|
| |
Il modo in cui
Gabriella Villani scrive i suoi versi, essenziali eppure sempre così ben
calibrati, ci aveva conquistato già nella raccolta d'esordio, L'abbraccio
dei colori, apparsa nel 2004 per la nostra casa editrice. Oggi il titolo di
questo nuovo libro pubblicato da Cleup, Lo specchio in mano, sembra
suggerire un mutamento di prospettiva, un movimento che dall'ambiente
circostante – qual è appunto un abbraccio – arrivi a coinvolgere e mettere
in gioco direttamente il proprio io più personale, colto in uno specchio. In
realtà, il cambio di prospettiva non è radicale: l'abbraccio di cui si è
detto rimane una chiave di lettura adatta anche per l'attuale silloge, così
come lo specchio può ben definire molto di quanto apparso nel primo libro
che, certamente, non era avaro nello scavo e nell'indagine di sé. Il vero
cambiamento, allora, non si trova tanto nello specchio, quanto nella sua
maneggevolezza. Non uno specchio grande e da parete, in qualche modo
accessibile anche ad altri, bensì uno piccolo in cui osservare ed esaminare
il proprio volto – la propria identità di donna e di essere umano – in primo
piano, senza interferenze e anche senza sconti: "per vedere riflesso |
oltre il mio viso | dentro l'anima", è affermato esplicitamente.
La cornice
è ristretta, i colori si possono ancora intravedere ma certo il confronto
serrato è a tu per tu con se stessi, non necessariamente in posizione
comoda. Eppure, in tutto ciò, quanto spazio rimane ancora per l'altro! Uno
specchio tenuto in mano può infatti facilmente essere distolto, non vincola
lo sguardo: c'è ancora un mondo attorno, tutto da vedere. Questo "altro" è
talora luogo e natura, più spesso ancora è persona con cui rapportarsi ed è
qui che si gioca, decisiva, la partita tra gioia e sofferenza. Sono molte le
poesie centrate sull'amore: ora felici per attimi appaganti, più di
frequente deluse per legami dove l'incomprensione ha prevalso sulla
tenerezza e la fiducia. Eppure l'amore rimane l'essenza migliore della
vita ed è difficile, se non addirittura velleitario, liberarsene: "Non più
poesie d'amore | Scrivere d'altro | del vento che soffia..." inizia una
lirica che però alla fine, dopo una prolungata elencazione di fatti
naturali, si conclude: "...dell'arcobaleno a Capo Testa | Tutto per te". Oppure,
ancora, un colloquio personale con la luna si capovolge in qualcosa d'altro e
il satellite, così spesso cantato dai poeti, "guarda me che le parlo di
te". Sì, l'amore ha fatto molto soffrire, ma "tra un dolore e l'altro | deve esserci posto
| per
sognare ancora". All'autrice del resto non manca la combattività, non solo
nell'amore ma in ogni avversità: "Si fatica ancora | ed è come trascinare
|
una slitta carica | sulla neve soffice", splendida immagine per fondere
levità e pesantezza. Il tempo passa veloce, anzi galoppa, tuttavia non ha una
sola direzione e la memoria offre sorprese: "Lunga sciarpa rosa | fatta a
mano | è ancora qui || ... || L'avevi fatta per me || Ogni volta | è come |
un dono inaspettato a Natale". Da un altro testo si deduce come questo dono
provenga dalla madre, alla quale sono probabilmente dedicate le prime due
poesie della raccolta: una posizione di preminenza certo non casuale. Così
come non è casuale, crediamo, che in una silloge tessuta interamente di versi
brevi appaia un solo verso lungo, quasi alla fine e nella poesia che dà il
titolo al libro: "chiedere se la sofferenza | è servita | a rendere la vita
felice per lunghi attimi". Probabilmente è la domanda fondamentale, l'unica
che conta, e per questo il respiro non può spezzarsi: ma è anche, in certo
modo, la più estrema e impudica, quella in cui è riassunta ogni cosa, e dunque
bisogna porla tutta d'un fiato. Sono versi, quelli di Gabriella Villani, all'apparenza
semplici ma ricchi di variazioni tonali sapientemente orchestrate, immagini
in nuce cui spetta al lettore dar corpo, minimi cenni che aprono vastità
sconfinate: spesso iniziano con la leggerezza (anche espressiva) d'un sogno
per poi ricondurre, talora bruscamente, i piedi per terra, ma ugualmente
conservano il potere di aprire porte imprevedibili. Pongono molte domande, ma
non pretendono di offrire risposte: "Nemmeno | chi di Dio se ne intende | sa
dire perché" di fronte al dolore del mondo, alle ingiustizie, alle stragi. Non manca qualche divagazione quasi fiabesca, come nella
deliziosa poesia sui ragni "fermi a leggere", oppure onirico-trascendente,
come in quella sull'oca che riesce faticosamente, con tenacia, a spiccare il
volo. E proprio il tema del volo appare insistentemente nel desiderio di
volare di volta in volta lontano, contro-vento, verso il sole... Non tanto una
brama di fuga, diremmo, quanto la volontà di seguire il proprio vero destino
e la "nostalgia d'infinito" evocata in un'altra pagina: la si legge anche
negli aquiloni che "scendono in picchiata | per alzarsi veloci | verso il
cielo blu || è come una storia | sceglie diverse vie | poi approda lassù", e
potrebbe essere anche una storia d'amore, ma più estesamente è la storia
umana di ciascuno con il suo personale cammino. La raccolta quindi si chiude
sulla dolcissima lirica dedicata a Cala Corallina, nell'amatissima Sardegna,
luogo reale ma che certamente incarna una sorta di approdo dell'anima.
Completano il libro quattro illustrazioni (inclusa la
copertina) della stessa Villani, gioiellini che impreziosiscono l'edizione e
offrono un assaggio dell'altra vocazione dell'autrice, appunto la pittura;
nonché due lettere di Elvio Guagnini e Oddone Longo che, dialogando tra loro,
dicono della poesia di Gabriella Villani quanto un piccolo saggio critico,
certamente in forma affettuosa ma non per questo meno autorevole.
| |
 |
Recensione |
|
Lo specchio in mano
|
|
poesia
|
|
| Autori |
| • | Gabriella Villani |
|
Edizione:
Cleup Editore
Padova 2008 |
|
| Con due lettere: "Caro Oddone" di Elvio Guagnini e "Caro Elvio" di Oddone Longo. Copertina e illustrazioni dell’autore - pp. 68 |
|
| Recensione a cura di |
| • | |
Pubblicata su:
Tribuna Letteraria, La Nuova nr.94/2009
|
|