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Ultima fermata. Poesie e racconti in versi

Per i tipi de "La vita felice" finito di stampare nel gennaio el 2021, quella di Fabio Dainotti è la 109a voce italiana elencata nell'omonima collana, sotto il titolo di Ultima fermata. Poesie e racconti in versi con una nota di Luigi Fontanella. Un libro questo  che si struttura e vive di una maniera sostanzialmente discordante rispetto a quella dei suoi coetanei scrittori in versi.

Intanto il titolo: Ultima fermata, sembrerebbe l'introibo all'addio. Trattandosi di trasporto pubblico, l'ingresso in deposito. In realtà, il testo che dà il titolo al libro chiude solo la prima sezione: Autobus a Pavia ma è anche un'impronta che in quarta du copertina dà l'indirizzo del libro.

Sembrerebbe un segnale stradale, una sorta di divieto d'accesso. «Ma dove vanno quelli, in capo al mondo?» Si chiede il poeta nelle vesti dello straniero estraneo alle abitudini locali. Dove vanno, mentre i fanali del bus si perdono nella nebbia? Vuol dire che l'ultima fermata è il limen, l'orizzonte visivo ultimo, quello oltre il quale c'è solo nebbia, la muraglia di Montale, il muro di Quasimodo, la siepe di Leopardi, insomma per dirla alla “Beppo, la terra di nessuno?” Superare il limite, per Dainotti, è andare in capo al mondo dove c'è la la fonte sorgiva che nutre e significa che dà corpo al sogno ad occhi aperti e naturalezza ai segni. È il viaggio obbligato della parola nel farsi poetica, il suo bisogno di distillarsi, l'itinerario sostenuto dall'intelletto di ragione verso quello d'amore, l'energia sprigionata dalla particola che sconfina, la tensione indispensabile al farsi goccia d'infinitezza: per dirla in breve, l'itinerario della mente verso il divino.

La diversità di questo libro appare anche grazie al fatto che esso viene letto e sentito come cosa moderna anche se le sue radici creano linfa grazie a terreni lontani se non in termini temporali sicuramente in quelli sostanziali. E ciò non deve meravigliare perché quasi tutti i poeti degni di questo nome entrano in conflitto con la contemporaneità delle mode e cercano rifugio in terre meno battute e più lontane. Lo stesso Leopardi ha patito questa pena di sentirsi un conservatore mentre imprigionava nei suoi testi la modernità dell'Europa dei suoi tempi.

Ultima fermata è un libro di viaggio che non pare tale, che mostra una serie di poesie ciacuna autonoma, tutte insieme a mostrare una compattezza fuori discussione. Diviso  per sezioni i titoli: Autobus a Pavia, Franciacorta in corriera, Trenino per Vimercate, Agropoli, Treno con spinta, Airport 2015 JFK NY, Taxi per Cava, rilevano tutti virtualità di movimento in fieri. Ecco come funziona la struttura di questa poesia: Da un bar all'altro, da un locale all'altro, / aspettando l'orario d'apertura. (...).

Il viaggio inizia con uno stand-by indi piglia l'abbrivio a bordo della memoria e dell'imperfetto: A volte c'era una ragazza / (...) A volte c'era il Marco, uno sbandato, una sera / (...) / (...) Da un bar all'altro, da un notturno all'altro, / e sempre in cerca di qualcosa. / (...) E c'era pure Emanuele una guardia / (...) Termina con: (...) E adesso se n'è andato pure lui, caduto / (...).

Come si vede le immagini appaiono in sequenza come da un proiettore di diapositive fino a perdersi in lontananza, non importa la maniera occasionale.

Le storie sono storie prossime, di quelle di possibile accadimento, tutte si perdono nella nebbia del ricordo nella distanza siderale della sua struggenza.

E poi attenti all'impasto nei versi di “Ai giardini pubblici”: Legge il giornale su una panca verde; / il cranio ha liscio; le calosce, nere. // Un fiore è spuntato vicino; / all'ombra di un albero antico / gioca in disparte, un bambino. // Più in là c'era una voliera / Altissima che si riempie / di: canti, di suoni la sera.

Prima una immagine statica riposante vestita di sonorità scivolosa e insipida (liscio, calosce, nere) subito dopo una nascita, un fiore vicino e in contrasto con l'antico (albero), un bambino. La chiusa è più in là, altissima, piena di canti, di suoni e di sera.

Recensione
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