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Prefazione a
Ad un casello impreciso
di Francesco Sassetto

la Scheda del libro

Stefano Valentini
La Nuova Tribuna Letteraria

Non sono molti anni che Francesco Sassetto, veneziano del 1961, ha iniziato a far conoscere le proprie poesie proponendole, in genere assai bene accolte, a riviste e concorsi letterari. Apparvero subito mature, frutto di un’identità e una consapevolezza compiute, figlie di un accorto apprendistato che si poteva intuire e che, però, la pagina non tradiva, poiché non vi si trovava traccia delle pur legittime ingenuità e acerbità che segnano spesso, quasi inevitabilmente, le prove d’esordio. Come avesse scritto da sempre, decidendo tuttavia di pubblicare solamente quando i risultati gli fossero apparsi convincenti, oppure come da sempre si fosse preparato a scrivere, ma decidendosi a farlo solo nel momento giusto.

Questo tempismo, questo “momento giusto”, è una delle idee portanti da tenere a mente per poter comprendere appieno le poesie di Sassetto: comprenderle non tanto nella loro valenza letterale, quasi sempre esplicita, ma nella loro anima interiore. Francesco Sassetto, infatti, non ha scelto il momento che fosse giusto per sé, o non soltanto: tale appropriatezza, tale scelta di tempo, non può prescindere dalla realtà che lo circonda, secondo la prospettiva di una sincronia espressiva ed esistenziale che fa di lui, a pieno titolo, il più autorevole prosecutore, nell’odierno panorama italiano, della tradizione della poesia civile. Un ambito di prima importanza ma, anche, non poi così praticato, oltre che assolutamente non improvvisabile: non si può fingere di essere poeti civili senza essere davvero degni di entrambi gli appellativi e chi finge ottiene solo manierata retorica che, quand’anche dignitosa e rispettabile, poesia non sarà mai.

Ma torniamo, allora, a quell’idea di “momento giusto” che potrebbe anche divenire inedita categoria interpretativa (e, se applicata a molti altri poeti, rischierebbe di farne strage). La controprova è semplice: a fronte di molti autori i cui versi dicono poco o nulla al lettore, fino al punto di non capire cosa l’autore voglia realmente dire o – peggio ancora – perché abbia sentito il bisogno di dirlo, la poesia civile di Francesco Sassetto produce un sentimento opposto. Di primo acchito, infatti, può persino accadere che ci sembri di averlo già letto. Ma non è così, ovviamente, le sue poesie sono assolutamente originali e, anche dove riprendano temi affrontati (ma comunque non abusati) da altri, li incorporano in uno stile del tutto personale, in un tessuto di versi ora lirici ora prosodici o narrativi, nel quale l’assenza di qualsiasi schema metrico e formale è largamente compensata da una accuratissima sapienza compositiva, giocata sull’equilibrio – sottile e robusto al tempo stesso – tra gli elementi sintattici e fonici di ciascuna frase: cambiate una sola parola e vi accorgerete subito di quanto necessario e meditato sia ogni vocabolo. Per non dire, poi, del raffinatissimo gioco di rime interne e in fin di verso, ora vicine ora distanziate, che tengono assieme molti testi come un filo discreto, ma robusto quanto una fune: un aspetto che, da solo, meriterebbe (e meriterà) uno specifico e argomentato saggio, in grado di scandagliare tutta la perizia che sta alla base di questa prosodia. Se il lettore meno esperto non si fida delle proprie conoscenze, ve lo assicuriamo noi: Francesco Sassetto non assomiglia e men che mai imita nessuno, nella poesia italiana d’oggi, e ha ben pochi compagni di strada anche scavando nel tempo.

Ma allora perché, leggendolo, ci trasmette questa sensazione strana di averlo già ascoltato? Semplicemente perché offre finalmente una voce al nostro desiderio (un “nostro” che qui non è il convenzionale pluralis maiestatis, ma si riferisce davvero all’insieme dei lettori) di trovarci di fronte ad un poeta così, che scrivesse di queste cose e le scrivesse in questo modo. Si dice spesso che i veri poeti parlano di tutti noi ed è vero, così come è vero che – per fortuna – di veri poeti ce ne sono in buon numero, né pochi né troppi. Ma i più parlano di noi attraverso quelli che sono i nostri sentimenti universali, migliaia di anni fa come adesso. Pochi sono, in ogni epoca, i poeti che ci parlano di noi attraverso il presente, non limitandosi a dar voce a quello che sentiamo dentro, ma osservando e descrivendo il qui e ora che ci circonda e che, su questo nostro scenario interiore, influisce eccome. La poesia di Francesco Sassetto è l’esatto contrario di qualsivoglia egoismo: l’autore è perfettamente consapevole di come quel che accade non accada solo a lui e addirittura, se accadesse solo a lui, forse non riterrebbe importante scriverlo. Si prenda una poesia come “Non sei la terra”, a nostro parere degna di apparire nelle antologie scolastiche: dopo una pubblica lettura, qualcuno ha commentato come gli fosse sembrato “di sentir leggere i giornali”. In certo modo è vero, ma nulla in quel testo è un collage (sulla maniera di certa Beat Generation, che tali artifici usava) e tutto è invece poesia, voce che elude ogni possibile retorica perché sa aggregare in un tutto coerentemente espressivo, e sensato, anche lacerti ricavati dall’esperienza della cronaca quotidiana.

Una cronaca che del resto è ricca, molto ricca in questo tempo di sovrapproduzione mediatica e comunicativa: se lo ricordiamo, a costo di apparire ovvi, è per spiegare una circostanza inusuale, che ha dilazionato di molto la stampa di questo libro. La nostra esperienza nel campo della scrittura critica relativa alla letteratura, e in particolare alla poesia, è ormai piuttosto solida. Accade raramente di trovarci di fronte un libro capace di metterci in seria difficoltà e, quando questo avviene, è in genere a causa dell’impossibilità di trovare nell’opera sufficienti stimoli e sollecitazioni, oppure per un’insanabile distanza tra i suoi contenuti e la nostra visione del mondo, o ancora – infine – per una forma espressiva e linguistica con la quale non riusciamo a stabilire la necessaria sintonia. Situazioni in fondo sporadiche, lo ribadiamo, e soprattutto circostanze che nulla hanno a che fare con questo libro, il quale pure ci ha messo forse nelle difficoltà maggiori che ci sia mai toccato affrontare. Perché è un libro verso i cui contenuti non proviamo alcuna distanza, tutt’altro, e la cui dizione obbedisce ad una grammatica poetica che è sotto ogni profilo consona alla nostra. Le geografie di Sassetto, interiori e pubbliche, sono le stesse che vorremmo abitare noi, non senza una sottaciuta invidia per come lui riesce ad esprimerle: sottaciuta ma, in verità, anche compiaciuta, in quanto soddisfatta che qualcuno, un poeta, sia finalmente riuscito a focalizzare determinate cose e ad esprimerle in un certo modo. La difficoltà non è quindi stata la mancanza di spunti bensì proprio il suo contrario, vale a dire la ricchezza tematica e d’argomenti che in questi versi s’incontra, unita al timore (che in verità ci accompagna ancora) di non saper adeguatamente rimarcare, di fronte ad un lavoro così vicino alle nostre attese, tutti i meriti che è giusto riconoscergli. A rassicurarci, almeno in parte, è l’evidenza del fatto che le poesie di Francesco Sassetto parlano da sé e dunque, al di là del ruolo che un critico può esercitare, potrebbero benissimo andare incontro al lettore senza alcuna introduzione: da spiegare, insomma, c’è ben poco. Quel che si può fare è cercare di spiegare, senza cadere nel consenso agiografico, perché questa poesia ci sembri indubitabilmente non solo “nel momento giusto”, come detto, ma anche “dalla parte giusta”, in un momento storico in cui le barricate non ci sono quasi più e, quando ci sono, è in genere per ragioni assai lontane da qualsiasi ideale. Quello che si può fare, insomma, è rassicurare il lettore: se anche lui si sentirà “dalla parte giusta” leggendo questo libro, sarà perché non è poi del tutto vero, anzi non è affatto vero, che la poesia non possa e non serva a nulla di fronte alla realtà.

Ciò precisato, va detto come Sassetto sia anche sensibile e delicatissimo poeta d’amore, con una genuinità di sentimento e una misura di dettato che di per se stesse, anche si fosse limitato a questo campo, lo avrebbero posto tra i grandi. Svariate poesie di questo libro, soprattutto all’inizio ma non solo, inclinano in questa direzione e, tra i pensieri dell’autore nel comporre la raccolta per questa edizione a stampa, vi fu quello riguardante l’opportunità di unire e intrecciare i due motivi ispiratori. Dubbio legittimo ma di brevissima durata, proprio perché non di unione artefatta, ma precisamente di intreccio si deve parlare. Lasciamo ad altri grandi autori, ma soprattutto ad altri tempi, il dubbio della minore dignità del sentimento rispetto alla ragione e all’impegno: il vero poeta e il vero uomo non sono scissi, non vivono ad una sola dimensione. L’amore di cui ci parla Sassetto è sì sentimento privato, ma ha la densità e la dignità del progetto condiviso: offre conforto e consolazione, come è giusto che sia, ma non se ne appaga. Non è il rifugio di chi si sottrae, ma di chi cerca e trova un perché: ristora le forze, ma queste forze non serviranno solo per l’amore né solo per chi lo vive. Soprattutto, non prescinde da tutto il resto, anche quando tutto il resto sembrasse prescindere dall’amore.

Veniamo allora, appunto, proprio a questo: al mondo di cui ci parla Sassetto. Lo fa in forme più che esplicite, pacate e riflessive (così com’è nella sua natura umana) ma anche colme di indignazione, cosicché non vi sono dubbi riguardo a cosa alluda: per usare un motto popolare, dice pane al pane. Nel lettore può tuttavia rimanere un dubbio: questo suo mondo è certamente il nostro mondo, ma non è che il punto di vista sia un po’ troppo suo e basta? Ci parla, Sassetto, di smarrimento esistenziale e generazionale, ma lo fa dal suo osservatorio – privilegiato, ma solo per la specifica osservazione – di cinquantenne e di insegnante (oggi non più precario, ma ben memore degli anni in cui lo è stato): come può davvero parlare per tutti? Facile rispondere che, se non fosse possibile, nessuno potrebbe parlare più di nulla: tutti, infatti, hanno una propria condizione e la soluzione non è certo illudersi di prescinderne, ma assumerla appunto come paradigma. Il precariato nel lavoro, e a maggior titolo nell’insegnamento, è un efficacissimo metro di paragone per la precarietà nella vita, quale che sia il mestiere di ciascuno; così come treni, stazioni, caselli sono da sempre ottime metafore di un viaggio nel quale tutti, indistintamente, possiamo riconoscerci come esseri umani. La stessa Venezia, spogliata della sua dimensione romantica – e chi mai, prima, ce ne ha parlato così? – assume una connotazione metaforica e labirintica, luogo sospeso nel tempo e nello spazio, né cielo né terra né acqua e tuttavia, con ciò, crocevia di elementi: nell’identità inafferrabile della città, nel suo millenario genius loci, si riverbera la condizione medesima dell’umanità contemporanea. Quanto all’età, a contare non sono tanto i cinquant’anni (che possono ben restare un dato personale) bensì il fatto di essere nato all’alba degli anni Sessanta: più che un’anagrafe, insomma, un crinale. Ci viene in mente il bel titolo di un libro di Gianni D’Elia, uno dei pochi autori d’oggi a poter essere annoverato tra i “poeti civili”: Sulla riva dell’epoca. Ed è l’epoca, non l’età, a costituire appunto la materia di Sassetto, neppure in questo caso accusabile di egocentrismo. Un’epoca dove la precarietà, in mille modi declinata, è volenti o nolenti la categoria principe per qualsiasi lettura della realtà nel suo complesso.

Abbiamo prima alluso alle geografie che Sassetto abita con le sue poesie. Ma non le abita in realtà, non come uno spettatore passivo: le anima, le scuote, descrive la realtà che lo circonda – secondo cerchi concentrici che s’allargano dal quartiere alla città, dalla nazione al pianeta – con lo spirito di chi non vuole assolutamente scrollare le proprie spalle, rintanandosi nell’indifferenza, bensì quelle altrui dall’apatia. Non ambisce a cambiare il mondo, non si sente un eroe e del resto l’arma che si è scelto, la poesia, farebbe sorridere qualsiasi avversario lui intendesse affrontare. Ma sa anche che più sbagliato dell’ergersi ad eroe è solo il rifugiarsi nella vigliaccheria, quella di chi guarda ma non vede, quella di chi vede ma tace.

Sembra davvero parlarci da un confine, Francesco Sassetto, con la voce ferma e quieta di chi non ambisce tanto a mettere in guardia – a che pro, se un “altrove” è impossibile? – quanto a invocare ed evocare la nostra consapevolezza, a stimolare e incoraggiare la nostra dignità di esseri umani. In questo, solo in questo, la sua poesia civile è anche poesia politica, purché tale termine sia inteso nella sua accezione antica e non come allusione al mortificante teatrino quotidianamente riferito dalle cronache. Sembra parlarci di un mondo che finisce anche se, come sempre avviene mentre si è in mezzo al guado, solo chi verrà dopo di noi potrà dire che mondo ci avrà atteso. Ed è per questa ragione che, tra i molti possibili riferimenti che lo stesso autore non tace nel suo libro fitto di citazioni in epigrafe e nomi di poeti, scrittori, cantautori, tra i tanti accostamenti e paragoni fattibili e legittimi, tutti fecondi, a noi è venuto in mente soprattutto un nome. Sì, questo magnifico libro di Francesco Sassetto possiede a nostro giudizio un antenato, ma che nulla ha a che vedere con l’ingannevole sensazione di “già letto” di cui dicevamo in precedenza. Alludiamo (e almeno un testo, La terra è bassa, sembra qui un omaggio al grande predecessore) al libro di poesia che, nel 1935, rappresentò l’esordio letterario di uno dei narratori italiani più amati e popolari del secolo, Cesare Pavese: lo scrittore piemontese è consegnato, da quella raccolta (unica nella sua produzione, se non si conta il pur celebre pugno di versi apparso postumo), anche alla storia della poesia. Lavorare stanca è il libro della disperazione contadina, ma l’aria che vi si respira – più ancora della nerissima, inconsolabile, irredenta condizione di vita – è proprio quella di un mondo in dissoluzione, destinato a scomparire, giunto al capolinea del suo cammino millenario: un mondo che non sa quale futuro lo attenda, collocato al di qua della frontiera di fronte ad un futuro indicibile. Pavese fu in realtà profeta, dacché la fine effettiva di quel mondo sarebbe coincisa con l’espansione industriale di oltre vent’anni dopo, ma percepì quella fine incipiente come testimone interessato e coinvolto poiché quel paesaggio contadino, interiore ed esteriore ad un tempo, era il mondo delle sue radici. Le poesie di Sassetto, beninteso, non sono disperate come quelle di Pavese, ma nelle une e nelle altre si rintraccia un senso di smarrimento, il vuoto di un mondo che si sa non essere già più, senza che ancora si scorga un futuro attendibile. Questo libro di Francesco Sassetto, Ad un casello impreciso, è il Lavorare stanca degli anni Duemila: se Pavese rivolgeva il suo sguardo, emozionale seppur lucidissimo, alla durissima vita delle campagne, Sassetto fa altrettanto rispetto al suo, anzi al nostro tempo urbanizzato e postindustriale nel quale, come amaramente chiosava Quasimodo (mezzo secolo fa!), “la civiltà dell’atomo è al suo vertice”. E vale appena la pena notare come, anche stilisticamente, i due pur diversissimi autori si chiamino l’un l’altro con i loro versi narrativi: lineari e omogenei quelli pavesiani, più mossi e vari quelli di Sassetto, ma gli uni e gli altri densi d’un respiro solido come il pensiero che li regge, autorevoli e non compiacenti, consapevoli della tradizione ma da questa autonomi.

Ribadiamo comunque, e il lettore lo vedrà da sé, come lo spaesamento in Sassetto non divenga mai aperta disperazione. Per questo noi, che a Francesco vogliamo bene non soltanto come poeta, desideriamo chiudere questa nota con delle parole che ci sembrano in sintonia con una possibile speranza non in quello che sarà ma, nonostante tutto, in quello che ancora adesso è, per confuso e contraddittorio che appaia. Le parole sono di un cantautore italiano tra i più stimati, Ivano Fossati, e vengono da una delle sue canzoni più belle e importanti, Una notte in Italia: che ci parla, appunto, del nostro vivere incerto ma anche della «fortuna di chi vive adesso | questo tempo sbandato, | questa notte che corre | e il futuro che viene | a darci fiato». Un auspicio, questo futuro che viene, che vogliamo accogliere, anche se chissà: Fossati scriveva e cantava così nel 1990 e speriamo, allora, che questo nostro tempo non abbia sbandato ormai troppo. Noi crediamo di no e, a sostenere questa nostra fiducia, stanno appunto libri come questo, capaci di fondere insieme la tempra lucida della ragione e la forza emotiva e comunicativa che caratterizza la vera poesia.

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