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Gli impeti religiosi di Gabriele Rossetti

Memore di una sua personale e strenua ricerca storica, Mario Fresa ha riportato alla luce un prezioso manoscritto di Gabriele Rossetti (Vasto, 1783-Londra 1854), straordinaria quanto controversa figura di scrittore dalle molteplici sfaccettature. Poeta e librettista, carbonaro e rivoluzionario, studioso dell’opera di Dante, esule prima a Malta e poi a Londra, Rossetti si segnalò costantemente, oltre che per la sua vivace e originale produzione letteraria ed esegetica, anche per il suo continuo, inesausto, coraggioso impegno civile: un impegno che, inevitabilmente, doveva alienargli il favore dei potenti del suo tempo. Ed è proprio il tempo il protagonista dell’opera di cui Mario Fresa ha scoperto il manoscritto autografo e che è stata recentemente ripubblicata in edizione critica – curata dallo stesso Fresa - presso la casa editrice Carabba con il sostegno del Centro Europeo di Studi rossettiani. Il titolo del poema è, appunto, Il Tempo, ovvero Dio e l’Uomo (1843); esso costituisce la seconda redazione, ampliata e modificata in vari passaggi, del Salterio Iddio e l’Uomo (pubblicato dieci anni prima, nel 1833).

Operando con la consumata disinvoltura del ricercatore, e col rigore filologico che da sempre contraddistingue il suo lavoro, Fresa ha gettato nuova luce sulla genesi di questo complesso e controverso componimento rossettiano.

Significativa, pertanto, è la pubblicazione di questo poema politico-religioso, che il Rossetti definisce Salterio, alludendo alle forme poetiche dei Salmi biblici. L’edizione critica del poema è corredata, in appendice, da un prezioso apparato testuale che riporta le varianti intercorse tra le due redazioni dell’opera, e che testimonia il ricchissimo, addirittura tormentato, lavoro di riscrittura del Salterio da parte di Rossetti.

Così scrive Fresa nella sua densa introduzione: «l’opera si presenta armonicamente organizzata attorno ad alcune dominanti che riprendono molti tra i principali motivi caratteristici dell’arte e del pensiero di Rossetti: l’eroica visione dell’azione politica, intesa come la concreta realizzazione di un imperscrutabile, sovrastante disegno divino; i vibranti, inesausti accenti libertari; il senso religioso, avvertito panteisticamente come presenza coincidente con la realtà e come fase che s’invera nello stesso processo storico» .

Dunque, la parola poetica è avvertita da Rossetti come il mezzo più nobile e più alto per dar voce e nome a un sentimento senza tempo, capace di risvegliare la vibrazione del mistero ch’è legato al senso dell’esistenza dell’uomo, al suo finale ed enigmatico destino: ed è così che «l’individuo non si esaurisce nel limite della realtà naturale, ma è per costituzione ad Deus creatus, cioè ordinato ad essere toccato dall’incontro con Dio e immesso nella partecipazione del Dio vivente». (Marta Cerviso).

La poesia di Rossetti non ama nascondersi dietro giri di parole, ma sa piegarli ad un più vasto disegno meta-temporale: senza smentire, infatti, la sua indole avventurosa e temeraria, il Vastese sa costruire, sin dall’incipit dell’opera, una poesia forte, energica, addirittura abrasiva, che sembra animosamente emergere dalle profondità di un mare ora tranquillo, ora sconvolto da ondate improvvise e violentissime. E ancora una volta si rivela la duplicità anfibia di questa eccezionale figura di poeta e di patriota: da un lato, egli appare come un rovente e appassionato cantore colmo di fiammante e virulento drammatismo; da un altro lato, poi, egli aspira alla costituzione di una finale armonia, di una sublime concordia universale che stringa e che leghi amorosamente tutti gli uomini, come fratelli. Mario Fresa osserva: «in tale prospettiva, il dono della poesia diventa, nel sogno rossettiano, il fondamento essenziale per una nuova speranza che possa garantire, alle vicine e alle future generazioni, la continuità dei più alti valori etici dell’uomo, riaffermando e ribadendo, contro la scura voragine di un presente minato dall’arroganza e dal male, la volontà di seguitare fermamente a credere nell’unità risolutrice della Storia e dello Spirito».

Ed ecco apparire, allora, oltre l’opaco sipario dell’apparenza e della inarrestabile vanità delle umane azioni, l’estremo baluginare dello Spirito di Dio, la sua immanente presenza che riordina e che armonizza, che riassume e che traccia le finali coordinate del tempo umano; e proprio in virtù di questo immenso baluginare divino, la materia e il divenire trovano, infine, sintesi e compiutezza, senso e disciplina, coerenza e luminosità.

«L'opera – rileva Maria Petrella - porta avanti una visione del mondo e del tempo che non è politica, bensì metafisica, sciolta dal reale, quasi totalmente irrelata rispetto alle congiunture storico-politiche. Il verso, un senario organizzato in ottave, ma anche le frequenti metafore e le citazioni bibliche danno forma alla dimensione sacrale dell'opera e le conferiscono uno stile che si allinea perfettamente al resto della produzione rossettiana e che si configura come combattivo, energico, vibrante e tragico».

Una poesia fiammeggiante, insomma, di ardentissima irruenza e di commovente passionalità: essa si muove costantemente nell’ansia turbinosa di un andamento ritmico potente e incessante, che si dirige nel vortice di un movimento ciclico, solenne e inevitabile: un movimento affannoso che denuncia il senso acuto di una mancanza, e che infine potrà raggiungere la sua agognata interezza soltanto per il tramite di una rinnovante rigenerazione dei popoli oppressi, nobilitati dall’ideale di un comune riscatto, di una superiore concordia universale.

Animosa e delicata insieme, sempre temibile e terribile nelle sue invettive e nei suoi febbrili vaticini contro i tiranni d’Italia, ma dolcissima e melodiosa nelle sue forme, la poesia di Rossetti diventa, allora, la voce stessa della speranza, presentandosi come l’eco anticipata di una futura, suprema beatitudine.

 

 

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