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Di qua e di là del Fiume

La sfiducia della classe dirigente del Regno d’Italia nelle capacità di interpretare al meglio il ruolo del soldato da parte dell’allora variegato popolo italiano ha caratterizzato pesantemente la conduzione della prima parte della Grande Guerra culminata nella disfatta di Caporetto. I fatti hanno però smentito questa vecchia convinzione perché la linea del Piave, ultimo caposaldo possibile per un riscatto, ha segnato sia pure a carissimo prezzo, la riscossa di chi, la supponente boria della gerarchia militare, aveva trattato per troppo tempo come solo “carne da macello”.

E’ proprio in questo filone storico che si incuneano e si incentrano le argomentazioni sostenute da Ferruccio Gemmellaro nella sua ultima fatica letteraria “Di qua di là del Fiume”.

Il filo della sua proposta si dipana dalla guerra degli analfabeti a quella dei poeti; si attarda sulla partecipazione dei meridionali e sulla stranezza della guerra degli amici; disquisisce sulla presenza dei “ragazzi del 99” e sul contributo prezioso ma decisamente poco spontaneo delle donne alle “necessità della guerra”; indugia sull’occasione perduta nel 1916, quella cioè di cercare per via diplomatica una qualsiasi soluzione per appianare i motivi che avevano scatenato la deflagrazione del conflitto e sulla tragica allegoria della condanna a morte, mediante l’ignobile impiccagione piuttosto che la morte da soldato per mezzo della fucilazione, di Cesare Battisti; disserta sulla condizione davvero infelice dei feriti e soprattutto discetta sulla situazione, a dir poco, disumana degli operai addetti alla produzione del materiale bellico. Ciliegine sulla torta “La battaglia del Solstizio e il letto di Hemingway”e soprattutto le riflessioni finali sulle quali trionfa un’asserzione degna veramente di menzione particolare: ”Tutti i responsabili hanno mostrato affinità filosofiche poste a giustificazione della ragion di stato.”

Novembre 2017

Recensione
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