'orrore delle deportazioni ad Auschwitz ("La locomotiva del mare") o le tragedie di quanti affrontano il mare "nella speranza di una terra vicina / che odori di liberta e giustizie". La terza parte, "L'amore strepitoso", comprende undici;poesie dedicate al "tempo delle meraviglie", il "breve istante della giovinezza" vissuto "a bocca aperta nell'azzurro limpido dei giorni". Il bellissimo ritratto di Elisa, ragazza che vive l'entusiasmo del primo amore, prelude a liriche dal sapore dolceamaro, dove la tenerezza della memoria trova argine nella consapevolezza del presente. Tra un canto gregoriano, nel quale I'autore sente la presenza di Dio, e paesaggi siciliani lussureggianti inondati dalla luce estiva - composizioni davvero una piu bella dell'altra - il libro si chiude con una poesia dedicata alla moglie, una visita at cimitero tra it "parlottare di anime serene", nell'aspettativa di ritrovarsi.

Un libro insomma composite, ma con un preciso orizzonte etico e valoriale a costituisce il motivo unificatore: in virtù del quale, ancora una volta, Carmelo Consoli si conferma poeta di gran-de rilievo e indiscutibile importanza, da leggere e meditare assolutamente.

Recensione
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