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La porta del tempo e l’infinito

Pietro Nigro, nato ad Avola e residente a Noto in provincia di Siracusa, già docente d’inglese nei Licei, è un interessante autore siciliano con all’attivo, tra editi e inediti, oltre trenta opere, tra cui “Il deserto e il cactus”, “Versi sparsi”, “Miraggi”, “L’attimo e l’infinito”. E’ presente in Dizionari degli autori italiani contemporanei, in Storie e Antologie della letteratura italiana, in Raccolte e in Testi di critica degli autori italiani contemporanei. Già assegnatario del prestigioso Premio “Luigi Pirandello” a Taormina e di numerosi altri premi, s’è visto arricchire il curricolo col Premio “La Pleiade ‘86”, conferitogli nella Sala del Cenacolo di Montecitorio – Camera dei Deputati.

Il libro che si va a recensire, “La porta del tempo e l’infinito”, è una silloge di poesie con all’inizio una lunga composizione che può essere definita poemetto. Si tratta di un’opera che, come fa osservare Giuseppe Manitta nella sua prefazione, poggia su basi fortemente filosofiche: una filosofia dalle connotazioni esistenziali, da cui l’autore prende spunto nel suo continuo viaggiare nel tempo, verso l’infinito. Leggiamo l’incipit del poemetto iniziale. “Ero arrivato al Confine. / Nella terra di nessuno, / la Casa. / Sapevo chi l’abitasse, / ma non potevo entrarci. / Il terribile irrefrenabile fremito / di chi sa che là sia la soluzione / non mi abbandonava”.

Confine e casa sono, spiega l’Autore, mete di un viaggio durato millenni, durante il quale altri si saranno anche smarriti nei meandri di un appagamento che lui però non cerca: lui è poeta, amante dell’Arte e la Poesia non può interessarsi di futili vanità. La Poesia è veicolo che conduce alla Verità, e come tale è soddisfacimento della mente che si ritrova al di fuori del tempo, in una realtà fatta di luce. E questa luce non conosce albe né tramonti: è solo luce di un Sole nuovo che abbaglia la mente.

La Casa è custode della Verità ed invita il poeta ad entrare, ma lui non può, perché qualcosa glielo impedisce e il suo corpo rimane immoto: solo il pensiero percorre il tratto di strada che lo separa da Essa, ed ecco allora che pensiero e corpo subiscono una metamorfosi e, slegati dalla terra, fluttuano in una nuova dimensione. E’ come emergere da un abisso, ma il viaggio è tormentoso, perché il poeta deve attraversare un deserto irto di difficoltà e andare verso un qualcosa che gli è ignoto, e anche perché un doloroso dilemma gli si para di fronte. Si tratta di una scelta, tra il rinunciare al viaggio e andare verso la morte e il proseguire verso la vita: il poeta opta per questa seconda soluzione, ma il proseguire si rivela doloroso, con la morte sempre in agguato, nel deserto che scotta e sotto il sole che brucia, e il cammino procede lento e sempre più pesante nel succedersi di dune e di passi, fino al crollo in un immenso mare di nulla.

Ma ecco che giunge il vento a soffiare e infondere fiducia, e la luce della luna e delle stelle a lenire il bruciore del sole, e il poeta sente rinascere in sé il desiderio di vita. Superato il deserto, ecco che gli appare una verde, immensa foresta, mentre viene preso da una immensa gioia e dalla speranza di una esistenza nuova: speranza che è anche sogno e che lenisce gli affanni e riesce a superare la morte. Fin qui il poemetto, che pertanto si presenta come un testo contrassegnato dalle tematiche profonde: tematiche che rinvengono anche nelle altre poesie della silloge, col poeta sempre sospeso tra il dolore dell’esistenza e della morte e nuove attese di vita, tra il buio del nulle e la luce del giorno che gli riporta rinnovate speranze. Ma l’autore al giorno, spesso sembra preferire la notte, perché questa “illumina la coscienza / aprendo squarci d’infinito” e permette alla mente d’inseguire i suoi sogni: sogni che inequivocabilmente rivelano la presenza della poesia. E alla poesia il nostro autore assegna il ruolo di dea consolatrice, che vince sulla precarietà del vivere, sul dolore e sulla morte: perché, dove c’è la poesia ci sono anche la verità, la bellezza e l’amore.

Recensione
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