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Compongono il volume di Lucio Zinna, Trittico clandestino, tre racconti accomunati da unità di ispirazione e di stile.

Unitario è anche l’ambiente in cui le tre storie si collocano, la Sicilia: Palermo, colta in un momento singolare di freddo invernale (“Tra inverno e primavera”), oppure nello splendore abbacinante della piena estate, che ne evidenzia miserie e nobiltà, decadenza e incorruttibile bellezza (“Dal ‘Trinacria’ ai ‘Rotoli’”); Mazara del Vallo, dove il segno indelebile lasciato dalle antiche civiltà, il fascino di una natura meravigliosa lottano contro l’avanzare barbarico del pattume, di una volgarità che sembra voler cancellare ogni traccia della bellezza del passato (“L’uomo cane”). Quanto all’ispirazione che informa le tre storie, essa si configura, soprattutto, come ricerca di un passaggio nel mondo del mistero, una porta, anche piccola, che permetta a noi, curiosi di sapere e di capire, un sia pur breve approccio con ciò che ci sfugge: qualcosa che l’intuito, l’intelligenza e forse anche la ragione ci suggeriscono, e che tuttavia la nostra condizione umana, perennemente limitata e limitante, non ci consente di attingere.

Un passo nel mistero, dunque: un tentativo discreto, timido, delicatissimo, di andare ‘oltre’: questa mi pare l’ispirazione di fondo del libro.

Nel primo racconto (“Tra inverno e primavera”), un giovane impiegato improvvisamente trasportato dal grigiore di una vita banale al fulgore di un grande amore; ma la protagonista della bella storia scompare. Chi era? Chi si nascondeva dietro di lei? La ricerca della sua identità si muove in un terreno misterioso: la ragazza sembra identificarsi con una sua omonima, morta alcuni anni addietro. È possibile? Qualche elemento sembra suggerirlo: il ritratto della ragazza morta, come appare sulla sua tomba, oltre a somigliare molto alla protagonista della storia d’amore, porta sul petto un cammeo identico a quello che il giovane le ha regalato.

Dunque, il piccolo impiegato è partecipe di una storia miracolosa, o si tratta solo di una serie di coincidenze? Tutto può essere. Resta, comunque, la realtà di un’esperienza non comune, in cui dalla banalità del quotidiano si passa alla luce dell’avventura: un’esperienza inquietante, forse; ma certamente degna di essere vissuta.

Nel secondo racconto (“Dal ‘Trinacria’ ai ‘Rotoli’”), la ricerca della tomba dell’eroe rumeno Balcescu è accompagnata da tutta una serie di fatti che sembrano evocare presenze che vanno oltre la semplice realtà materiale.

Anche in questo caso, non ci è dato di sapere esattamente se si è trattato di piccoli miracoli, o di una serie di coincidenze; è certo, tuttavia, che un particolare clima è stato evocato; che la sensibilità dei protagonisti di questa storia è stata sollecitata a captare alcuni segnali che vanno ‘oltre’. Misteriosa, ancora, la vicenda e la figura dell’“Uomo cane”, il barbone di Mazara del Vallo che, comparso un giorno, all’improvviso, chi sa da dove, conquista i suoi ospiti con la dignità del suo comportamento, e mostra una personalità tanto interessante da suscitare in qualcuno il dubbio che dietro le sue spoglie di mendicante si nasconda il grande Ettore Majorana.

È, questa, una supposizione giusta? O si tratta solo di una fantasia? In fondo, non ci preme saperlo. Non è infatti l’eventuale sbocco di queste storie, che ci affascina, ma il loro percorso misterioso, sostenuto da una scrittura nitidissima, e da una costante tensione alla poesia.

Recensione
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