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Pietre

L’arte poetica è chiamata, con enfasi trionfalistica, una seconda creazione. Mentre nella prima, dalle tenebre del caos, spunta la luce e nell’infinito spazio si colloca in successivi ‘giorni’ l’intero universo, nell’ispirazione del verso si elabora quella ricchezza della parola che sta a fondamento interpretativo delle cose animate e delle materia inerte. E’ proprio vero l’adagio antico della saggezza e praticità latina: “Poeta nasciutur, orator fit”. Di questi ultimi, cioè degli oratori, risuonano ancora le loro voci che hanno violato l’udito. Dei primi, dei vati, dei quali sono pervenuti a noi parole e scritti che onorano la loro memoria, di ha tuttora bisogno, perché l’organo uditivo si risana leggendo e riflettendo sui loro scritti. Leniscono in un mondo provato dalle loro ferite inferte dal male ricorrente e tacitano rumori assordanti di interventi asserviti agli umori della piazza e alle tentazioni verbose degli appelli e delle sequenze parolaie.

Nella poesia la parole non è rinchiusa in se stessa come uno scrigno ermetico di lettura formale, ma è aperta al verso che scorre come acqua di sorgente. Nella poesia la parola non è pietra nelle mani ruvide di calce dell’artigiano intento a elevare muri; ma, nella libera espressione del suo uso alla base della comunicazione interattiva diventa forza inventiva del pensiero atto a supplire il deficit umano della relazione abituale quanto obsoleta dei giorni. La poesia abbatte i muri che l’inconscio delle ruvidezze interpersonali può aver contribuito alla proliferazione della incomunicabilità, della solitudine sociale e del solipsismo fine a se stesso.

Un valido contribuito alla realizzazione dei comuni desiderata è dato da una preziosa silloge di liriche di Giovanni Di Lena, già da lungo tempo alle prese con l’ars scribendi. Il testo “Pietre”, edito dalla EditricErmes di Potenza, riporta, nelle 48 pagine, ben 35 componimenti di natura definita e non imperscrutabile come avviene in alcuni saggi contemporanei. Al contrario, il suo è intriso di puro sangue lucano, che lo rende soggetto attivo nel panorama del territorio, non più trattenuto dalle diverse truppe di passaggio epocale, ma aperto alla realtà e ad un futuro sollecitato dalla passione. E’ questa che egli risveglia, soprattutto in se stesso, ma auspica che cresca e diventi coscienza critica nei rapporti quotidiani con la gente e le istituzioni. Brevi ma non incomplete, le sue poesie, che in poche pagine trasmettono energia e forza vitale, volte a migliori traguardi, più che a sopite aspirazioni di potere. “Tu, poeta, rinvigorisci / placando la tua sete / alla fonte della Musa” (pag.7).

A pag. 23 Di Lena si effonde in considerazioni ultimative che rivolge verso l’alto, ed eccolo infierire, si fa per dire, con la lancia del vigore logico, sulla trama di un tessuto lacerato dal passo indebito di fugaci occupanti: “Sgomenti dalle risposte del mercato, / tendiamo le braccia al cielo / per non finire nel gorgo virulento / dell’oceano innovatore. / Una sporca rassegnazione ci investe / e avviluppa il nostro essere. / Ci agitiamo, ma, disillusi, / sprofondiamo in un celeste abbandono./ La pioggia rivoluzionaria / non bagna le nostre tute!”. La Lucania emergente dalla brevità compositiva è una terra che in omaggio al sua secondo nome, ma primigenio nel tempo, Lucania, è luce che si solleva a somiglianza di quella della prima ora, menzionata all’inizio. Molti hanno tentato di spegnarla, e così i loro conati e tentativi di finta rinascita l’hanno asservita nei secoli a truppe di occupazione contro la quale hanno fatto da argine il Risorgimento nazionale e le varie trasformazioni cui è andato incontro il popolo nei vari turni alternativi alla passata dittatura. Concludendo, si può ripetere con le stesse parole dell’autore: “La Natura non tradisce se stessa / e / il tempo / svela le scelte di circostanza … Io sono qui, sereno, / libero da ogni schema / e pronto a varcare l’orizzonte” (pag.42). Matera, capitale europea della cultura per il 2019, ha tanto da insegnare a quanti ricercano negli altri la resurrezione, mentre hanno in sé le risorse più autentiche di vita originaria, che è la civiltà senza aggettivi di lento pleonasmo formale.

Recensione
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