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Il moto perpetuo dell’acqua

Neobar

La lettura dell’ opera poetica di Alessio Vailati, Il moto perpetuo dell’acqua, mi permette di riflettere se un testo possa avere una propria connotazione geografica, possa così essere localizzato secondo le qualità proprie di un luogo preciso, in modo indipendente dalla sua vocazione universale. D’altra parte, questa stessa contestualizzazione non potrà assumere valore assoluto, essendo la percezione e la memoria di un luogo del tutto personale. Faccio questa premessa perché le poesia di questa raccolta, con la sua precisione lessicale, possiede l’eco delle nostre terre del Nord-Est, degli orizzonti scrutati, per esempio, da Andrea Zanzotto. Per come, almeno, personalmente, me ne porto dentro la risonanza.

La superficie è tremante, lo specchio
grigioverde: dalle sponde lacustri
un varco che spezza il tratto continuo
di costa riapre in terrazze; e un fitto
riflesso di fronde, di sagome d’ombre
s’immerge e riaffiora indolente.

Ed infatti quelli sono luoghi d’acqua. Scorre ovunque fin dentro le città, le avvolge e ne plasma la forma come se attraversassero un prisma, ne scandisce il tempo, cogliendone lo scorrere nello stesso istante in cui appare che lo abbia fermato. Ecco che la memoria di queste città è liquida. Anzi, l’acqua è la forma stessa della loro memoria. Eppure, Vailati non è veneto. Ma questo conferma lo stupore semiotico dei luoghi e quello semantico delle parole; la potenza della scrittura e del testo.

Il tempo sotto la luce dell’arco
un poco si piega: in gocce ricade
strozzata la voce dal Canal Grande.
Uno scorcio fra muri e s’indovina
il suo moto perpetuo, il lavorio
incessante sopra i corpi, la pietra.
E l’assiduo vociare che perdura
come eco sempiterna, canto fossile
che spacca in due il tramonto: da una parte
il giorno scintillante dentro l’acqua,
dall’altra il ritmo dell’onda notturna.

Scrive Paolo Ruffilli nella prefazione che questa poesia “non opera per astrazione, ma concretamente dentro e attraverso le cose che nomina e ha come protagonista sempre la persona, che continuamente si misura e confronta con l’altrove che sta dentro ciò che nomina.”

E’ apprezzabile, ma scorriamo ancora sul limite del gusto stilistico personale, l’armonia del verso conferitagli dalla tendenza paratassica. Questa scelta rende orizzontale, apparentemente piano, lo scorrere del verso. Liquido, appunto. Insomma, è l’acqua, anche in questo caso, che dà il ritmo al testo. Questa pianezza valorizza, esaltandone la naturalezza, una prosodia classicheggiante, che potrebbe persino apparire retrò in prima battuta, salvo il confronto con certa stucchevole post-avanguardia. La poesia di Vailati si muove dentro un’atmosfera nebbiosa e umida, una scrittura rarefatta, fino a schiarirsi pian piano che la brillantezza di una parola precisa permette alla densità della poesia di prendere corpo.

Spero non risulti convenzionale dire che l’acqua, nel suo movimento e nella sua ambivalenza, fonte generativa e allo stesso tempo forza cieca e dilagante, può essere presa a paradigma della parola e, in particolare, della parola poetica. Anche questa ha un’ambiguità virtuosa che la rende levatrice e insieme sovversiva, capace di polarizzare intorno ad essa costruzioni della realtà e potenzialmente anche di rompere gli argini del “già-detto”, di ogni sedimentata ma ormai muta rappresentazione. Scrive ancora Ruffilli che “il fascino risiede in primo luogo nella scrittura che la plasma e in quella incantata limpidezza di linguaggio che rinnova nel miracolo ogni volta la trasparenza aurea della realtà che si rivela come una splendida sfinge, che affascina e intanto suscita domande senza risposta.”

A questa plaga sperduta la vista
ancora sbigottisce nei silenzi,
si acqueta negli spazi siderali.
Il rigo con un indizio, una cifra
inespugnabili seguita a parlare.

Recensione
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