Servizi
Contatti

Eventi


Responsorio breve
            Diario di lettura

Stiamo leggendo “Responsorio breve”, sospesi in una natura fascinosa ma sfuggente come nuvole in fuga “senza porto d’approdo”.

Su di noi un cielo umanizzato in cui aleggiano sospiri. Anna cerca risposte attraverso immagini carezzate dal vento: “si disfiora il sole nel tramonto / stremato stride / l’ultimo gabbiano / che non ritrova il mare”. Sull’irrisolto scende veloce la sera, metafora di una vita al tramonto. Nell’incertezza di un tempo che s’abbuia, “spaurite/ mi attraversano i passi/ folate d’anima”. Anna e i suoi ricordi. Un giorno d’autunno dove le foglie si smarriscono al vento e lei, simile a un sole, non vorrebbe abbuiarsi, nonostante sia sempre presente, l’idea di una morte “lungamente accudita”. Come? Nella ricerca di luce allo spuntare del giorno che si apre un varco nelle spire della notte. Il levarsi del sole è il levarsi della sua anima fusa al corpo che resta qui “a balbettar la vita”. L’autunno è presente in lei che “sul verone al fiume” si gode “l’assedio del tepore / che fugace sbalena”. Il suo sgusciare all’aperto per fugare il dolore. Ansia di acqua e di luce che procura l’abbrezza di un’ultima bottiglia di vino. Ma lei lotta creando parole, spiragli; formula domande che, anche senza risposte, la fanno sentire viva. Le lacrime mantello nei giorni di pioggia; ricerca di oblio in un simbolico assenzio. Sente sfuggire la vita dal suo essere; acchiappa “in corsa / questa coda di luna / che scherza con le nuvole” e la mette in tasca. Reazione volitiva ai momenti bui. La luna sarà fiaccola nel suo viaggio verso l’ignoto.

Nell’addentrarmi nella lettura del testo m’invaga il salmodiare di Anna. È come la sensazione provata nell’ascolto di una musica ignota che affascina: “ancora celesta il giardino” “caparbia una camelia…”. “Annudato il cielo / senza l’acciaiata / sua lumera di stelle”….” pesce allamato / che dimena l’aria / spasmando l’ultimo guizzo di respiro….”.

Anna formula un linguaggio non sempre compreso ma che travolge e trafigge. Lei brancola e cerca “l’ascesa con l’anima nuda / l’erta per il cielo”. Suo interlocutore, il tempo. Tempo infido che ha sbiadito la sua vita. Tempo vermido, agonico, simile a un “ofide riottoso”. In questo scorrere lungo di un tempo di dolore, Anna si rivolge al padre: “è rimasta nel tuo sguardo / quella consegna d’anima / sospesa / in un’estrema carezza / senza più respiro”. Il dopo, disperante ricerca di quella “carezza non data / e sempre inventata”. Poesia alta per contenuto e scelta di parole. Ricerca di anime ” pellegrine di luce / nel dedalo astrale dell’universo / dove io senz’ali / non posso volare.” Anna che soffre, delira, pigola “come un passero”. Ma ci sarà un arresto a questo dolore? La sua vita una collana di perle “infilate male”. Ogni perla un attimo di vita, ma lei resiste e scorrono le primavere anche se “abortite / ancora nel canto dell’inverno”. Anna è incisiva nel suo verso col superamento e abbandono del semantico.

Necessità di una parola che nasce ex novo e che va penetrata attraverso una forza che solo il suo grido d’amore può dare; nascono così metafore ambigue, che si trasformano poi in allegoria. Le sue ali le parole e, con esse, si libra nell’immaginario. Sospiri, poi lame taglienti nel sole. Il sole è il voler essere viva. Lei, immersa nella crudezza di un destino che vorrebbe consumarla ma non riesce a vincerla. Alternanza di sconforto e ripresa. Il suo risollevarsi: volge lo sguardo al cielo dove “aliano nubi di rondini / stridendo il nido. / Cercano l’ultima estate / che ora non c’è più. / Come me / che qui invoco una tregua di sole…”.

Ancora Anna, prigioniera sul verone che guarda il fiume e il suo fluire nell’autunno. Ma lei, come una rondine tardiva, esce per lasciarsi andare. Anelito di libertà.

Il testo si chiude con l’invocazione a Dio. Ma dov’è Lui? Forse nei “canti delle strade d’autunno”, forse, barluma “negli ori della chiesa / profumata di barocco”; forse nel “pudore ritroso del mendicante / che non stende la mano / nella rabida (1) pena / di chi subisce per non accettare”. Riesce però nella sua accorata ricerca a sfiorare Dio “carezzando il silenzio / di chi non ha detto / ma dato tanto amore”….“ ti ho sentito….non ti ho trovato / ma forse perché eri già in me”. Conforto, ma ancora troppo piano le giunge la parola di Dio perché “l’anima sorda”, urla e non recepisce.

“Mi sono camminata tanto
per arrivare
al centro di me stessa.
Mi accorgo ora
di essere rimasta
sempre ferma
alla periferia.”

Firenze, 2 giugno 2022

Nota !) rabida – termine medico per indicare furioso, rabbioso

Recensione
Literary © 1997-2022 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Cookie - Gerenza