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Nella sua La Storia dell'arte E.H. Gömbrich racconta che Diego Velazquez era ospite illustre e rispettato alla corte di re Filippo di Spagna: "Il suo incarico principale consisteva nel far ritratti al re e ai membri della real famiglia, pochi dei quali avevano volti attraenti, o almeno interessanti.... Velasquez come per incanto trasformò questi ritratti in alcune delle più affascinanti espressioni d'arte che il mondo abbia mai visto". Conosceva, annota ancora Gombrich, "il modo di rendere con il pennello il luccichio delle stoffe e la sicurezza del tocco con cui coglie l'espressione"; ha saputo trasformare "come per incanto" i ritratti che gli venivano commissionati "in alcune delle pia affascinanti espressioni d'arte che il mondo abbia visto". Una "pennellata", quella di Velazquez, che molto aveva attinto e assimilato da Rubens e da Tiziano: "Le opere più mature.. Si basano a tal segno sull'effetto della pennellata e sulla delicata armonia dei colori che le illustrazioni possono darne solo una pallida idea. Ciò vale soprattutto per la tela di grandi dimensioni nota con il titolo "Las Meninas" (Le damigelle d'onore). Vi si vede Velazquez che lavora a un quadro immenso e se si osserva più attentamente scopriamo anche che cosa sta dipingendo. Lo specchio sulla parete di fondo dello studio riflette le figure del re e della regina, che posano per il ritratto. Pertanto noi vediamo quello che vedono loro: una quantità di persone che sono entrate nello studio...".

Lasciamo perdere, per un attimo, Velazquez, ci ritorneremo. Occupiamoci del "nano", il cui ritratto compare in copertina. Il suo nome era Diego de Acedo, El Primo. Il dipinto ad olio su tela realizzato nel 1644 (e conservato al museo del Prado di Madrid) lo "fissa" mentre sfoglia un libro di grandi dimensioni. Dallo sguardo par di capire che don Diego non sia particolarmente interessato alla lettura, le pagine sono sfogliate a blocchi; sembra assorto, distratto da altro, don Diego. Indossa con una certa eleganza un abito scuro, alle spalle montagne, comunque siamo all'aperto.

Anna Ventura, che firma la presentazione, sottolinea la "bella testa di uomo normale, l'occhio tenero, mansueto, eppure inquietante, che sia un nano lo si capisce innanzitutto dalle mani, minuscole rispetto all'enorme libro che stringono. Non è un buffone, ma un dignitario della corte di Filippo II...".

Cos'è, che di questo nano, intriga Rossano Onano? "Il nano più severo di Velazquez' tormenta il ventre nero del mantello", si legge a pagina 16. La figura del Nano ritorna poco dopo, a pagina 28: "Improvviso il Nano mi appare silenzioso | seduto sulla severa cadrega d'ebano | con le braccia conserte in paziente posizione d'attesa | nello spazio di paura che conduce alla stanza successiva | nascosta da un drappo pesante di panno viola | verso cui lentamente accosta la mano mancina | a me dimostrando la destra raccolta a cucchiaio | così aspetta terribile e calmo l'obolo dovuto...".

Non so, è possibile che sia una scempiaggine; ma nasce un po' dall'idea che di Rossano mi sono fatto, dagli incontri e dai colloqui con lui: discreto, spesso sornione, attento d'un silenzio partecipe: quello di chi sa ascoltare e cerca di capire senza giudicare; e però, ecco quasi un aforisma folgorante: "I perversi pensieri sono strani | i cattocomunismi, i cattomusulmani". E dunque provo a immaginarmelo, quando, libero dai suoi impegni, dalle sue incombenze quotidiane, può finalmente inseguire, il filo dei suoi pensieri e delle sue parole, inanellarle in questi versi che sono "pennellate", la sicurezza di un tocco sapiente che sa cogliere l'espressione, e tratteggia ritratti "veri". Andrebbero forse letti a voce alta, questi versi, in una sorta di agora, in anfiteatri, e accompagnati da lievi con per esaltare la sfumatura e la musica della parola, che con lento e paziente lavoro di bulino Rossano ha scelto con meticolosa, puntigliosa attenzione.

Velazquez ha una sua peculiarità: la sua produzione raggiunge il livello più alto e intenso in modo "sciolto" e "libero": pennellate sintetiche, tocchi rapidi; una pittura che raggiunge sorprendenti livelli di gioco tra realtà e illusione. E sono "sciolti" e "liberi" i versi di Rossano: analogo il vigore e la "leggerezza" della pennellata. "Una rara capacità di inventare, creare, stravolgere, senza mai perdere il filo del discorso di fondo, che ha una sua matrice etica ed estetica; a modo suo, anche religiosa", annota Anna Ventura. Un affabulare delicato e robusto insieme: di chi ti invita al tavolo di un'osteria di paese, con una sua fama discreta (nel senso che sa chi deve sapere), e puoi permetterti di lasciar scorrere il tempo, libero di dire e di ascoltare. Questo è Il nano di Velazquez. Sedetevi dunque a quel tavolo, fuori c'è nebbia e freddo, dentro calore, birra, buon formaggio, un ottimo salame... Soprattutto c'è Rossano che parla, che ascolta.

ROSSANO ONANO, Il nano di Velazquez, Tabula Fati 2007

Valter Vecellio

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Recensione
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